C’è una guerra interna all’islam e i politici occidentali non difendono la cultura europea

9 gennaio 2015 09:12 5 comments

Di Samir Khalil Samir

8 gennaio 2015

asianews.it

Beirut (AsiaNews) – Subito dopo l’attacco di Parigi, al giornale Charlie Hebdo, le Comunità musulmane di Francia hanno emesso un comunicato molto equilibrato e ragionevole. Ma tutte queste dichiarazioni mostrano un certo imbarazzo: essi sanno che non basta dire “Questo non c’entra con l’islam”. Perché i fatti danno loro torto: almeno l’80% degli attacchi terroristi nel mondo avviene in nome dell’islam, per difendere la fede, il profeta… e questo stile si diffonde sempre di più, anche in occidente.

Ho parlato ieri con un imam di Parigi e mi ha detto che nella capitale francese hanno iniziato una scuola per imam. Vi sono oltre mille iscritti. In questa scuola si vuole orientare gli imam a conoscere la cultura occidentale, a integrarsi.

Questa è una notizia importante perché nell’islam, tutto parte dagli imam. In Europa gli imam e i predicatori delle moschee sono pagati dai loro Paesi di origine. Ora in Francia vogliono creare un islam autoctono, che assimili i valori occidentali della Francia.

Ma questo contrasta con la maggioranza dei musulmani attivisti, secondo cui questo occidente è un nemico, e l’islam è un sistema che va diffuso, anche con la violenza.

Di fatto, in Medio oriente e in Europa si scontrano due modi di vedere l’islam.

Se guardiamo al Medio oriente e oltre, ci accorgiamo di quanto forte è la contrapposizione e la violenza fra sunniti e sciiti.

Ho incontrato un imam che era di Mosul. È uno sciita che ha avuto la sua famiglia uccisa dai fondamentalisti sunniti. Ora è emigrato a Najaf, dove il grande ayatollah Alì al Sistani ha costruito un villaggio per accogliere sciiti e cristiani fuggiti da Mosul.

L’odio fra sunniti e sciiti aumenta sempre più, soprattutto quello della sunna contro gli sciiti considerati apostati. In mezzo a questi due ci sono le minoranze: cristiani, yazidi, curdi, ecc… È una lotta dei sunniti per riconquistare ciò che hanno perduto: l’Iraq guidato da sciiti; la Siria guidata da alauiti; gli Hezbollah sciiti in Libano, più potenti dell’esercito regolare…

Quello dei sunniti è un tentativo di riprendere spazio, considerando se stessi l’autentica forma dell’islam.

È una lotta anzitutto all’interno dell’islam, che poi si riversa sulle minoranze e sull’occidente, come colui che ha promosso Israele, che è secolarizzato, ecc..

Ma è il nemico più lontano. Il fatto più scottante è la lotta interna per chi propaga l’islam più autentico.

Perfino in Libano c’è questa forte tensione. E per questo tutte e due le comunità musulmane chiedono ai cristiani di rimanere perché facciano da cuscinetto. Se in Libano non ci fossero i cristiani, sarebbe già guerra fra sunniti e sciiti.

L’islam dovrebbe affrontare a fondo le tematiche della modernità: l’interpretazione di fondo del Corano, la non violenza, la libertà di coscienza, ma nessuno osa farlo.

La non violenza

Una prima cosa che varrebbe la pena accettare da parte di tutti è il principio della non violenza. Tutti i musulmani affermano che “l’Islam è pace”, che non è violento, ecc…

Le vignette di Charlie Hebdo, ad esempio, sono una cosa vecchia, di alcuni mesi fa. D’accordo, i disegni sono ironici, sarcastici, scurrili perfino, ma voi musulmani perché dovete rispondere con la violenza? Perché a uno scritto non rispondere con uno scritto?

In passato (nel 2006) Charlie Hebdo aveva presentato Maometto con una bomba al posto del turbante. Ma io dico ai miei amici musulmani: Come rappresentate voi Maometto? Con la spada. Al museo di Istanbul vi sono addirittura due spade considerate appartenute al profeta. E l’Arabia saudita, il Paese custode dei luoghi santi dell’islam, cosa ha sulla sua bandiera? Due spade! Allora io dico: quelli di Charlie Hebdo hanno solo modernizzato la figura di Maometto. Una volta vi erano le spade; oggi ci sono le bombe!

Finché l’islam, invece di battersi contro gli altri – apostati, cristiani, occidente, atei – non fa un’autocritica e riconosce che il problema è al suo interno, non se ne viene fuori e i Paesi islamici saranno sempre più caratterizzati dalla guerra fra di loro.

Anche gli scontri che avvengono in Africa, nei Paesi arabi mediterranei e al confine con il deserto del Sahara sono scontri interni all’islam.

Vorrei dire agli amici musulmani: affrontate i problemi, fate l’autocritica, ripensate l’islam per oggi, reinterpretate le parole del profeta. Anche nella Bibbia vi sono versetti che inneggiano alla guerra. Ma tutti noi comprendiamo che occorre reinterpretarle e non prenderle alla lettera.

Bisogna tenere conto che siamo ormai nel XXI secolo. Chi paga in queste guerre sono i semplici, le minoranze, chi non ha difese.

L’Arabia saudita

Lo scontro fra sunniti e sciiti si coagula anche nella lotta fra Arabia saudita e Iran. Qui alla religione si aggiungono problemi economici, strategici, geopolitici, di dominio…
Bisogna dire all’Arabia saudita che ormai viviamo nel XXI secolo: come è possibile, per esempio, negare alle donne il diritto di guidare l’auto da sole? Che le donne non abbiano ancora il diritto di votare a livello nazionale?

Ora, chi compie queste cose – l Arabia saudita – lo fa come l’autentico interprete dell’islam, in nome dell’islam. E questo disgusta tutti, anche i musulmani.

Se tu fai queste cose in nome della religione, allora non protestare se io attacco la tua religione che ti porta a umiliare così tanto un essere umano.

Se tu parli con i musulmani ti dicono: Sì, certo l’Arabia saudita è un Paese reazionario, retrogrado… Ma siccome i sauditi offrono miliardi ai diversi Paesi, alla fine tutti loro dicono: “Dio benedica l’Arabia saudita!”.

L’occidente che non sa cosa fare

E in occidente? Il problema del rapporto coi musulmani, c’è perché molti di loro non si vogliono integrare, dato che l’islam è un sistema, non solo una religione. Diversi di loro – la maggioranza – cercano di integrarsi, ma lo fanno lentamente. In Francia erano più integrati gli algerini di 50 anni fa che gli emigrati di oggi.

Ora, in Francia, in quasi tutto il Paese ci sono scuole e supermercati dove si offre cibo halal. E per semplificare, ormai anche nelle scuole e nei supermercati spesso si vende solo roba halal, che è mangiabile anche dai non musulmani.

Questo porta a vedere i musulmani come una minaccia, che rischiano di cancellare i propri valori occidentali (fra cui vi è anche il mangiare carne di maiale). E vedendo che i musulmani si organizzano in gruppi attivisti, anche gli occidentali si organizzano in gruppi con slogan anti-islamici.

Va detto che i politici europei non affrontano mai il problema. Essi dovrebbero dire ai migranti: Siete benvenuti. Noi vi accogliamo fraternamente anche perché siamo di tradizione cristiana. Se volete, potete stare qui, ma dovete integrarvi, potete praticare la religione che volete, o potete essere atei, ma dovete entrare nel sistema esistente qui, integrandovi dal punto di vista economico, politico, sociale, culturale.

Purtroppo i politici preferiscono non mettere il becco e predicare solo una vaga accoglienza, ricacciando la cultura europea a livello privato.
In generale vedo che in molte parti dell’Europa esiste un’accoglienza molto forte verso i migranti. E anche fra i musulmani vi è apertura. Ma vi è un nucleo di islamici che rifiuta l’integrazione e che la combatte.

Per vigilare su questo aspetto, occorre controllare le moschee. A prima vista questo è contrario al nostro spirito europeo, di distinzione fra Stato e religione. Ma le moschee nell’islam non sono soltanto un luogo di preghiera. Esse sono un luogo d’indottrinamento e di indicazioni politiche, talvolta anche dannose verso la comunità. Per questo lo Stato europeo dovrebbe controllarle, come si fa in tutti i Paesi musulmani. Nel mondo islamico le moschee sono le prime realtà che vengono controllate.

Quest’ultimo esempio mostra che purtroppo, di fronte alle pretese certezze dei gruppi islamici organizzati, vi sono ancora molte incertezze nel mondo occidentale.
In breve, ci vuole apertura agli emigrati, e in particolari ai musulmani, e nello stesso tempo esigenze di integrazione socio-culturale, per evitare i conflitti e le umiliazioni.

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