Perché non possiamo dirci tradizionalisti ma nemmeno progressisti

15 gennaio 2015 08:49 15 comments

Di Antonio Livi

10 dicembre 2014

isoladipatmos.com

Le note e i commenti sull’attualità ecclesiale che noi dell’Isola di Patmos andiamo pubblicando in questi mesi potrebbero sembrare, per un lettore che fosse in qualche modo prevenuto, un ennesimo contributo all’annosa polemica tra cattolici “conservatori”, o “tradizionalisti”, sia moderati che estremisti; e cattolici “progressisti”, o “riformatori”, sia moderati che estremisti. Le virgolette che ho usato per ognuna di queste etichette stanno a indicare che tali posizioni ideologiche sono qualifiche sociologiche – di sociologia della cultura e di sociologica religiosa – che alcuni si affibbiano reciprocamente in una schermaglia retorica dove scarseggia il realismo teologico e abbonda la fabulazione idealistica. In realtà nessuna di queste posizioni si trova effettivamente allo stato puro, in forma coerente e completa, in una persona singola, nella coscienza di un credente in carne e ossa che abbia a cuore le sorti della Chiesa in generale e della propria anima in particolare. Ma dell’irrealtà prodotta dalla visuale sociologistica delle cose della fede cattolica dirò più avanti.

Ora voglio dire che sbaglia di grosso chi ama collocare noi dell’Isola di Patmos da una parte o dall’altra di questa barricata virtuale. Io e gli altri scrittori dell’Isola di Patmos siamo accusati da taluni di essere troppo ostili ai lefebvriani e ai sedevacantisti, così come altri ci accusano di non essere abbastanza “bergogliani” – circola in Italia questa denominazione tragicomica –, per il fatto che non ci accodiamo alle litanie di chi plaude in ogni occasione alle – presunte – intenzioni riformistiche e/o rivoluzionarie di Papa Bergoglio. Tutti si sentono autorizzati a etichettarci, anzi pretendono che noi stessi ci auto-etichettiamo schierandoci ufficialmente da una parte o dall’altra; e siccome noi rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di non schierarci affatto, ecco che allora ci troviamo a essere il bersaglio del fuoco incrociato dei fanatici dell’una o dell’altra parte.

I progressisti amano ricorrere al vecchio ma retoricamente sempre utile ragionamento leninista in base al quale «chi non è rivoluzionario è complice della classe al potere». In Italia si preferisce da sempre la versione gramsciana, sostenendo che ogni intellettuale deve essere «organico alla rivoluzione». Si tratta comunque di un ragionamento che, tradotto nel “politichese” di oggi, suona così: “l’equidistanza è un modo subdolo di appoggiare la parte cui segretamente si appartiene”. Invece di tradizionalisti ci accusano di essere “normalisti”, di chiudere gli occhi alla tremenda realtà della crisi che affligge la Chiesa, ragione per cui ci giudicano irresponsabili e non esitano a sbatterci in faccia i rimproveri che la Scrittura rivolge ai cattivi pastori e ai falsi profeti: «cani muti», «ciechi che guidano altri ciechi» eccetera.

Noi diciamo ancora una volta che non ci schieriamo per nessuna fazione, perché siamo convinti che per essere coerentemente cattolici non è necessario essere faziosi. Anzi proprio la coerenza nella fede cattolica suggerisce di non assumere atteggiamenti e linguaggi che sono propri delle fazioni, dei partiti, delle ideologie. Tanti anni fa un santo sacerdote ammoniva a non ridurre la santa Chiesa a una delle tante chiesuole che sempre si sono formate in seno alla Chiesa e che tendono a polemizzare l’una con l’altra o cercare di fare proseliti l’una contro l’altra: diceva: «Io non sono fanatico di nessuna forma di apostolato, nemmeno di quella praticata dall’opera che io ho fondato» … Le chiesuole nuocciono all’unità della Chiesa e si oppongono alle esigenze della carità tra i suoi membri, anche quando non si costituiscono in vera e propria setta, del tipo di quelle sette che si formarono già ai primordi della Chiesa, come testimoniano le recriminazioni in proposito che leggiamo nelle lettere di san Paolo e in quelle di san Giovanni. Ogni chiesuola con propensione a diventare setta si arroga l’interpretazione infallibile della verità – appellandosi alla Tradizione, allo spirito del Concilio o direttamente allo Spirito Santo –, ma il fanatismo non ha nulla di divino e invece è qualcosa di “umano, troppo umano”, come diceva Nietzsche a proposito di ben altro. Il fanatismo è prodotto dalle peggiori miserie dello spirito – la presunzione, l’ambizione, l’esaltazione del gruppo di appartenenza, il particolarismo, l’esclusivismo, l’invidia sociale –, miserie che la coscienza dei singoli può riconoscere facilmente ma che poi vengono “sublimate”, direbbe Freud, quando l’individuo si appoggia psicologicamente ad altri e si forma lo “spirito di gruppo”, con il quale è facile trovare mille giustificazioni pragmatiche per le cose ingiuste che si pensano, si dicono e si fanno.

 

L’ideologia? No, grazie! Se si tratta della Chiesa preferisco la teologia

La critica dell’ideologia è nata con Marx, e i marxisti, anche nel Novecento – ad esempio, il francese Louis Althusser – hanno creduto di combattere e di vincere l’ideologia “borghese” con la “scienza”, che per loro era solo il marxismo. Progetto fallito, perché in politica – o in economia politica – non c’è alcuna possibile scienza, e il marxismo, come io ebbi a scrivere tanti anni or sono, altro non è se non un’ideologia tra le altre, “l’ideologia della rivoluzione” (1).

Quando invece si tratta della verità rivelata, fondamento della fede della Chiesa, allora la scienza esiste, ed è la teologia. E la teologia è la critica di ogni ideologia all’interno della Chiesa. È infatti la teologia la coscienza critica della fede cattolica, essendo basata per statuto sul presupposto della distinzione tra il dogma e l’opinione, tra verità comune a tutti i credenti e una ipotesi di interpretazione e/o di applicazione pastorale. Solo chi esamina la realtà ecclesiale con un criterio teologico è capace di distinguere un’opinione dal dogma, e solo a partire da questa distinzione può e deve criticare qualsiasi opinione, anche legittima, che voglia spacciarsi per verità assoluta, identificandosi così con il dogma. Un’opinione teologica che ignori i propri limiti deve essere criticata, perché va contro lo statuto epistemologico della teologia, assolutizzando se stessa ed escludendo le altre opinioni, anche quelle che dovrebbero essere considerate – perché lo sono – altrettanto legittime.

In un saggio pubblicato un paio di anni or sono dicevo che un grave peccato contro la fede comune è appunto quello che tante scuole teologiche hanno fatto, nella storia della Chiesa, assolutizzando la propria posizione e “scomunicando” quelli che ne sostengono altre (2).

Ma si può applicare, in pratica, questo criterio così rigorosamente teologico?

Certamente, lo stiamo applicando noi dell’Isola di Patmos. Lo applichiamo ricavando, appunto, dalla buona teologia la necessaria distinzione tra “dogma“ e “opinione“.

Questa distinzione è classica, tant’è che ha ispirato i padri della Chiesa a formulare questo chiarissimo e utilissimo programma di dialettica ecclesiale: “In necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus caritas!”.

Ci atteniamo a questo criterio per agire sempre come cattolici senza etichette, come cattolici senza paraocchi, come cattolici non ottusi ma open minded, cioè davvero aperti con la mente e con il cuore a valorizzare ogni contributo che sembri utile alla comprensione della verità rivelata. Per questo siamo abituati a proporre ogni nostra riflessione sulla fede e sulle vicende umane della Chiesa come un’opinione tra le altre possibili, ossia come una tesi che intende essere davvero rispettosa delle altre e anche accogliente riguardo alle altre.

Noi infatti non cadiamo nell’errore di fare di tutte le erbe un fascio, etichettando un autore come “amico“ o “nemico“ solo perché appartenente ad una determinata corrente teologica, a una testata giornalistica o a un certo gruppo ecclesiale, senza vagliare, caso per caso, se quello che dice in una data occasione, è plausibile.

Se lo è, noi non esitiamo a citarlo o addirittura a pubblicarlo, avvertendo chi non lo dovesse capire da solo che approvare una singola tesi di una autore non significa mai “sposare” ogni sua opinione e ogni sua intenzione. Nemmeno significa sentirsi solidali o complici di tutte le cose che i suoi amici o sodali hanno fatto o vogliono fare. Si tratta di “distinguer pour unir” come diceva Maritain parando di altro (3): in questo caso, si tratta di distinguere il dogma dall’opinione, per unire sempre nella fede comune tutti coloro che a torto vengono ritenuti – o si ritengono essi stessi – separati o emarginati o esclusi per il fatto di adottare diversi punti di vista teoretici o diversi metodi pastorali legittimi, cioè compatibili con la fede della Chiesa.

Il criterio che ho esposto è il medesimo criterio che mi ha portato, anche prima di partecipare all’impresa apostolica dell’Isola di Patmos, a scrivere prefazioni o postfazioni a libri di autori dei quali non condivido affatto l’ideologia ma che scrivono anche cose che mi sembrano degne di essere prese in considerazione sine ira et studio. Mi viene in mente la prefazione che ho scritto per un libro sulla preghiera del liturgista claretiano Matias Augé, che contiene idee condivisibili, anche se altrove egli si è schierato a favore di una ancora più radicale riforma liturgica secondo l’orientamento prevalente, che è quello progressista (4); così come posso menzionare le prefazioni che ho scritto per tre saggi ecclesiologici di Enrico Maria Radaelli, uno studioso laico, discepolo di Romano Amerio, che invece si dichiara tradizionalista, anche se poi, di fronte alle mie riserve, ha voluto correggere la dizione dicendosi “tradizionista”, il che non cambia la sostanza: sempre di un’ideologia si tratta (5). Ma, come ho detto, in un quadro globale di ideologia si possono trovare e valorizzare tesi di valore autenticamente teologico, e io ci tengo a valorizzarle, perché non sono accecato dal fanatismo né perseguo fini ideologici di sorta.

 

La serietà dei temi teologici non ammette le semplificazioni e le generalizzazioni che sono strumentali all’ideologia

Nei ragionamenti dei tradizionalisti e dei progressisti io vedo troppa approssimazione nella raccolta dei dati e nella loro interpretazione, così come vedo troppa acqua (eventi ecclesiali) portata al proprio mulino (interessi umani, individuali o di gruppo).

Noi dell’Isola di Patmos ci asteniamo dal fare discorsi ideologici, a proposito delle vicende della Chiesa, perché sulla Chiesa vogliamo fare solo discorsi teologici. Le critiche o il disprezzo di coloro che non comprendono le ragioni della nostra neutralità in rapporto alla grande guerra tra fazioni non ci riguardano e non ci interessano.

I temi che costoro affrontano (il dogma, la pastorale, la liturgia, il concilio ecumenico, il sinodo dei vescovi, le conferenze episcopali, i teologi eccetera) certamente ci interessano, ma non vogliamo affrontarli “con” loro (come fazione), almeno non “come” loro (quando parlano come esponenti di una fazione). Loro tramutano una serie di frammenti di verità (rilevamenti storici e sociologici, per la loro stessa natura provvisori e parziali) in una visione globale delle vicende mondane, ivi comprese le vicende esteriori della Chiesa cattolica. A forza di estrapolare dai fenomeni osservati qualche teoria generale (cosa che è epistemologicamente scorretta, perché in nessuna scienza è ammessa l’induzione illegittima), hanno creato personaggi ed eventi immaginari, che inducono la loro audience allo sconforto apocalittico o alla speranza messianica.

Tutti ricordano le accorate riflessioni di Benedetto XVI sul concilio dei media, un evento immaginario che ha fatto esultare per mezzo secolo i fans della grande Riforma filo-luterana e ha fatto piombare nella disperazione i fans della Tradizione dura e pura.

Attenzione: noi dell’Isola – io in particolare – non disprezziamo né condanniamo nessuno di questi osservatori romani che hanno voluto schierarsi da un parte o dall’altra. A volte si tratta di persone intelligenti, colte e animate dalle migliori intenzioni di servizio alla Chiesa. Ma io non ho mai potuto condividere – da un punto di vista teologico – il giudizio sommario che alcuni autori hanno voluto e vogliono tuttora formulare sulla vita della Chiesa “come tale”, ritengono di aver potuto valutare adeguatamente il bene o il male che determinati eventi producono nel Corpo mistico di Cristo.

Nelle opere di questi autori non mancano analisi profonde e valutazioni in gran parte condivisibili, ma io noto sempre anche la pretesa di una sintesi impossibile e dunque infondata. Mi domando: qual è il referente reale dei loro discorsi? Quando parlano di “Chiesa” o di “cattolicesimo” a che cosa concretamente si riferiscono? Noi uomini – dobbiamo ammetterlo se abbiamo nozioni teologiche di base – nulla sappiamo dei progetti di Dio e del suo intervento nel segreto delle coscienze di ogni uomo. Questa è una verità elementare che tutti gli autori cui mi riferisco in teoria ammettono; ma allora, perché immaginano di poter sapere come va e dove va la Chiesa “come tale”?

Essi di fatto si limitano ad analizzare e a valutare alcune poche cose tra quelle che esteriormente appaiono nella condotta degli uomini di Chiesa, e/o nei documenti dottrinali e disciplinari, nel costume dei fedeli nelle varie parti del mondo cattolico. Sanno bene di riferirsi a poche misere evidenze empiriche, ma poi si lanciano a prospettare eventi epocali e a profetizzare una e ancora un’altra “nuova Pentecoste“, oppure a diagnosticare malattie mortali per la Chiesa, ritenendo di avere tutti i dati necessari per applicare con certezza al tempo presente le profezie dell’Apocalisse sulla “grande apostasia“.

Gli uni e gli altri sono liberi di congetturare in positivo o in negativo il presente e il futuro della Chiesa, ma non certamente con la pretesa che tali fantasticherie siano certezze teologiche.

Il linguaggio è certamente teologico, ma il messaggio è ideologico, non teologico.

Occorre avere sempre presente che un messaggio è teologico se si può tradurre in questi precisi termini epistemici: è “una cosa che ha rivelato Dio”, o almeno si deduce logicamente da quello che ha rivelato. Parlare delle cose della Rivelazione “con timore e tremore” è proprio del vero credente e del vero teologo.

Invece, ostentare una sicurezza senza fondamento scientifico alcuno è quello che si fa in ogni parte del mondo quando si parla di politica – il linguaggio della politica è sempre fatto di retorica su base sociologica – ed è quello che si fa in ambito teologico quando l’intentior profundior di chi tratta i problemi della Chiesa è ideologica più che teologica.

Ecco allora che spetta alla teologia, per un dovere di chiarezza nei confronti dell’opinione pubblica cattolica, prendere le distanze dall’ideologia conservatrice come da quella, progressista.

I cattolici che militano in una di queste fazioni ideologiche ragionano e scrivono di argomenti ecclesiali con un linguaggio che ha senso solo nelle analisi sociologiche al servizio della dialettica politica, a cominciare dai termini più usati, come “tradizione“ in opposizione e “progresso,” “conservazione“ in opposizione a “riforma“, “continuità“ in opposizione a “rottura“.

Invece noi – lo ripeto – ragioniamo e scriviamo in termini unicamente “teologici”.

Noi siamo convinti che, quando si tratta delle questioni di fondo riguardanti la vita della Chiesa, nessuno può fare un discorso serio e costruttivo – utile cioè al popolo di Dio – se non ricorrendo alle categorie e ai principi della scienza teologica.

Studiare i problemi attuali della Chiesa con le categorie e con i principi della scienza teologica vuol dire essere umili – perché la teologia obbliga a rispettare i limiti della comprensione umana dei misteri rivelati, rinunciando alle pretese del razionalismo – ma è l’unico modo di evitare discorsi superficiali e frivoli, per rispondere invece alle esigenze dell’apostolato. Perché è l’apostolato ciò a cui noi miriamo sempre, prima con il ministero sacerdotale e poi anche con gli scritti. Ciò che ci muove e ci guida, come sacerdoti di Cristo, è sempre e solo la nostra responsabilità pastorale, il dovere di contribuire alla vita di fede delle persone con le quali entriamo in contatto direttamente o indirettamente.

 

In che cosa consiste l’approccio teologico

Il primo compito del lavoro teologico è indicare sempre, in ogni occasione e su qualsiasi argomento, quali siano gli “articuli fidei”, ossia quelle poche e certissime verità che debbono orientare il pensiero e la prassi di tutti i cattolici, a prescindere dalle libere opinioni che riguardano l’interpretazione scientifica e l’applicazione pastorale – di per sé contingente – del dogma.

Per questo dicevo che il criterio teologico è l’unico capace di distinguere, nei discorsi sulle realtà ecclesiali, il dogma dall’opinione, evitando di relativizzare i dogma e assolutizzare l’opinione, come fanno le ideologie di qualsiasi tipo.

Noi dunque non ci schieriamo con i conservatori o con i progressisti perché teologicamente queste denominazioni non hanno senso.

Non avrebbe senso professarci “cattolici tradizionalisti” o “cattolici progressisti”, perché davanti a Dio e davanti al popolo di Dio importa solo professare la fede cattolica ed essere fedeli alla dottrina della Chiesa.

E la fedeltà alla disciplina della Chiesa e alla sua dottrina ammette molte vie diverse, molte modalità espressive e molte declinazioni operative. Noi siamo e ci diciamo semplicemente “cattolici”.

Diceva quel santo che citavo prima che “l’oro autentico non ammette aggettivi”, e infatti, se uno vende oro con qualche aggettivo vuol dire che quello che vuole spacciare per oro è qualche altra cosa.

Di fronte ai problemi del dogma e della pastorale, l’unica cosa che conta è individuare, professare e difendere la verità della fede cattolica, che è comune a tutti e nella quale non ci possono essere divisioni, fazioni o partiti.

Ma allora, non si ha la libertà di pensiero?

Non ci si può fare un’opinione sulle cose che avvengono nella Chiesa e che sono sulla bocca di tutti?

Non è legittimo esprimere dei giudizi di valore circa le attuali tendenze ecclesiali siano esse di riforma del papato in senso “sinodale” o di conservazione delle strutture tradizionali?

Non si può essere contro la riforma liturgica di Paolo VI e a favore del “Vetus Ordo” o viceversa?

Insomma, i cattolici hanno il diritto di pensare e di qualificarsi come conservatori o come progressisti?

La risposata a domande del genere è scontata: certamente si ha tutto il diritto di giudicare i fatti che avvengono e le idee che circolano nella Chiesa, ma l’importante è non trasformare il giudizio su singoli fatti, verificabili e giudicabili con criteri cristiani, in un giudizio globale su persone, dottrine e istituzioni, facendo di tutte le erbe un fascio e mancando sistematicamente alla carità e alla giustizia.

Soprattutto, non si può trasformare un’opinione – per sua natura ipotetica e contingente – in un sistema di pensiero apodittico.

Non si può estrapolare da osservazioni empiriche di dettaglio una legge scientifica generale che travalichi ogni limite di verificabilità e ogni giustificazione epistemica.

In altri termini – in termini rigorosamente logici – non si può passare da opinioni ben circoscritte nella materia e nel tempo a un’ideologia. L’ideologia è l’arma preferita della politica ma è la negazione della consapevolezza critica che regge il lavoro di ogni scienza, anche e soprattutto della scienza teologica. Sicché può succedere che una opinione, circoscritta a uno specifico tema e dunque perfettamente legittima, tanto che chiunque la esamini spassionatamente debba considerarla ammissibile e condivisibile, diventi poi, se chi la difende si mette scriteriatamente ad assolutizzarla, un’ideologia totalizzante, che genera fanatismi. (En passant, ricordo che “fanatico” è un aggettivo con cui i teologi dell’antichità cristiana designavano i pagani che celebravano i loro culti nei boschi sacri).

Il principio dal quale partire all’inizio di ogni ragionamento riguardante la Chiesa – per poi ripartire ogni volta che le cose si complicano e manca la chiarezza – è questo: bisogna mantenere sempre quello che per grazia di Dio noi cristiani abbiamo come criterio teologico assolutamente certo, ossia che «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità». Ma la conoscenza della verità rivelata, fede che ci salva, non è mai la fede “soggettiva” – luterana, modernista –, una verità che possa essere arbitrariamente inventata da qualcuno: è sempre e solo la fede professata dalla Chiesa, ossia il dogma.

Nel dogma – il “Simbolo degli Apostoli” o il “Simbolo Niceno–costantinopolitano”, ossia il “Credo” che recitiamo la domenica nella Santa Messa – noi tutti ci riconosciamo pienamente d’accordo e siamo perfettamente uniti.

Poi, a partire dal dogma, sono possibili e di fatto storicamente si producono molte “interpretazioni” teoretiche e “applicazioni” pratiche. Tali interpretazioni e applicazioni sono sempre legittime e anche utili alla vita della Chiesa se restano assolutamente fedeli al dogma dal quale partono, altrimenti si tratta di corruzione della vera fede (eterodossia) o di deviazione dalla retta via indicata da Cristo (scisma).

La distinzione concettuale tra dogma e opinione teologica, tra verità indiscutibile e ipotesi ammissibile, è ardua ma necessaria, e a illustrarla in termini rigorosamente scientifici ho dedicato il mio trattato su “Vera e falsa teologia”, che i credenti avvezzi a leggere i quotidiani e le riviste “cattoliche” più che i testi di studio hanno volutamente ignorato, mentre i teologi che in quel libro ho criticato hanno cercato in tutti i modi di toglierlo dalla circolazione (6).

 

Perché è inutile o addirittura dannoso l’approccio meramente sociologico alla vita della Chiesa

Per chiarire ancora ciò che distingue l’approccio teologico da quello ideologico alla vita della Chiesa, faccio notare che le ideologie ecclesiali di ogni tipo – dagli estremi del tradizionalismo anti-conciliarista e del progressismo conciliarista riformatore, alle tante posizioni che si presentano come “moderate”, come una “terza via” – si basano volentieri su rilevamenti sociologici, addirittura ai dati statistici.

E quanto più gli argomenti sono di questo genere, tanto più il criterio autenticamente ecclesiale viene offuscato.

Io vorrei richiamare l’attenzione di chi parla e scrive di problemi ecclesiali su quanto sia inutile, quando non è proprio dannoso, l’approccio sociologico alla vita della Chiesa, perché qualunque considerazione che si basi sui dati – empirici o scientifici – della sociologia religiosa non riesce a toccare nemmeno superficialmente la realtà effettiva della vita della Chiesa.

La Chiesa, infatti, è un mistero soprannaturale; della sua vita reale, ossia della grazia che santifica e salva le singole anime nella concretezza della storia umana, noi non possiamo sapere nulla e ci dobbiamo accontentare delle verità meta-storiche che Dio stesso ci ha rivelato.

Non posiamo sapere con certezza, al di là delle apparenze che sono sempre ingannevoli, chi appartenga effettivamente, in questo momento, al corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, così come non possiamo pretendere di sapere quali siano concretamente i piani della Provvidenza che la governa realmente, «volgendo ogni cosa al bene di coloro che amano Dio», come è scritto nella “Lettera ai Romani”.

Di ciò che realmente è un bene o un male nella vita della Chiesa noi credenti abbiamo solo qualche indizio attraverso la fede nella rivelazione divina, e poi qualche verifica sperimentale nell’esame della propria coscienza (cioè nell’esperienza mistica, anche ordinaria, che consente al credente di rilevare, alla luce della fede, gli effetti sensibili dell’azione invisibile della grazia divina), come pure nell’esperienza pastorale (cioè nei risultati visibili dell’azione apostolica volta all’incremento della fede del prossimo).

Il progresso o l’involuzione dei quali parlano tanto, in chiave sociologica, i progressisti e i conservatori sono tutt’al più ipotesi degne di rispetto – nel caso che le intenzioni siano davvero buone – ma non sono mai da prendere troppo sul serio, perché – ripeto – mancano di serietà scientifica, osservano solo i fenomeni di massa, giudicano situazioni che non possono valutare in profondità, nella concretezza esistenziale della vita cristiana, dove si combatte la quotidiana battaglia tra la grazia e il peccato.

Anche per i progressisti e i conservatori, chiusi nei loro schemi ideologici, vale l’ammonimento dello Spirito Santo per bocca dell’Apostolo: «Parlano di ciò che non conoscono».

Noi dell’Isola di Patmos, ben sapendo che dobbiamo parlare solo di ciò che conosciamo – dice san Paolo: “Credo, e per questo parlo” –, non ci facciamo i portavoce di quei profeti tristi che annunciano uno scisma imminente, e nemmeno di quei profeti ilari che annunciano l’avvento del Regno attraverso una nuova Chiesa “ecumenica e sinodale”.

Noi ci dedichiamo a ricordare a tutti che la sociologia religiosa e la politica ecclesiastica forniscono dati di scarso interesse per la vita cristiana dei singoli fedeli, ai quali va annunciato, in ogni epoca e in ogni circostanza socio–politica, la verità del Vangelo sine glossa, come diceva san Francesco. O meglio, con tutte le glosse necessarie per poter distinguere quello che è l’essenziale (il dogma) da quello che è accidentale (le opinioni teologiche).

Il riferimento costante di ogni discorso propriamente teologico non sono i movimenti delle masse anonime rilevabili sociologicamente: è la vita di fede di ogni singola persona, direttamente o indirettamente raggiungibile con il messaggio, la quale deve accogliere nel suo cuore la verità rivelata, che è la sola speranza di salvezza.

Per questo ogni discorso propriamente teologico si deve basare sempre e solo sul dogma, sulla dottrina certa della Chiesa che si esprime in enunciati formali (le formule dogmatiche), che non danno adito a dubbi e non sono suscettibili di interpretazioni contraddittorie.

Grazie a Dio, per quanto possano essere o sembrare sconcertanti le vicende ecclesiastiche degli ultimi decenni, tutti noi cattolici continuiamo ad avere come punto di riferimento certissimo e attualissimo il dogma, elaborato dalla tradizione ecclesiastica con un’evoluzione omogenea che parte dagli Apostoli e arriva fino all’ultimo concilio ecumenico; un dogma che tutti possono trovare chiaramente esposto e opportunamente sintetizzato nel “Catechismo della Chiesa cattolica”, che è uno dei meriti storici del papa che lo ha voluto (san Giovanni Paolo II).

A chi dice stoltamente che esso è “superato” – se ne rallegra o se ne affligge – va ricordato che si tratta di un documento del magistero post–conciliare che non è stato abrogato da alcun atto ufficiale del magistero stesso, né mai può esserlo.

La Chiesa è di Cristo, ricordava Benedetto XVI nel momento di rinunciare al ministero petrino, e per questo essa è indefettibile, ossia non potrà mai soccombere alle “porte degli inferi”. Sarà sempre mater et magistra.

I sacerdoti Giovanni Cavalcoli, Ariel S. Levi di Gualdo ed io ne siamo certi perché lo ha detto Lui, non perché lo abbiamo sentito dire da un qualche teologo, conservatore o progressista che sia.

 

NOTE

(1) Vedi Antonio Livi, Louis Althusser: “Pour Marx”, Emesa, Madrid 1973; Fernando Ocariz, Il marxismo, ideologia della rivoluzione, a cura di Antonio Livi, Ares, Milano 1976.
(2) Cfr Antonio Livi, Interpretazione o ri–formulazione del dogma?, in Verità della fede. Che cosa credere e a chi, a cura di Gianni Battisti, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013, pp, 21–94.
(3) Cfr Jaques Maritain, Distinguer pour unir, ou Les Degrés du savoir, Desclée de Brouwer, Paris 1931.
(4) Antonio Livi, Presentazione, in Matias Augé, Un mistero da riscoprire: la preghiera, Paoline, Cinisello (Milano) 1992.
(5) Cfr Antonio Livi, Presentazione, in Enrico Maria Radaelli, Il mistero della Sinogoga bendata, Effedieffe, Milano 2002, pp. I–IX; Idem, Introduzione. Le disavventure di un filosofo cristiano, in Enrico Maria Radaelli, Romano Amerio. Della verità e dell’amore, Costantino Marco Editore, Lungro di Cosenza 2005, pp. VII–XXVIII; Idem, Prefazione, in Enrico Maria Radaelli, La Chiesa ribaltata. Indagine estetica sulla teologia, sulla forma e sul linguaggio del magistero di Papa Francesco, Gondolin Edizioni, Verona 2014, pp. I–XX.
(6) Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012. Vedi anche La verità in teologia. Discussioni di logica aletica a partire da “Vera e falsa teologia” di Antonio Livi, a cura di Marco Bracchi e Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014.

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    Di Matteo Matzuzzi 14 Gennaio 2017 ilfoglio.it CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO   I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori. Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il materiale presente su civitas.it è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di [...]

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    Suicidi da divorzio: le storie tabù degli adolescenti

    Di Benedetta Frigerio 15 gennaio 2017 lanuovabq.it CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO   I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori. Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il materiale presente su civitas.it è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di [...]

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