Parigi, Charlie Hebdo e l’intelligence

20 gennaio 2015 16:46 1 comment

Di Luciano Piacentini e Claudio Masci*

14 gennaio 2015

analisidifesa.it

L’attentato dell’8 gennaio 2015 alla sede ed agli esponenti del periodico Charlie-Hebdo, ha suscitato – come prevedibile – una serie di reazioni a catena che influirà sulle relazioni internazionali per un lungo periodo.

Una delle prime reazioni è stata in direzione dell’Intelligence, sottolineando ancora una volta il suo fallimento nel contrasto di un fenomeno che ormai da anni ha preso di mira diversi Paesi, e non più solo quelli cosiddetti “Occidentali”, come avveniva nel periodo della Guerra Fredda in cui l’esercizio della violenza al di fuori di regole internazionali unanimemente accettate (leggasi terrorismo), avveniva strumentalizzando opposte ideologie.

Altra reazione è stata quella emotiva che ha turbato le coscienze di leader politici e di gente comune, gli uni per aver trascurato il sottofondo politico che ispira il fenomeno di un terrorismo che, cadute le ideologie, strumentalizza la religione come chiave ideologia (terrorismo jihadista) e gli altri per aver creduto che una democrazia possa tranquillamente esorcizzare gli estremismi, senza l’applicazione e l’osservanza delle regole su cui la stessa si fonda.

Sentimenti ed emozioni che sono confluiti nella manifestazione internazionale avvenuta sulle strade di Parigi l’11 gennaio, ove tutti sono sembrati d’accordo nell’auspicare una UE più unita e sicura.

Per ultima, ma non ultima, quella prodotta quotidianamente dai talk show televisivi ove ognuno ha espresso le proprie idee, da quelle più concilianti a quelle più radicali, senza trascurare la solita simultanea contrapposizione verbale che impedisce ai telespettatori di comprendere le differenti opinioni per potersene formare una autonoma.

In queste circostanze, peraltro, non di rado sono stati utilizzati termini impropri per indicare i terroristi le cui gesta vanno poste al di fuori di ogni diritto se non si vuole distruggere lo Stato di Diritto ed il Diritto Internazionale finora codificato ed ampiamente condiviso.

Da un’analisi delle prime reazioni contro l’Intelligence si coglie l’evidenza che a fronte di estremisti conosciuti agli organismi di sicurezza di vari Paesi – ivi compresa la Francia, in quanto tali ed iscritti su “no fly list” (liste per il divieto di imbraco) – costoro nel recente passato hanno viaggiato e soggiornato tranquillamente in aree controllate da gruppi jihadisti, ritornando poi in patria a trascorrere normalmente la loro vita fino a quando non hanno deciso di compiere le loro gesta. Nel merito le leggi che tuttora governano la maggior parte delle democrazie, non permettono di perseguire le persone per le idee espresse ma solo per i fatti-reato commessi ed una volta scontata la pena possono essere sottoposti a vigilanza ma non a misure cautelari preventive se non ne ricorrono i presupposti.

La vigilanza, ovviamente riguarda numerosi soggetti e richiede almeno il triplo delle forze di sicurezza per attuarla. Inoltre, viene effettuata con mezzi tecnici (intercettazioni, localizzazioni, riprese foto-video, ecc.), che però non rivelano le reali intenzioni del soggetto controllato, se non nel momento in cui le mette in atto.

Occorre altresì aggiungere che la tecnologia moderna consente di individuare quasi in tempo reale eventuali documenti falsi o falsificati da utilizzare per entrare o uscire dai valichi frontalieri rendendo oltremodo difficoltosa la mimetizzazione dei potenziali terroristi fra le persone normali.

Questa criticità trova la sua naturale correlazione con la nuova metodologia del terrorismo jihadista – alimentato dalle teorie degli estremismi della Salafia, del Wahabismo e della Fratellanza Mussulmana – peraltro enunciata pubblicamente da Ayman al-Zawahiri nel settembre 2013, riportata su internet e sui media, in cui invita i giovani radicali a compiere attacchi “qua e la”, per colpire gli USA ed i loro alleati in casa loro, con attentati puntiformi e senza chiare direttive.

Fra le interpretazioni date a questi proclami è stata ritenuta probabile una regressione di al-Qaeda a causa di una carenza di strategia prima dettata dal carisma di Osama Bin Laden.

Ma il “concetto operativo” del nuovo leader di al-Qaeda, esperto di strategie destabilizzanti quale ex leader dell’ala rivoluzionaria dei Fratelli Mussulmani – che sostengono la conquista del potere colpendo all’interno i paesi arabi moderati e quelli occidentali che li aiutano – non conclama attentati con “effetto estetico” condotti dall’esterno ma attentati puntiformi, più destabilizzanti che creano allarmismo e panico, comportano l’adozione di costose misure di salvaguardia e sicurezza e rendono impossibile l’individuazione preventiva e la protezione di tutti i potenziali obiettivi degli attentati, quand’anche si vogliano stabilire delle priorità.

Per realizzare siffatta strategia non occorre una pianificazione centralizzata, non occorre finanziare e mantenere per un congruo periodo i soggetti reclutati fino al compimento dell’attentato, non occorrono documenti falsi o altri costosi supporti logistici.

È sufficiente far leva sul disagio delle nuove generazioni in Europa, in America e perfino in Asia, reclutando – tramite web o predicatori – giovani insoddisfatti e delusi, con aspettative frustrate, con difficoltà di inserimento o di integrazione nell’ambiente culturale in cui vivono, in crisi occupazionale, ecc., per convertirli all’islam radicale. Addestrarli sommariamente, dopo la conversione, nel corso di brevi e saltuari soggiorni in aree conflittuali – che raggiungono, passando per paesi terzi, con validissimi passaporti rilasciati dai rispettivi paesi di origine – e reinserirli poi nelle rispettive aree di provenienza con il compito di organizzare e compiere, in maniera autonoma o su ordinazione, azioni terroristiche.

È intuibile che uno dei fattori di potenza del terrorismo – mimetismo e sostegno della popolazione – con siffatta strategia viene esaltato al massimo delle sue capacità offensive ed è difficilmente individuabile e neutralizzabile con sofisticate strumentazioni tecniche.

Le esortazioni al-Zawahiri, inoltre, non erano rivolte solo ai giovani mussulmani di seconda o terza generazione, ma anche a quelli occidentali che, a fronte delle citate criticità esistenziali, ormai globalizzate e comuni a tutte le nuove generazioni, avessero deciso di abbracciare l’islam radicale, come soluzione dei loro problemi.

E solo ora si fa la conta dei soggetti partiti dai vari Paesi occidentali per andare a combattere in Siria nelle fila di Al Nursa, o in Yemen fra quelle di Al Qaeda nella penisola arabica, o in quelle di Al Qaeda nel Maghreb islamico ed infine in quelle dell’Islamic State dell’arena siro-irachena, che viene considerato un nuovo gruppo estremista, mentre non è altro che la diretta filiazione di al-Qaeda in Irak.

Il risveglio della consapevolezza di valori che la manifestazione sulle strade di Parigi ha inteso porre all’attenzione di tutto il globo, pur se ha trovato un altissimo consenso, ha però registrato sul web e sui media voci discordanti e non univoche, non solo fra soggetti di fede islamica ma anche fra gruppi e singoli elementi appartenenti alla cultura occidentale che in alcuni casi hanno inneggiato all’eccidio, in altri hanno criticato la satira feroce contro credenze religiose.

Certamente una minoranza dissenziente, specie se disoccupata, indigente, emarginata, frustrata e poco intelligente, ma è proprio da questa che trae alimento e protezione il terrorismo, sono questi gli ambienti in cui vengono ricercati e reclutati gli attentatori.

Inoltre i leader politici che lo presiedevano non hanno saputo o voluto dare ampio risalto al discorso – rivolto a studenti e clero islamico – pronunciato il 1° gennaio 2015 dal Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi presso l’Università di Al-Azhar del Cairo, centrale teologica dell’Islam sunnita, durante il quale fra l’altro ha sostenuto:

“È mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti nel mondo? No, è impossibile!» […]. «… il pensiero erroneo di cui ora si alimentano alcuni credenti islamici, è un’idea contrapposta all’islam autentico, fatto di testi e pensieri che noi abbiamo sacralizzato nel corso degli anni» […]. «Tutto ciò che vi dico non può essere compreso se rimanete intrappolati in questa mentalità. Bisogna fare un passo uscendo da se stessi, per essere in grado di osservare tutto ciò e rifletterci da una prospettiva più illuminata» […]. «Sto dicendo queste parole qui ad Al-Azhar, davanti a questa assemblea di studenti e ulema. L’onnipotente Allah possa essere testimone della vostra verità nel giorno del giudizio rispetto a quanto vi sto dicendo».
Iniziativa, unica nella storia degli ultimi decenni, a prescindere da qualsiasi dietrologia sulle probabili finalità ed i possibili sponsor, che va comunque raccolta e sostenuta per arginare quel pericolo di scontro di civiltà denunciato oltre 10 anni fa da Huntington.

Infine la protezione dello Stato di diritto e del Diritto Internazionale finora sancito, non si consegue usando linguaggi inappropriati perché si rischia di dare la patente di legalità a ciò che è stato stabilito come illegale. I terroristi non possono essere definiti combattenti di una guerra, ancorché “santa”, poiché questa definizione è giuridicamente attribuita ai “legittimi combattenti” così individuati dalle 4 Convenzioni di Ginevra del 1949 ed dai protocolli aggiuntivi del 1977. Il terrorismo non è assimilabile alla guerriglia perché si veste di un’ideologia laica o religiosa per raggiungere scopi politici utilizzando ogni forma di violenza, intendendo con essa ogni strumento coercitivo non regolato da norme – se lo fosse, sarebbe un uso legittimo della forza – attaccando non il dispositivo di sicurezza avversario ma la popolazione civile ed inerme.

Comunque a prescindere da sottigliezze giuridiche è umanamente inaccettabile definire “combattente” colui o coloro che nel corso di conflitti, ancorché giuridicamente definiti tali, uccidono vittime innocenti come bambini, donne e vecchi.

Nessuna delle religioni monoteiste, né tantomeno quella islamica autorizza – negli scritti e nella tradizione musulmana – idea di Jihad che consenta l’uccisione di uomini, donne e bambini innocenti, in base all’appartenenza a un’etnia, a una popolazione o a una fede religiosa.

Il problema di terrorismo non può essere risolto esclusivamente con l’uso legittimo della forza ma soprattutto con un sistema di valori che ridiano agli emarginati, ai diseredati ed ai disperati la dignità di uomini che hanno il diritto di vivere con il proprio lavoro senza essere ridotti all’indigenza o in schiavitù.

Ed i Valori che vanno posti alla base della civile convivenza sono: i comandamenti religiosi, la democrazia così come intesa dall’ateniese Pericle, lo “ius” romano che ha ispirato la legislazione di gran parte delle nazioni, la Magna Charta, l’Illuminismo che ha sancito la separazione tra Stato e Religione, la Rivoluzione americana che ha abolito la schiavitù, la Rivoluzione francese da cui sono nati gli Stati moderni, le democrazie parlamentari che sono alla base del mondo moderno e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo che ha salvaguardato la dignità umana.

Se non si condividono i valori sanciti da questo percorso storico, non sarà facile edificare una possibilità di convivenza, tanto meno d’integrare culture diverse, né di pervenire ad una convivenza di civiltà.

 

* Claudio Masci

Ufficiale dei Carabinieri proveniente dall’Accademia Militare di Modena, dopo aver assunto il comando di una compagnia territoriale – impegnata prevalentemente nel contrasto al crimine organizzato, è transitato negli organismi di informazione e sicurezza nazionali. Laureato in scienze politiche. Tra i suoi contributi: L’intelligence tra conflitti e mediazione , Caucci Editore, Bari 2010, The future of intelligence, 15 aprile 20122, Longitude, rivista mensile del MAE e Humint… questa sconosciuta.

Luciano Piacentini

Brevettato incursore, è stato Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano. Assegnato allo Stato Maggiore dell’Esercito, ha in seguito comandato il 9. Battaglione d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e successivamente ricoperto l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti “Folgore”. Ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico.

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