I dannati nell’inferno della Corea del Nord

26 gennaio 2015 08:21 3 comments

Di Anna Bono

9 dicembre 2014

lanuovabq.it

La Corea del Nord è il paese al mondo in cui i cristiani subiscono le peggiori forme di persecuzione. Merita da 12 anni il primo posto nella WorldWatch List pubblicata da Open Doors, l’organizzazione internazionale che da quasi 60 anni si prodiga in favore dei cristiani in difficoltà. Nell’elenco, che comprende 50 Stati ordinati in base all’intensità delle persecuzioni inflitte, la situazione in Corea del Nord è definita di gravità “estrema” (“assoluta”, nell’edizione italiana). Gli altri 13 Stati che nel 2014 sono indicati come responsabili di persecuzione “estrema” sono tutti a maggioranza islamica: a infierire sui cristiani sono le componenti integraliste, al potere, come in Sudan, oppure, come in Nigeria e in Somalia, organizzate in gruppi armati jihadisti.

Nella Repubblica popolare democratica di Corea – questo il nome del Paese che di democratico non ha proprio nulla – responsabile dell’intolleranza religiosa è invece il regime comunista, retto fin dal 1945 dalla dinastia del Kim, che guarda a tutte le fedi come ingerenze straniere, pericolose per la stabilità sociale e politica, e per questo infierisce sui cristiani in quanto soggetti “ostili”. La repressione è totale. Anche praticare la fede in privato, a livello personale, è reato. Le pene variano a seconda della gravità della colpa: vanno dalla detenzione in un campo di lavoro, per un periodo di tempo o a vita, alla morte tramite pubblica esecuzione, cui la popolazione è costretta ad assistere. Il fatto che anche i famigliari dei colpevoli possano essere incriminati e puniti, contribuisce a creare un crudele e ottenebrante clima di diffidenza e paura: i credenti hanno paura di parlare della loro fede anche con i parenti più prossimi.

Open Doors stima che da 50.000 a 70.000 cristiani siano internati nei campi di lavoro: dunque da un quarto a oltre un terzo di tutti i detenuti che, secondo il governo sudcoreano, sono 150.000 e, secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 200.000. Oltre ai campi di lavoro, sei in tutto, ci sono quelli di rieducazione, destinati principalmente ai famigliari di chi è stato condannato per qualche reato. È superfluo dire che ogni forma di critica e di dissenso, seppur minima, in Corea del Nord equivale a un atto di tradimento che, nel migliore dei casi, comporta il declassamento a una categoria inferiore e quindi un progressivo peggioramento delle condizioni di vita, fino a mancare dello stretto necessario per sopravvivere (la società coreana è composta di 51 categorie suddivise in tre classi: i cristiani si collocano nella 37esima, se protestanti, e nella 39esima, se cattolici).

Il passo successivo è la reclusione in un campo di lavoro: allora il degrado materiale e morale diventa terrificante. A raccontarlo con una sincerità che nulla risparmia al lettore è stato tra gli altri, nella maniera più dettagliata, l’unico nordcoreano nato in un campo di lavoro che sia mai riuscito a fuggire e a mettersi in salvo oltre i confini dal paese. Si tratta di Shin Dong-hyuk, 32 anni, la cui storia, raccolta dal giornalista Blaine Harden, è raccontata in un libro pubblicato in Italia nel 2014 dalla casa editrice Codice edizioni con il titolo Fuga dal campo 14, il campo da cui Shin Dong-hyuk è scappato. Terrificanti, si è detto, sono le condizioni materiali di vita descritte: cibo sempre insufficiente e di pessima qualità, spaventosa mancanza di igiene, abiti del tutto inadatti a proteggere dal clima, indossati senza biancheria intima finché cadono a pezzi, logori e incrostati di sudiciume, per letto pavimenti gelati e poi giornate di lavoro interminabili nelle miniere, nelle fabbriche e nelle fattorie, sotto la sorveglianza di guardie brutali.

Ma quel che più ancora sconvolge, nella testimonianza di Shin, è la miseria morale, la solitudine affettiva totale, i livelli di crudeltà, corruzione, perfidia disumanizzanti che rendono spietati tutti, carcerieri e detenuti. Dalla nascita fino alla fuga all’età di 23 anni, Shin ha ignorato il significato di parole come amore, speranza, carità, fiducia, se mai le ha sentite pronunciare da qualche carcerato nato fuori dal campo. L’uomo e la donna che lo hanno generato erano stati accoppiati per decisione dei responsabili del campo dove, se no, avere rapporti sessuali era proibito e punito con la morte. Non hanno mai formato una famiglia: estranei per tutta la vita, tenuti separati, senza una casa in cui vivere, malgrado la nascita di Shin e di un altro figlio, salvo considerarli parenti allorché uno di loro commetteva una infrazione, ma solo per punirli tutti.

Nel padre, nella madre e nel fratello, né più né meno che in tutti i suoi compagni di scuola prima e poi di lavoro, Shin ha visto soltanto dei concorrenti nella disperata lotta quotidiana per sfamarsi tanto da non morire e per schivare i castighi e i compiti più gravosi, sempre temendo di fare le spese di qualche loro errore o di esserne denunciato, a torto o a ragione, per qualche infrazione, come lui stesso ha fatto più volte per ingraziarsi i suoi aguzzini. Nel campo – ha scritto Blaine Harden – «Dio non era né morto né scomparso, Shin semplicemente non lo aveva mai sentito nominare».

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