Il relativismo disumanizza l’uomo

31 gennaio 2015 07:31 5 comments

Di Alessandro Benigni

20 gennaio 2015

pro21.altervista.org

Il Relativismo contemporaneo, come quello antico, pretende di discutere tutto. Il Nichilismo si spinge oltre, pensando di poter negare ogni valore. Ma una volta messa in discussione l’assoluta sacralità e dignità della vita umana, tutto diventa possibile. Anche l’orrore. Se i confini tra bene e male da assoluti diventano relativi, ogni opzione diventa prima o poi legittimamente ipotizzabile, quindi, realizzabile. La storia del Novecento, neanche tanto lontana, dovrebbe averci insegnato qualcosa in merito. Eppure la nostra civiltà “post-moderna” sembra ancora una volta ipnotizzata dal Relativismo e dalla tentazione nichilista che da esso inevitabilmente deriva. A ben vedere, proprio questo è uno dei primi risultati della filosofia postmoderna: un generale movimento di pensiero e di sentire comune che si caratterizza per il radicale scetticismo verso le semplici opposizioni binarie che sono alla base di ogni visione etica della vita, prima delle quali la contrapposizione assoluta tra bene e male.

L’incapacità di riconoscere come evidente questa opposizione è così uno dei risultati, forse il primo risultato, del Relativismo e del Nichilismo contemporanei. Non a caso Benedetto XVI ha particolarmente insistito su questo tema nodale – e non solo per gli uomini di fede ma per la civiltà europea nel suo complesso.

***

L’avversione moderna per qualsiasi fondazione, per qualsiasi struttura immutabile, per qualsiasi verità, è ancora più chiara ed evidente quando si prende coscienza dell’attacco che la famiglia è oggi costretta a subire.

Tale presa di coscienza appare oggi ostacolata dall’ideologia, dal pensiero dominante, dal diffondersi dei luoghi comuni, degli slogan, dall’incapacità di distinguere tra sano pluralismo e relativismo avvelenato.

Mentre il pluralismo contempla la possibilità di cercare un Bene comune, sia pure partendo da posizioni storiche, culturali e sociali diverse, il Relativismo afferma che non c’è nessuna verità etica e morale assoluta, vincolante per la coscienza sociale o individuale. Allo stesso modo, si confondono laicità e laicismo, rendendo sempre più arduo un corretto rapporto tra un’etica socialmente condivisa ed i valori morali fondati sulla fede religiosa.

Così, a fare le spese di questo generale arretramento, non sono solo le distinzioni tra bene e male, ma anche tutte le strutture che su tali distinzioni si fondano.

Prima fra tutte, appunto, la famiglia.

La famiglia è infatti una struttura-strutturante: il luogo in cui primariamente si incontra il Sacro.

E non è certamente un caso che la famiglia sia attaccata al di fuori dell’ambito dialettico e che anzi il dibattito venga sempre più spostato al livello dell’emotività istintuale, dei luoghi comuni, quando addirittura non palesemente sottoposto alla coercizione del pensiero unico dominante.

Vengono in mente le parole di Spengler: «Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale». (Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente)

Non è questa la nostra odierna convinzione di fondo? Ma come siamo arrivati a questa fede nel nulla? Non certo con la dialettica razionale. È infatti questo uno dei paradossi più evidenti del

Relativismo e del Nichilismo oggi dominanti: per diffondersi, devono essere imposti.

***

Dal punto di vista dialettico, Relativismo e Nichilismo sono intrinsecamente contraddittori e pertanto non stanno in piedi: per questo hanno bisogno della violenza per diffondersi, diretta o indiretta che sia, poco importa.

Il Relativismo afferma infatti che non esiste una verità assoluta e finisce così inesorabilmente con l’affermare ciò che nega, proprio nella misura in cui pretende esso stesso di porsi come una verità.

Per il Nichilismo d’altro canto nulla ha valore, niente ha una sua consistenza ontologica: né i valori tradizionali, né la famiglia, né la conoscenza, né i valori della fede, né l’amore e nemmeno la vita stessa. Ma in questo modo anche il Nichilismo finisce con lo svalutare e con il negare se stesso, proprio nella misura in cui si propone come un valore, come un sistema di conoscenza, come una fede (sia pure nel nulla): se nulla ha valore, nemmeno il Nichilismo vale qualcosa e pertanto dev’essere rigettato.

La povertà concettuale del Relativismo e del Nichilismo rende in definitiva queste due teorie inconsistenti proprio là dove cercano di fondare la validità assoluta in qualcosa che non la possiede: nei fatti.

È così evidente che difendere la famiglia significa oggi difendere il pensiero ed il sentire comune dal Relativismo e dal Nichilismo che ci ha profondamente infettati.
Per uscire dal piano inclinato della falsa razionalità post-moderna non sarà inopportuno richiamare alla memoria quando fino dall’inizio della storia del pensiero occidentale i grandi maestri hanno obiettato al Relativismo, a partire da Aristotele, che accusava Protagora e i Relativisti di contraddirsi, obiettando che se davvero l’uomo fosse misura di tutte le cose non ci sarebbe alcun criterio per distinguere il vero dal falso (Metafisica, 1062 b 14). I relativisti inoltre, secondo Aristotele, «[…] osservando che tutta quanta la natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cambia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cambiamento. Da questa considerazione germogliò l’opinione che tra quelle da noi esaminate è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraclito, opinione che è stata sostenuta da quel Cratilo, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta!» (Metafisica, 1010 a 12).

Siamo dunque ancora a questo punto originario: la tentazione di credere che in fondo non esistano verità assolute e che l’essere sia un nihil, un nulla. Tanto da poterlo manipolare o anche distruggere, perché no, come si vuole.

Di questa deriva era perfettamente consapevole Benedetto XVI, che aveva anticipato gli effetti antropologici e sociali di questa rinnovata fede nel Relativismo nichilista: «Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il “matrimonio di prova”, fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo. Proprio da qui diventa del tutto chiaro quanto sia contrario all’amore umano, alla vocazione profonda dell’uomo e della donna, chiudere sistematicamente la propria unione al dono della vita, e ancora più sopprimere o manomettere la vita che nasce». (Papa Benedetto XVI, Messaggio per la celebrazione della XLV Giornata Mondiale della Pace).

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