Essere! Questa è la risposta

3 febbraio 2015 16:39 4 comments

Di Fabio Bartoli

lafontanadelvillaggio2.wordpress.com

Articolo apparso sul quotidiano “La Croce” il 28 Gennaio 2015

«Non esistono cose sbagliate, ma solo modi sbagliati di usare le cose. […] Si possono avere cattive intenzioni riguardo a cose buone; e le cose buone, come il mondo e la carnalità, sono state travisate da una cattiva intenzione che si chiama diavolo. Ma il diavolo non può rendere cattive le cose; esse restano com’erano il giorno in cui sono state create. L’opera del cielo è stata soltanto materiale: la creazione di un mondo materiale. L’opera dell’inferno è soltanto spirituale». (Da San Tommaso d’Aquino, Lindau 2008, 109-110)

Che cos’hanno in comune un gentiluomo inglese vissuto in epoca vittoriana e un frate domenicano italiano vissuto nel tardo medioevo? Molto se il gentiluomo inglese è il gigantesco e vulcanico G.K. Chesterton e il frate domenicano è “il bue muto di Sicilia”, San Tommaso d’Aquino.

Entrambi hanno dedicato tutta la vita a combattere l’insidia sottile dell’idealismo (che Tommaso chiamava Platonismo), entrambi sono stati innamorati della realtà contro il nichilismo (rappresentato nel Medioevo dalle eresie di Catari e Albigesi), entrambi hanno combattuto aspramente il relativismo (che all’epoca di Tommaso si chiamava Nominalismo).

Nel suo linguaggio immaginifico così GKC traduce il noto assioma tomista «nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu» (Non c’è nulla nell’intelletto che non sia stato prima recepito attraverso i sensi)

«I teologi si erano in certo qual modo irrigiditi in una sorta di alterigia di derivazione platonica, in quanto si ritenevano I possessori di verità squisitamente interiori, inviolabili e inalienabili, come se nessun elemento della loro sapienza avesse radici altrove nel mondo reale. A questo punto la prima cosa che fece l’Aquinate fu dire a questi fondamentalisti della trascendenza qualcosa che suonava pressappoco così:
È ben lungi da un povero frate mettere in dubbio che voi abbiate nella testa degli splendidi diamanti la cui forma risponde alle più perfette regole della geometria, che rifulgono di luce celestiale, e che sono tutti lì, prima ancora che voi cominciate a pensare, per non dire vedere, udire o percepire. Ma non mi vergogno a dire che la mia mente è guidata dai sensi, che gran parte di ciò che penso lo devo a ciò che vedo, odoro, gusto o tocco e che, a mio modo di pensare, mi sento costretto a considerare reali queste realtà». (Op. Cit. p. 28)

Narra un aneddoto che, professore a Parigi, Tommaso iniziasse le sue lezioni di ontologia posando una mela sulla cattedra e dicendo: “Questa è una mela. Chi non è d’accordo può anche uscire”. A Chesterton sarebbe piaciuto molto un esordio così spettacolare. Questo atteggiamento dice che la conoscenza è innanzitutto un atto di umiltà, di venerazione quasi, verso una realtà che ci precede e che non è nella nostra disponibilità.

Da qui l’idea, comune ad entrambi, ma sconcertante in questo tempo nichilista, che la realtà è sempre buona in se stessa:
«Essere cristiano significa credere che la divinità o la santità non siano in antitesi con la materia o con il mondo dei sensi». (Op. Cit. 39)

Da qui la valutazione positiva, molto positiva, della corporeità e dell’umano, mentre l’idealismo con la sua pretesa di far corrispondere il corpo ad una astrazione finisce con il disprezzare il corpo concreto, reale.

Ne abbiamo mille prove: dalla nuova idolatria della bellezza (che genera come contrappasso anoressia e bulimia) all’eutanasia, che altro non è che il rifiuto del corpo quando gli è diventato impossibile corrispondere a certi standard imposti dal pensiero dominante, allo strisciante ritorno dell’eugenetica (oggi praticata attraverso l’eliminazione degli albini o dei down)

Se l’essere ci precede, se non c’è nulla nell’intelletto che non sia stato prima recepito attraverso i sensi, allora la conoscenza è sempre una ri-conoscenza, nel duplice senso che è un riconoscere qualcosa che esiste prima di noi, e che deve suscitare in noi una gratitudine, perché nulla poteva obbligare l’essere ad essere, il che ultimamente significa che tutto è dono. Come scrive GKC in “Ortodossia” ognuno di noi è “un grande avrebbe-potuto-non-essere”.

Non per nulla «il dogma della Creazione è costantemente presente in tutte le opere di San Tommaso» (Op. cit. 84) tanto che si potrebbe definire sostanzialmente il tomismo, come anche il Chestertonismo del resto, come un inno alla Creazione.

«Nessuno può capire la filosofia tomista, e neanche la filosofia cattolica, a meno che non si renda conto che la sua parte fondamentale è la lode alla Vita, la lode all’Essere, la lode a Dio in quanto creatore del mondo». (Op. Cit. 107)

Questa riconoscenza per l’essere, il meravigliato e grato stupore per la magia di esistere, è la chiave per interpretare sia il tomismo che il pensiero chestertoniano. Da qui il convincimento di entrambi che il mondo è bello in sé, che la realtà è buona in sé. Da qui l’incrollabile ottimismo, la fiducia spontanea di bimbo che li ha guidati entrambi attraverso tempi assai travagliati. Da qui la grande lezione che da entrambi dobbiamo imparare per il nostro tempo.

«(S. Tommaso) credeva con convinzione granitica nella vita, e anche in qualcosa che poi Stevenson definì il grande teorema della vivibilità della vita. Se pare che un morboso intellettuale rinascimentale abbia detto “Essere o non essere: questo è il problema”, il grosso erudito medievale risponderebbe quasi certamente con voce tonante: “Essere, questa è la risposta”». (Op. Cit. 114-115)

Anche l’epoca di Tommaso fu un’epoca nichilista in cui prevaleva la cultura dello scarto o della morte, basta pensare alle cupe eresie del tempo, al rifiuto della vita che contraddistingueva Catari e Albigesi. Di fronte ad una falsa spiritualità basata sul rifiuto del corpo e della vita, la fede e la filosofia di Tommaso si ergono quasi solitarie
«nel dichiarare con vigore che la vita è una storia viva, con un inizio e una fine grandiosi. Affonda le sue radici nella primordiale gioia di Dio e si realizza nella felicità ultima del genere umano». (Op. Cit. 117)

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