La Coscienza, tra libertà e rinuncia in Joseph Raztinger

12 febbraio 2015 20:22 6 comments

Di Ylenia Fiorenza – Presidente Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger”, Campobasso

11 febbraio 2015

“Ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice”.

Sono le parole di Benedetto XVI pronunciate nella Declaratio dell’11 febbraio del 2013.

Sono trascorsi due anni da questo evento, unico nella storia della Chiesa, che ha commosso e interessato tutto il mondo e sicuramente lascia aperti gli interrogativi sull’immediatezza con cui il Papa Emerito Ratzinger comunicò la sua irrevocabile decisione.

Per ricordare questo anniversario e ripercorrere i momenti più incisivi del pontificato di Benedetto XVI, il Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger”, ha organizzato una tavola rotonda pubblica per soffermarsi su questo tema: “La Coscienza, tra libertà e rinuncia in Joseph Raztinger”.
La figura del Papa eremita sta assumendo sempre più un rilievo ed una autenticità del tutto particolare. Il suo ritiro dal mondo pubblico, la rinuncia al soglio pontificio rappresentano una scelta,

un esercizio della propria libertà, seppure estremo, meditato durante quella che si può definire “la notte oscura” del Papa, che denunciò con coraggio “la sporcizia nella Chiesa”.
Ecco perché non è proprio esatto spiegare l’abdicazione di Benedetto XVI come fossero state semplici “dimissioni”, come una consueta prassi di congedo da un incarico e come il rifiuto occasionale di una realtà. La rinuncia coinvolge, di fatto, tutte le facoltà della persona, quali: l’ascolto interiore, quindi, la ragione, il cuore, il corpo, l’intera dimensione soggettiva, la coscienza di chi rinuncia. Perché essa è un’intima celebrazione di volontà, riportata poi come atto esteriore.

Se si considera poi la grandezza di pensiero di quest’uomo, la sua alta spiritualità, risulta evidente che si è trattato di una vera e propria “consegna”, di una “resa” davanti al volere di Dio. Non può essere giudicata come una “fuga”, dunque, né tantomeno come “costrizione” o “rifiuto” o “sublimazione”. Attraverso questa rinuncia, messa in atto inaspettatamente da Ratzinger, si è compiuto piuttosto, con attualità e un’incarnazione così disarmante del Vangelo, il distacco ultimo e possibile dal proprio io, per farsi tutto di Dio. Perché conquistato da quel Dio che, secondo Ratzinger, “continua a nascondere, la Sua potenza sotto i panni dell’impotenza”.

Viene in mente l’immagine biblica del corteggiamento appassionato di Dio verso le sue creature che avviene sempre nel deserto. Benedetto XVI fu attirato lì, nel luogo del “patto definitivo” per eccellenza. È in quel silenzio che Dio adagiò la sua risposta nel cuore di Ratzinger, come nei giorni della sua giovinezza. (cfr Os 2,16-17). Con questo richiamo all’esperienza della tenerezza divina, stando alla necessità di questo spazio teologico, dell’intimità con Dio, Ratzinger, non poco tempo fa, denunciava che, nel mondo d’oggi, sono tante le forme di deserto: “Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”.

Da queste sue parole viene fuori l’aspetto profetico del coraggio della verità, che trova il suo senso compiuto alla luce dell’incontro con Colui che è l’immagine perfetta dell’eccedenza di Dio: Cristo. La coscienza, nell’esempio di Ratzinger, nel suo annuncio di rinuncia, si è fatta accesso al dono, dove Dio continua a volgere il Suo sguardo “sull’umile!” (cfr Is 66, 2) e a venire “senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà”.

Il termine “rinuncia” rivela, infatti, significati come “distacco”, “deserto interiore”, “abbandono”, “abbassamento”. Esplicitazioni che rimandano ad una profondità sconvolgente, ad un’obbedienza che potremmo dire “cristica”, perché fa spazio allo scandalo della Croce, presa completamente, in tutta la sua violenza d’amore, senza più appoggi, sulle proprie fragili spalle. Il “rinunciare” coincide con la parola greca “kénosis”, che sta per “farsi ultimo”, per lasciarsi “umiliare”. Non è che la dimensione che Cristo assunse nella sua carne umana, scegliendo di diventare “servo”, e porta allo svuotamento, esige cioè, come attuazione della sua missione, la rinuncia al suo stato d’incondizionato privilegio, essendo Lui stesso Dio.

Questa osservazione, intende richiamare il culto della promessa divina nell’impresa eroica di chi rinuncia, di chi si decentra e vive l’esperienza mistica dell’amore folle di Dio. Come Ratzinger che, con la sua mitezza, “provoca” tutti coloro che, nella vita e nella gestione del potere, si considerano autosufficienti e restano perciò sordi di fronte al grido delle notti buie del mondo, che vuole fare a meno di Dio e scatena le sue potenze contro l’uomo. Ecco come una libera scelta umana ritrova il suo fulcro, il fondamento divino e si limita a testimoniare con la propria piccolezza che “l’amore è in grado di tenere testa alla morte, di vincerla – scrisse lo stesso Ratzinger – in tutte le sue forme, perché gli uomini che si affidano a lui, trovano la salvezza di là da se stessi e, in tale salvezza, se stessi”.

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Qui il servizio (minuto 17:50) su TGR Molise del 12 febbraio 2015

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