In Gesù Cristo il nuovo umanesimo

17 febbraio 2015 09:51 17 comments

S.E. Card. Angelo Bagnasco

Montesilvano (PE), 6 febbraio 2015

Convegno regionale Abruzzo–Molise

Introduzione

Sono particolarmente contento di prendere parte a questo Convegno regionale, promosso dalla Conferenza Episcopale Abruzzese e Molisana: ringrazio i confratelli Vescovi, a partire dal loro Presidente, S.E. Mons. Tommaso Valentinetti, per l’invito.

Un saluto a ciascuno di voi, provenienti dalle 11 diocesi di questo territorio per vivere insieme tra voi e con i vostri Pastori – due intense giornate, rivolte ad avvicinare e approfondire la tematica proposta del Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

È un bel segno che abbiate affrontato le difficoltà legate alla distanza geografica e alla stagione invernale per essere qui! Come considero felice nella sua concretezza la scelta degli organizzatori – guidati da S.E. Mons. Pietro Santoro – di intercalare le riflessioni con la presentazione di esperienze di umanesimo praticato nel territorio. C’è una ricchezza silenziosa e feconda nelle nostre parrocchie, associazioni e movimenti; ci sono molteplici iniziative di carità operosa, di cultura e di arte, che sono nate e che sono espressione di una tradizione cristiana che ha contribuito in maniera determinante al bene comune delle persone e di questo Paese. È una storia viva, che il Convegno di Firenze ci provoca ad assumere con rinnovata consapevolezza.

Nel presentare la Traccia, che accompagna le nostre Chiese a questo appuntamento decennale, mi piacerebbe riuscire a valorizzare l’icona biblica che avete voluto prendere come filo conduttore del Convegno – “Non abbiamo che cinque pani” – a significare la disponibilità con la quale vi aprite al confronto verso le sfide del nostro tempo, a volte davvero grandi e drammatiche, per costruire un nuovo umanesimo cristianamente ispirato.

Il contesto

“Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta” (Lc 9, 12): le parole dei Dodici a Gesù ci consegnano una moltitudine bisognosa del calore di una casa e di un solido nutrimento; una moltitudine che tra l’altro, specifica il Vangelo, si trova in una zona desertica.

Credo sia sotto gli occhi di tutti come in moltissimi ambiti della vita familiare e sociale in questi anni siano venute affermandosi proposte e soluzioni disumanizzanti, che hanno fatto veramente il deserto.

Nel recente viaggio nel Sud-est asiatico il Santo Padre non ha esitato a parlare di “colonizzazioni ideologiche”, che riguardano innanzitutto la famiglia, alle quali il popolo è chiamato a opporsi, a saper dire di no. In maniera esplicita, Papa Francesco ha affermato: “La famiglia è minacciata dai crescenti tentativi di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita”. È colonizzazione ideologica, ha aggiunto, quella che si serve dei bisogni di un popolo per imporre, uniformare e sfruttare.

Anche in questo caso, il Papa non è rimasto nel vago ma ha raccontato un episodio di cui è stato testimone. Nella sua diocesi – ha ricordato – la concessione di un prestito per costruire delle scuole per i poveri era stata subordinata a una precisa condizione: che “nelle scuole ci fosse un libro per i bambini (…) preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. (…) Questa è la colonizzazione ideologica – ha spiegato il Santo Padre –: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuole cambiare una mentalità o una struttura. (…) Prendono il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e rafforzarsi per mezzo dei bambini”.

Non è quanto, in un certo modo, sta accadendo anche da noi?

Nel Consiglio Episcopale Permanente svoltosi la scorsa settimana, proprio per introdurci nello spirito del Convegno di Firenze, come Vescovi ci siamo chiesti di quale uomo oggi si sta parlando nelle sfere della politica e della stessa Unione europea: è l’uomo segnato da dignità e trascendenza o è quello semplicemente economico?

È soggetto oppure oggetto che a parole viene enfatizzato, ma che di fatto viene usato?

Non siamo forse in presenza di una nuova forma di colonizzazione che intende capovolgere l’alfabeto dell’umano e ridefinire le basi della persona e della società?

Proviamo a riflettere: si parla di persona, ma più che concepirla come un essere in relazione con gli altri, la si riduce a individuo sciolto da legami etici e sociali, perché l’unica cosa che conta pare sia diventata la libertà individuale assoluta.

Allo stesso modo, si dice famiglia, ma sì pensa a qualunque nucleo affettivo a prescindere dal matrimonio e dai due generi.

Ancora: si parla dei figli, ma come se fossero un diritto degli adulti e un oggetto da produrre in laboratorio, anziché un dono da accogliere.

In Europa si vuole far dichiarare l’aborto come un diritto fondamentale così da impedire l’obiezione di coscienza, e si spinge perché sia riconosciuto il cosiddetto aborto “post partum”!

A parole si afferma la qualità della vita, ma in realtà la si concepisce come efficienza e produzione, anziché come rete di relazioni di giustizia e di solidarietà. Così, si discute sulla malattia e sulla morte come qualcosa che deve essere a nostra disposizione, e non invece nella prospettiva per cui la salute di ogni cittadino interessa il bene comune.

È con questo deserto che oggi noi ci misuriamo. Un deserto nel quale per molti si è inaridita la speranza e la stessa voglia di vivere.

Il mondo occidentale ha svuotato la coscienza collettiva di valori spirituali e morali soffocandola di cose, ma non di bene, di verità e di bellezza. E non è difficile immaginare che pure dietro a certe orribili manifestazioni di fondamentalismo, che vedono anche giovani occidentali arruolarsi in eserciti di morte, ci sia proprio anche questo vuoto.

Una speranza certa

Ecco allora l’attualità di un tema, che a prima vista potrebbe suonare astratto: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. Il Convegno di Firenze vuol essere – dentro ad una visione fondativa – un laboratorio di riflessione e di esperienze, un racconto tra comunità, una messa in comune di prospettive, speranze, impegni.
Muove dalla rinnovata consapevolezza che Gesù si è fatto uomo ed è venuto per salvare l’uomo, per costruire l’umanità e liberarla dalle sue schiavitù. L’intento è quello di far ritorno al Signore, sorgente della luce, per capire nuovamente chi è l’uomo, chi siamo noi, e riverberare questa luce anche sui nostri contemporanei.
Dall’incontro vivo con Gesù nasce la vita buona. E un incontro che avviene nella Chiesa, non a prescindere dalla Chiesa o al di fuori di essa. Riaffermiamo questa convinzione senza alcuna presunzione o chiusura egoistica: semplicemente – e senza escludere che la grazia di Dio possa servirsi anche di altre strade – è nella Chiesa, la nostra casa, che è data la possibilità di vivere l’incontro con Lui e di crescere in un rapporto di fiducia, alimentato con la costanza e la fedeltà ai sacramenti e alla vita comunitaria.
È questa appartenenza, fratelli, che ci aiuta a fuggire la tentazione sterile che illude di poter bastare a se stessi; è questa esperienza ecclesiale, che ci aiuta a invertire le logiche disumanizzanti e ci rende disponibili a condividere con generosità quanto abbiamo: il nostro tempo, le nostre risorse – economiche e, prima ancora, valoriali – diventano pane che fiorisce nella carità.
Una carità che sfama l’uomo, ogni uomo. E rinnova il tessuto della vita sociale.

Cinque pani, cinque vie

Il Convegno di Firenze vuoi essere l’occasione che ci aiuta a leggere e a verificare nella chiave dell’autentico umanesimo le esperienze concrete già in atto nelle nostre diocesi come nelle diverse realtà ecclesiali; ci pone, inoltre, in dialogo con quanti – al di là della stessa appartenenza religiosa – sono interessati a un confronto serio e onesto sui fondamenti.
Puntano a questo anche le cinque vie, le “cinque operazioni” suggerite con altrettanti verbi dalla Traccia: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare. Vogliamo che il dinamismo insito in queste dimensioni ci aiuti a riscoprire una pastorale che, partendo da Gesù Cristo, ponga la persona al centro del proprio agire.
Se volete, sono i nostri cinque pani che, messi con fiducia nelle mani del Signore, sfamano veramente tutti.

Uscire: è un’indicazione che torna puntuale nell’insegnamento del Santo Padre. In fondo, è l’invito pressante a riscoprirci Chiesa missionaria, che si rende presente li dove l’uomo vive, ne sa scoprire e valorizzare i tanti gesti di umanità e li illumina con la proposta del Vangelo. Si esce con il tesoro del proprio bagaglio di fede, tradizione e cultura, disposti a confrontarlo e a condividerlo. È il pane, mi verrebbe da dire, della testimonianza vissuta: testimonianza umile, serena e convinta, che cresce nella reciprocità.

Annunciare: La Traccia, citando l’immagine evangelica che descrive la gente come “pecore senza pastore”, evidenzia il bisogno che c’è di “parole e gesti che, partendo da noi, indirizzino lo sguardo e i desideri a Dio”. È l’ambito della “testimonianza annunciata”, generata dalla fede; è il pane della Parola di Dio e della catechesi per comunità ecclesiali che non rinunciano ad annunciare il Vangelo anche in un contesto pluriculturale e plurireligioso come l’attuale.

Abitare: questa via ci ricorda come la proposta ecclesiale si configuri come presenza viva nel tessuto dei nostri paesi e delle nostre città. Pensiamo a quella forma di Chiesa che vive tra le case della gente che è la parrocchia; e pensiamo anche a tutte quelle realtà educative, assistenziali e caritative che sono fiorite sul territorio in risposta a bisogni primari dell’uomo, assunti nella luce dell’esperienza cristiana. Sono “luoghi” che rafforzano i legami sociali: molti di voi l’hanno toccato con mano nei gesti di vicinanza e di aiuto seguiti al terremoto. In questo pane c’è la responsabilità del bene comune, della difesa della vita dal concepimento al suo naturale tramonto, della promozione dei diritti umani e della custodia del creato.

Educare: è la prospettiva che come Chiesa che è in Italia abbiamo assunto per il decennio in corso, convinti come siamo che l’educazione rimane il compito più urgente; come tale, questa via è trasversale a tutte le altre. Questo pane è “cucinato” innanzitutto dalla famiglia e, quindi, dalla scuola; rinvia al “primato delle relazioni”, al “recupero della dimensione fondamentale della coscienza e dell’interiorità nella costruzione dell’identità della persona umana” (dalla Traccia). Interpella soprattutto gli adulti: “Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima (…). L’educatore compie il suo mandato attraverso l’autorevolezza della sua persona. Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza, ma si acquista soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale” (Educare alla vita buona del Vangelo, n. 29).

Trasfigurare: è il pane della preghiera, della liturgia e dei sacramenti. Questa via ci ricorda come il nuovo umanesimo nasca e si radichi nella storia e nell’umanità a partire da quel suo cuore pulsante di amore e di vita nuova che è l’Eucaristia. Soltanto nell’incontro con il Signore Gesù possiamo superare quel senso di inadeguatezza e di impotenza che sorge di fronte ai problemi, alle necessità e alle chiusure di cui siamo testimoni nella vita di ogni giorno. Sì, non abbiamo che cinque pani e due pesci, ma sappiamo che la forza non ci viene semplicemente dai mezzi umani e dalle iniziative che sappiamo metter in campo, ma dal dono eucaristico, pane spezzato per la salvezza di tutti.

Mentre vi auguro un buon incontro, vi saluto lasciandovi l’indicazione conclusiva della Traccia: “Il Vangelo si diffonde se gli annunciatori si convertono”. Esprime anche la mia fiducia nei vostri confronti. Potrete, allora, come nell’episodio evangelico, far ritorno alle vostre case con 12 ceste piene di fede nel Signore Gesù e di rinnovata comunione ecclesiale così da poter essere nei diversi ambienti di vita testimoni di autentica umanità.

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