Il santo degli sconfitti. Ecco la vera eredità di Wojtyla il grande

3 aprile 2015 07:00 3 comments

Di Marcello Veneziani

4 febbraio 2015

marcelloveneziani.com

Predicò in un mondo e in un tempo in cui Dio si è ritirato, la cristianità presa a morsi e rimorsi dal nichilismo gaio e dall’ateismo pratico, dai propri complessi di colpa e dal fanatismo islamico.

A tutti i papi era accaduto di fronteggiare pagani e musulmani, eretici e satanici, miscredenti e carogne, a volte anche interni alla Chiesa. Ma non era mai accaduto di dover fronteggiare oltre i suddetti anche un deserto così esteso e profondo d’indifferenza, cinismo e ironia. La sua lunga lotta contro l’Allegra Disperazione dell’Occidente fu coronata da un magnifico insuccesso. È stato il papa dell’Europa che si unisce e tramonta, del comunismo sconfitto da un altro materialismo e del riarmo islamico. Mai un papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato. Il pensiero debole del relativismo dispone di poteri forti; il pensiero forte di Wojtyla aveva invece poteri fragili, la parola e la Croce.

Giovanni Paolo II testimoniò la grandiosa sconfitta del cristianesimo nella vita quotidiana. Ebbe un ruolo straordinario sul piano storico, contribuendo come nessuno a mutare assetti; ma raccolse uno straordinario insuccesso sul piano etico e religioso, perché i suoi appelli furono elusi e delusi, alla difesa della morale e della famiglia, alla fede e alle radici cristiane dell’Europa. Un vinto. Come Cristo, del resto. Lui fermò l’onda del Concilio Vaticano II, ma senza tornare indietro, alla Chiesa preconciliare.

Il papa non abbracciò l’idea di uno scontro di civiltà e di un conflitto religioso con il fanatismo islamico. Secondo Wojtyla la prima minaccia all’occidente e alla cristianità non proviene dall’esterno, ma dall’interno. La stessa caduta del comunismo a cui il papa contribuì in modo decisivo, non fu letta solo come la vittoria dei valori di libertà e dignità umana ispirati dal cristianesimo: ma come il passaggio, denunciato più volte dal Papa e da Solzenicyn, dall’ateismo ideologico del comunismo all’ateismo pratico delle società capitaliste. Per il Papa il nemico principale della cristianità non è il fondamentalismo delle fedi altrui ma il relativismo etico del nostro occidente, la scristianizzazione. Giovanni Paolo II denunciò il tradimento dell’Unione Europea verso la civiltà cristiana. L’Europa unita che volta le spalle alle radici cristiane ed inclina verso quel relativismo etico che la porta a riconoscere legittimi l’aborto, l’eutanasia, le manipolazioni genetiche, le famiglie gay, i matrimoni provvisori, la liberazione sessuale e la contraccezione.

Ci fu un effetto Wojtyla anche sull’Italia. Sotto il suo pontificato finì l’era della Democrazia cristiana; il papa polacco spense il collateralismo politico della Chiesa e generò un interventismo diretto della Chiesa sui temi civili, famigliari e morali che toccano la vita e i principi cristiani. Finì, con l’era Wojtyla, la delega ai partiti; il mondo cattolico da allora esprime direttamente le proprie posizioni, senza la mediazione del partito. Semmai sono i partiti e le coalizioni a cercare di intercettare le istanze della Chiesa e dei cattolici. Ricordo quando il papa entrò nell’aula di Montecitorio come un apostrofo bianco galleggiante nel blu istituzionale dei poteri civili. Lui curvo per malanni, loro curvi per deferenza. La chiave del suo discorso in Parlamento fu la tradizione, a cui si riferì più volte: «Il patrimonio di valori trasmesso dagli avi», l’impossibilità di comprendere l’Italia e l’Europa «fuori da quella linfa vitale costituita dal cristianesimo», la necessità di «fondare la casa comune europea sul cemento di quella straordinaria eredità religiosa, culturale e civile che ha reso grande l’Europa nei secoli», «le tracce gloriose che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo italiano », il richiamo alle testimonianze d’arte e di bellezza fiorite in Italia nel nome della fede, al diritto naturale e al sentire comune tramandato; infine il suo appello agli italiani a «continuare nel presente e nel futuro a vivere secondo la sua luminosa tradizione». Un grande discorso che dista anni luce.

Nel suo libro-testamento «Memoria e Identità», risuona l’antico messaggio di Dio, patria e famiglia; c’è la difesa dell’amor patrio e della nazione, la lingua e le tradizioni, la natura e la cultura dei popoli; il richiamo alle radici cristiane dell’Europa, dimenticate dagli eurocrati vigliacchi e smemorati; la difesa della Tradizione con la T maiuscola; c’è l’equiparazione dell’aborto allo sterminio degli ebrei, c’è lo sconveniente parallelo tra il nazismo e il comunismo; c’è la denuncia dell’ideologia radicale, ad esempio attraverso «il riconoscimento delle unioni omosessuali come forme alternative di famiglia», c’è la difesa della vita. Invece le fabbriche dell’opinione dominante nel celebrarlo si soffermano sui gesti mediatici, sugli aspetti telegenici ed emozionali, sui messaggi di pace, caduti anch’essi nel vuoto, sulle molteplici scuse che ha chiesto per gli orrori del passato cristiano. Esaltano la sua personalità, la sua simpatia, il suo carisma di leader e dimenticano il suo carisma religioso e il suo ruolo di Vicario di

Cristo. Lo vivono come una star, separandolo dalla sua Tradizione. Silenziano i suoi messaggi pastorali da guerriero clemente di Cristo in lotta contro le ingiurie del tempo. Karol Magno fu l’ultimo Grande, non solo in santità.

(Il Giornale, 27/04/2011)

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