Che cos’è il debito pubblico

3 aprile 2015 08:31 5 comments

Di Rodolfo Casadei

La Roccia – Marzo-Aprile 2015

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In suo nome lo Stato italiano continua ad aumentare le tasse, che colpiscono soprattutto le famiglie. Come si è costituito questo enorme “buco nero” che sembra impedire la ripresa italiana?

È diventato un’entità così enorme e difficile da controllare che le sue misure cambiano continuamente e che gli enti incaricati forniscono stime diverse.

A metà di dicembre [2014] la Banca d’Italia ha comunicato che il debito pubblico italiano alla fine di ottobre aveva toccato la cifra di 2.157 miliardi di euro. È una cifra superiore alla ricchezza prodotta in un anno dal lavoro di tutti gli italiani, il famoso Prodotto interno lordo (Pii). Corri-sponde infatti al 133-135% del Pil italiano nel 2014.

Normalmente il debito pubblico è il debito che lo Stato accumula perché spende più di quanto incassa: le imposte versate dai cittadini e altri redditi dello Stato non bastano a coprire le spese. Si chiama deficit.

La somma dei deficit annuali costituisce il debito pubblico.

In realtà in Italia da vent’anni a questa parte molto raramente, e per importi piccoli, le spese hanno superato le entrate dello Stato. Da vent’anni il bilancio dello Stato registra quasi sempre “avanzi primari”. Cioè le entrate sono maggiori delle uscite.

E allora perché il debito italiano continua ad aumentare?

A causa degli interessi sul debito. Oltre alle spese per il suo funzionamento e a quelle sociali, lo Stato deve pagare gli interessi sul debito. Nel 1994 era di 1.069 miliardi di euro, vale a dire meno della metà di oggi: a farlo raddoppiare sono stati quasi solamente gli interessi che lo Stato paga ai suoi creditori, quelli che detengono i Bot e i Cct, cioè i titoli del debito pubblico italiano.

Attualmente l’Italia paga circa 82 miliardi di euro all’anno solo per gli interessi del suo debito.

In passato l’indebitamento degli stati si verificava quasi soltanto in tempo di guerra, quando il governo chiedeva prestiti per le necessità della spesa militare.

Le cose sono cambiate dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il Sessantotto.

Se noi confrontiamo i bilanci degli Stati sessant’anni fa e oggi, vediamo che le spese di funzionamento (ordine pubblico, giustizia, difesa, amministrazione) sono rimaste in proporzione le stesse, mentre è esplosa la spesa sociale: sanità, educazione, pensioni. Quella che va sotto il nome di Welfare State.

Essa è stata finanziata in parte alzando le tasse, in parte creando debito pubblico.

Alla vigilia dell’Autunno caldo del 1969, il debito pubblico italiano ammontava al 40,5% del Pil.

A partire dal 1946, non era mai stato superiore al 45% e nel 1963, quando si formò il primo governo di centro-sinistra, era del 32 per cento.

Ma nel 1978, l’anno del rapimento Moro, era già arrivato al 59%.

Dieci anni dopo sfondava il 90%.

L’evasione fiscale fortissima in alcune aree del paese e gli alti tassi di interesse hanno sospinto il debito pubblico italiano sempre più in alto.

Quando l’Italia entrò nell’euro nel 2004, per qualche anno il debito diminuì, perché l’appartenenza alla nuova valuta ci consentì di pagare interessi molto più bassi.

Quando però l’economia tedesca decollò grazie alle riforme economiche e a una politica dell’inflazione 0 (mentre gli altri Paesi dell’euro seguivano la politica dell’inflazione al 2 per cento che era stata concordata), si verificò il fenomeno dello “spread2: la differenza sempre più accentuata fra i bassi tassi d’interesse che pagavano per il loro debito Paesi come Germania, Finlandia, Austria, ecc., e quelli crescenti relativi al debito di Paesi come Grecia, Portogallo, Italia.

Facendo parte dell’euro, moneta unica di 18 paesi dell’Unione Europea, l’Italia non ha più margini di manovra per alleggerire il debito.

Normalmente quando un Paese si trova nelle condizioni dell’Italia, svaluta la sua moneta: questo gli permette di pagare più facilmente i debiti (è come se ne cancellasse un po’) e di conquistare quote del mercato internazionale delle esportazioni. Esportare di più significa una maggiore crescita del Pil, se il Pil aumenta cresce anche il gettito fiscale e lo Stato trova il denaro per pagare gli interessi del debito o magari per estinguerlo.

L’Italia però non può svalutare la moneta perché l’euro è sotto il controllo della Banca centrale europea. Se poi decidesse di uscire dall’euro, soffrirebbe gravi conseguenze: la sua nuova valuta si svaluterebbe immediatamente molto più del desiderabile, e i creditori pretenderebbero il rimborso in euro dei vecchi debiti. All’Italia non resterebbe che dichiarare bancarotta, con tutte le conseguenze del caso: gli italiani che hanno Bot e Cct perderebbero quasi tutto il loro investimento, la finanza internazionale per anni non farebbe più prestiti al nostro Paese.

 

Come si è arrivati a questa crisi?

La situazione in cui si trova l’Italia non è per nulla unica.

Gli Stati Uniti e i paesi del Nord Europa stanno meglio di noi, ma hanno visto anche loro esplodere il debito pubblico negli ultimi anni.

Nei sei anni fra il 2008 e oggi il debito dei Paesi dell’euro è cresciuto dal 66,2 al 92,7% del loro Pil complessivo; quello degli Stati Uniti dal 64,8 al 103%, quello il Regno Unito dal 44,5 all’88,4%.

A scatenare la crisi di tutto il sistema è stato il fallimento nel 2006 dei mutui per la casa concessi a milioni di creditori insolventi negli Stati Uniti.

L’abitudine delle persone a vivere al di sopra dei propri mezzi, l’indifferenza rispetto al problema morale dello scaricare sulle future generazioni i costi del nostro stile di vita attuale, la cupidigia di profitto delle banche, l’abitudine di delegare al potere dello Stato la fornitura dei sevizi alla persona, la rivendicazione di una quantità sempre crescente di diritti senza prendere in considerazione i doveri, ci hanno portato alla situazione attuale, priva di vie d’uscita che non siano dolorose.

La crisi del debito pubblico è parte di quell’insieme di crisi umane e sociali che vanno da quella della famiglia a quella dell’ambiente, e che sembrano segnare il tramonto storico del modello antropologico della modernità, quello che ha messo al centro del creato la creatura anziché il Creatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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