Genocidio armeno, memoria del Male e Misericordia

12 aprile 2015 05:42 1 comment

Di Stefano Magni

11 aprile 2015

lanuovabq.it

Il prossimo 12 aprile è la domenica della Divina Misericordia. Papa Francesco si prepara a celebrare la messa in San Pietro assieme ai cattolici armeni. Perché proprio armeni? Perché in questo aprile del 2015 cade il centenario del genocidio che hanno subito ad opera dell’Impero Ottomano, nel 1915, durante la Prima Guerra Mondiale.

La celebrazione ufficiale del genocidio, ricordato dagli armeni come il Metz Yeghern, il Grande Male, sarà il prossimo 24 aprile. La messa in San Pietro avverrà dunque con dodici giorni di anticipo. Non è una scelta casuale nemmeno questa: il Papa che ha indetto l’Anno Santo della misericordia, vuole ricordare il grande male genocida del Novecento per invocare la misericordia, nella memoria e nel presente. Come ha sottolineato nel suo incontro con il Sinodo Patriarcale armeno, il Santo Padre ha dichiarato: “Invocheremo la Divina Misericordia perché ci aiuti tutti, nell’amore per la verità e la giustizia, a risanare ogni ferita e ad affrettare gesti concreti di riconciliazione e di pace tra le Nazioni che ancora non riescono a giungere ad un ragionevole consenso sulla lettura di tali tristi vicende”. “È importante – ha proseguito il Papa – chiedere a Dio il dono della sapienza del cuore: la commemorazione delle vittime di cento anni fa ci pone infatti dinanzi alle tenebre del mysterium iniquitatis. Non si capisce se non con questo”, il male che portò al tentativo di sterminare un popolo intero. “Come dice il Vangelo, dall’intimo del cuore dell’uomo possono scatenarsi le forze più oscure, capaci di giungere a programmare sistematicamente l’annientamento del fratello, a considerarlo un nemico, un avversario, o addirittura individuo privo della stessa dignità umana. Ma per i credenti la domanda sul male compiuto dall’uomo introduce anche al mistero della partecipazione alla Passione redentrice”.

Il genocidio armeno del 1915 è un episodio della storia ancora relativamente sconosciuto in Italia e nel mondo occidentale, al di fuori della diaspora armena. La sua causa ideologica, inoltre, è ancora oggetto di dibattito fra storici.

Il contesto in cui avvenne è noto a tutti: l’Impero Ottomano dichiarò guerra alle potenze dell’Intesa (che nel 1914 erano Gran Bretagna, Belgio, Francia, Serbia e Russia) nel novembre del 1914, entrando nella Prima Guerra Mondiale al fianco di Germania e Impero Austro-Ungarico. La decisione di eliminare fisicamente la minoranza armena, la più grande e influente comunità cristiana dell’Impero, radicata soprattutto nelle regioni orientali dell’Anatolia, venne presa deliberatamente nel febbraio del 1915. Contribuì ad affrettare questa decisione la sconfitta subita dagli ottomani nella battaglia di Sarikamish, nel Caucaso, ad opera dei russi.

I vertici ottomani, i Giovani Turchi (militari, nazionalisti, ammiratori di Mazzini, arrivati al potere con l’intento di “modernizzare” l’impero e paradossalmente di liberalizzarlo) ritennero che gli armeni potessero unirsi ai russi, colpendo alle spalle l’impero. Ma in questo caso non si capisce tuttora se fosse nato prima l’intento di sterminare gli armeni o prima la “necessità” militare, se quest’ultima fosse la vera causa del genocidio o solo un mero pretesto per realizzare un piano già pronto da decenni.

La comunità armena in Turchia aveva già subito altri gravi massacri, soprattutto dal 1894 al 1896, prima dell’ascesa dei Giovani Turchi, dunque. Mai come nel 1915, però, questi massacri raggiunsero il livello di sistematicità e le dimensioni su vasta scala di un vero e proprio genocidio. Il Grande Male, dunque, fu un caso fino a quel momento unico nella storia e diede l’esempio negativo per tutti i successivi grandi stermini del Novecento.

Hitler stesso lo citò, con cupa ironia, alla vigilia della Shoah: “Chi ricorda, ora, la sorte degli armeni?” per sottolineare l’impunità degli sterminatori. I massacri del 1894-96 furono palesemente di natura religiosa: l’islam di Stato tollerava e incoraggiava il pogrom di una minoranza cristiana. Il genocidio del 1915 era sia nazionalista che islamico. Prima che cominciasse, nel novembre del 1914, l’Impero Ottomano proclamò la Guerra Santa, ufficialmente. Subito dopo la proclamazione della Jihad, cominciarono a formarsi le unità paramilitari che furono impiegate nello sterminio. Da questo punto di vista, Jihad e genocidio armeno, condotto da musulmani contro cristiani, sono strettamente legati.

1915, marcia della morte

Ma i Giovani Turchi diedero alla loro furia omicida una marcia in più: la “pulizia” etnica della Turchia, per creare una nazione omogenea. Nei massacri del 1894-96, il pagamento di una tassa di sottomissione, la conversione all’islam o la corruzione dei funzionari locali potevano ancora salvare vite. Nel genocidio del 1915, la sola appartenenza alla “razza” armena comportava l’eliminazione fisica, indipendentemente dalla religione. E va anche ricordato che tanti altri musulmani dell’Impero, come gli arabi di Aleppo e della Siria settentrionale, ribellandosi alle autorità ottomane, contribuirono a salvare molti perseguitati. Da questo punto di vista, il Grande Male viene ricordato come un genocidio ateo, anche dalla scrittrice armena Antonia Arslan, nel suo romanzo La Masseria delle Allodole, in cui un personaggio ha una premonizione di un “cielo vuoto, senza Dio” a pochi giorni dall’inizio dello sterminio.

Il genocidio iniziò già dal febbraio del 1915, cominciando dall’esercito. I coscritti armeni furono isolati dai loro reparti e arbitrariamente fucilati. In questo modo, gli ottomani cercarono di privare la comunità armena di ogni possibile difesa, eliminando tutti i maschi abili. Fortunatamente per i perseguitati, a questo primo massacro sfuggirono abbastanza uomini in armi da formare sacche di resistenza nell’Anatolia orientale. Il 24 aprile 1915, a Costantinopoli (Istanbul), vennero arrestati tutti gli esponenti della classe intellettuale e politica armena, deportati e assassinati. E il 24 aprile, il giorno in cui gli ottomani avrebbero voluto cancellare la memoria di un intero popolo, ammazzando tutte le sue menti pensanti, è proprio il giorno ufficiale della celebrazione del Metz Yeghern. A cavallo del 24 aprile, intanto, iniziava il genocidio vero e proprio: intere comunità, donne, bambini, anziani, furono costretti a marciare per centinaia di chilometri, uccisi arbitrariamente, depredati dai curdi (che allora furono i peggiori collaborazionisti nel genocidio), mandati a morire sulle montagne o fatti deliberatamente perire di fame nei campi di concentramento in Siria.

I Giovani Turchi avevano fretta: le forze dell’Intesa erano sbarcate nella penisola di Gallipoli, il 25 aprile, e avrebbero potuto vincere in pochi mesi il conflitto con l’Impero Ottomano. L’intensità del genocidio crebbe al crescere dei combattimenti a Gallipoli. L’Intesa perse quella battaglia (anche se vinse la guerra, tre anni dopo) e gli ottomani poterono così completare il loro disegno genocida quasi completamente. Si salvarono alcune sacche di resistenza disperata, come quella del Mussa Dagh, evacuata grazie all’intervento della marina francese. Si salvò il Nordest dell’Anatolia, invaso dai russi dal 1915 al 1916. Riuscirono a salvarsi in molti anche ad Aleppo, dove per un secolo, fino all’arrivo dei nuovi jihadisti, ha vissuto una grande comunità scampata al genocidio. Nel resto del territorio ottomano, invece, per gli armeni fu impossibile sopravvivere alla persecuzione. I morti furono circa 1 milione e 400mila.

1916, fossa comune scoperta dai russi

Il Papa ricorda soprattutto l’esempio di Aleppo. “Penso con tristezza in particolare a quelle zone, come quella di Aleppo – “la città martire” – che cento anni fa furono approdo sicuro per i pochi sopravvissuti. Tali regioni, in questo ultimo periodo, hanno visto messa in pericolo la permanenza dei cristiani”, ha affermato il Santo Padre. Quelle regioni sono ora dentro la morsa degli jihadisti, prima quelli del fronte al Nusrah e ora quelli dell’Isis. I cristiani armeni di quelle regioni rischiano di ripetere la sorte dei loro antenati, come ci spiegava già due anni fa Antonia Arslan.

Di qui l’invocazione alla Misericordia Divina. Ma anche, come probabilmente sentiremo nella messa del prossimo 12 aprile, l’invocazione dell’aiuto internazionale, l’esercizio di quella “responsabilità di proteggere” che è sancita dalla legge internazionale, oltre che dalla Dottrina della Chiesa. Nel genocidio del 1915, l’intervento internazionale non riuscì a impedire l’assassinio di quel milione e mezzo di armeni sterminati dagli ottomani, ma salvò altre centinaia di migliaia di vite. Fecero qualcosa di concreto, non solo i già citati francesi e russi, nell’Anatolia orientale, ma anche gli stessi alleati austriaci e tedeschi dell’Impero Ottomano che, attraverso i loro canali diplomatici, si industriarono per salvare quanta più persone poterono. Gli austro-tedeschi, soprattutto, scongiurarono il ripetersi di altri genocidi: impedirono ai Giovani Turchi di sterminare la popolazione ebraica in Palestina, all’arrivo degli inglesi (nel 1916-17) e impedirono loro di sterminare i greci della costa egea (nel 1917-18), dopo l’entrata in guerra della Grecia al fianco dell’Intesa. (I greci subirono, per altro, un altro sterminio per mano turca, anni dopo la fine della guerra, quando interventi internazionali erano ormai impossibili).

La Turchia post-ottomana, dalle sue origini ad oggi, ha sempre cercato di cancellare la memoria del genocidio. È in vigore tuttora un negazionismo di Stato che punisce penalmente chiunque lo ricordi. In Turchia, la celebrazione del Metz Yeghern sarà eclissata dalla celebrazione della vittoria di Gallipoli (proprio la vittoria ottomana che permise il completamento del genocidio), il prossimo 25 aprile, per volontà di Recep Tayyip Erodagan: il governo turco cerca così di dirottare i capi di Stato di tutto il mondo in Turchia, per evitare che si ritrovino appena un giorno prima in Armenia. Cancellando la memoria, si cerca di lavare la colpa e non ammettere la responsabilità. Ma, come ricorda Papa Francesco, occorre fare “memoria del passato, per attingere da esso linfa nuova per alimentare il presente con l’annuncio gioioso del Vangelo e con la testimonianza della carità”.

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