Un’indagine filosofica sulle radici del gender

23 aprile 2015 10:36 4 comments

Di Alessandro Benigni

3 aprile 2015

notizieprovita.it

Un’ideologia che ha origini culturali vicine e lontane, ma nessuna le consente di mantenere ciò che promette: il caso della Scuola di Francoforte.

«Timeo Danaos et dona ferentes» (Eneide II, 49) *

PRIMA PARTE – LA DECOSTRUZIONE DELLA FAMIGLIA

I nemici dell’uomo sono molti, e molto astuti. Spesso mentono platealmente, più spesso dissimulano, quasi sempre promettono doni allettanti, graditi agli occhi e desiderabili per acquistare saggezza (Genesi I, 3). Anche oggi, come sempre, si pone con urgenza il compito di individuare quali siano questi nemici e fronteggiare adeguatamente chi attenta l’uomo. Gli avvelenatori dell’uomo si ripresentano sotto mentite spoglie: promettono la liberazione da ogni forma di oppressione, la piena realizzazione per ciascun individuo, il benessere e la felicità per tutti.

Essi sono molto abili nell’utilizzo del linguaggio: si tratta dei nuovi Sofisti, che inventano neologismi sconnessi dalla realtà, contro ogni principio di evidenza naturale: oppure cambiano di volta in volta le carte in tavola mescolando per esempio il “distinguere” con l’“emarginare”, con disinvoltura e come se niente fosse pretendono di abolire il diritto naturale del bambino di avere il proprio padre e la propria madre per affermare che è invece diritto degli adulti rendere volontariamente orfano un essere umano, per il solo fine di assecondare le proprie brame. E così via: l’elenco delle declinazioni è lungo, conosciuto, e drammatico.

Più in generale, i moderni sofisti, dopo aver acriticamente rigettato ogni diritto naturale, sanno confondere a meraviglia il diritto intersoggettivo con la pretesa soggettivistica di soddisfacimento di ogni desiderio, anche a scapito degli altri, facendo passare una serie di discutibili ricerche come una solidissima ed indiscutibile verità scientifica, e così via. Ne abbiamo già parlato: si tratta della ormai arcinota bufala dei trent’anni di studi.

Sotto la spinta di un distorto concetto di democrazia, siamo tutti oggi portati ad accettare passivamente il programma globale di eliminazione delle differenze, che, ci viene ossessivamente ripetuto, è strettamente legato al concetto di uguaglianza. Quello che è importante, urgente, vitale per la sopravvivenza della società, sembra essere il solo decostruire, lo smantellare, l’abbandonare ogni residuo morale per abbandonarsi ciecamente ad un mondo nuovo, dominato dal pansessualismo e dalla perdita dell’identità, in cui l’io è finalmente padrone di sé e del suo egoistico destino.

Ciascun io, s’intende, a modo suo: come gli va. Quando gli va. Per quel tanto che gli va. E guai a chi ha da ridire qualcosa sugli effetti di questa nuova (antica, in realtà) filosofia. Per alcuni è così chiarissimo per quali ragioni l’aborto, l’eutanasia, la destrutturazione della famiglia, l’esaltazione dell’omosessualità, del transgendersimo, etc. e l’accordo ai matrimoni e alle adozioni in coppie dello stesso sesso siano da considerare come frutto di un’unica perversa ideologia. Ivi compresa la progressiva patologizzazione della normalità e parallela normalizzazione di ogni devianza.

Ideologia, dicevo, che nasce da una malattia dell’anima antichissima, direi originaria: l’uomo da creatura finita pretende di porsi come Dio. Vuole creare, liberamente, prima di tutto se stesso, la propria vita, i propri valori. Per questo, come abbiamo visto nel caso emblematico di Friedrich Nietzsche, la modernità deve sovvertire tutti i valori, destrutturate tutte le istituzioni, manipolare, costringere, stravolgere, negare la vita, a tutti i suoi livelli, per poterne infine rivendicare un pieno possesso.
Ora, se nella storia del pensiero occidentale i falsi profeti non si contano più da un pezzo, è anche vero che possiamo ricordarne almeno gli esponenti più significativi (nel senso qui di distruttivi).

Così, dopo aver ricordato Protagora, Nietzsche, il Decostruzionismo francese (giusto per fare qualche nome), questa volta ricordiamo che tra i padri della deriva relativista e nichilista che l’Occidente ha imboccato ci sono anche i neomarxisti della Scuola di Francoforte.

A partire dagli anni venti del secolo scorso la Scuola di Francoforte, con i suoi esponenti di spicco (Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse), aveva sostenuto la necessità di evidenziare le contraddizioni della società occidentale, ponendosi il compito di portare alla nascita di un nuovo mondo, finalmente libero e giusto. O meglio: liberato e giustificato, come vedremo più avanti. Nelle loro analisi filosofiche, i francofortesi intendevano prendere in esame non solo la struttura economica (come il marxismo classico aveva indicato), ma anche e soprattutto le strutture ideologiche e culturali, allo scopo di mostrare che il dominio sull’uomo moderno e lo schiacciamento della sua libera realizzazione ha radici storiche e sociali, non naturali, e può quindi essere anch’esso decostruito.

Al centro della riflessione della Scuola di Francoforte si pone lo studio dei processi sociali in chiave sociologica, economica, ma soprattutto (è questa la novità) psicoanalitica. Vengono così analizzati e ricostruiti i processi profondi che determinano le condotte individuali e collettive della società. Il tutto, nel quadro di una teoria critica che si pone come scopo l’attacco ai ruoli sociali e ad ogni forma di autorità. In questo senso è emblematico uno dei primi lavori collettivi, del 1936, intitolato appunto “Studi sull’autorità e la famiglia”, dove i processi inconsci degli individui vengono rapportati alle istituzioni e ai ruoli sociali che vengono percepiti come limitativi, autoritari, dei quali la famiglia è in qualche modo il simbolo rappresentativo. Lo sviluppo di ruoli sociali di tipo autoritario, a partire dalla famiglia, e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, avrebbero prodotto delle peculiari forme di dominio che vengono via via interiorizzate inconsciamente dagli individui e dalla società intera, dalle quali occorre liberarsi.

A mio parere è possibile individuare in questa critica, sia pure se in forma embrionale, la genesi del concetto di “stereotipo”, che tanta fortuna sta riscuotendo nei nostri tempi, proprio sulla scorta dei gender studies che sulla nozione di stereotipo trovano appunto il loro fondamento. Gli stereotipi di genere costituiscono d’altro canto il nocciolo di numerosi programmi educativi (o ri-educativi) che mirano a mostrare da una parte come “non esista alcuna teoria del genere”, cercando dunque di minimizzare le critiche, mentre dall’altra si instillano congegni d’analisi (preconfezionate) per inquadrare (non per comprendere, si badi bene) le relazioni tra sessi situate in precisi ambiti storici e sociali: tutto questo basandosi però ancora una volta più o meno direttamente sui gender studies e cercando di convincere all’idea che non ci siano modi predefiniti e prescrittivi di essere uomini o donne, mentre l’espressione della propria sessualità risponderebbe ad identità molteplici ed ugualmente legittime.

Così in sostanza i gender studies portano ad una considerazione negativa dei cosiddetti stereotipi sessuali e sotto la copertura della lotta contro i pregiudizi inducono a credere che mascolinità e femminilità siano frutto dei condizionamenti storico-culturali ricevuti (interessanti a questo proposito le osservazioni di Giuliano Guzzo ed Enzo Pennetta: davvero non si può parlare di “teoria” gender?)

È questo un punto di nodale importanza, che si ricollega all’ottica dei francofortesi, secondo i quali la famiglia è il centro originario da cui si materializzano tutte le figure di potere che schiacciano la libertà degli individui, limitandone gli istinti e reprimendone i desideri. Tant’è vero che – come tutti possiamo constatare – sulla scorta della lotta agli stereotipi sessuali, oggi da più parti si cerca di legittimare un concetto pluriforme di famiglia, in base al quale si avrebbero tante famiglie legittime e socialmente condivisibili quante sono le configurazioni possibili: non solo uomo e donna ma, proprio in virtù dello slogan “no differences”, due uomini, due donne, tre uomini o forse anche diciotto, come suggeriva Giuseppina La Delfa.

 

SECONDA PARTE – LA FAMIGLIA “ORIGINE DELL’OPPRESSIONE”

È un tratto tipico delle ricerche della Scuola di Francoforte l’idea secondo la quale l’individuo sarebbe costretto a rinunciare alla sua libera creatività per assoggettarsi alla logica sociale del potere autoritario.

“La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia”, afferma Marcuse (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 96): all’origine dei rapporti di dominio ed oppressione ci sarebbe, per i francofortesi, proprio la famiglia in quanto – come Freud aveva spiegato – il luogo in cui avviene il processo di interiorizzazione inconscia della figura paterna, simbolo per eccellenza dell’autorità. Attraverso questo processo il bambino impara inconsciamente a sottomettersi e a rispettare il principio di autorità ed è così indotto a ritenere che la gerarchia sociale e la divisione dei ruoli siano dati naturali e non invece – come le scuole marxiste sostengono – forme tipiche di una particolare condizione socio-economico-culturale.

La famiglia, in questo modo, riproduce la struttura di potere della società, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello affettivo, e per questo viene comprensibilmente ad essere il primo obiettivo polemico della Scuola di Francoforte. Il centro del bersaglio è costituito dai concetti di struttura, ordine, complementarietà relazionale, ai quali vengono opposti i concetti di destrutturazione e dis-ordine, liberazione, autonomia dell’io, in una sorta di esaltazione del solipsismo [solo se stesso] edonistico che porta inevitabilmente ad ipostatizzare [trasformare ciò che è relativo in entità assoluta] un soggetto assoluto al quale tutto dovrebbe essere ricondotto e sottomesso: anche il prossimo, anche il bambino, nella sua irriducibile alterità.

La polemica contro la repressione sociale dell’individuo – concetto dal quale prende avvio tutta una serie di posizioni filosofiche ed antropologiche che confluiscono in modo diretto o indiretto nei gender studies – ha trovato la sua espressione più significativa in Herbert Marcuse, uno dei padri più ascoltati della protesta giovanile del sessantotto. In “Eros e civiltà”, del 1955, Marcuse sostiene che l’intera civiltà si sarebbe sviluppata come attraverso la repressione delle passioni e degli istinti, in particolare della ricerca del piacere. La società, incentrata sulla produzione e sullo sfruttamento, avrebbe ridotto l’uomo ad un “essere-per-la-riproduzione”, reprimendone di conseguenza la libera sessualità e riducendola a puro fatto procreativo (e quindi ancora una volta produttivo-utilitaristico). Che fare allora? Marcuse indica la via di salvezza nella ribellione. E, sempre per Marcuse, la perversione è la principale forma di ribellione della sessualità: “le perversioni – afferma il filosofo in “Eros e civiltà” – sembrano opporsi all’intero asservimento del principio del piacere al principio della realtà”.

Si può ipotizzare che la legittimità – in qualche caso l’esaltazione maniacale, palesemente frutto di disagio psichico – che oggi viene aprioristicamente attribuita ad ogni forma di sessualità tragga le proprie origini proprio da questa concezione (abbiamo a questo proposito alcuni esempi significativi, come per esempio il caso della giovane che fa sesso col suo cane, della “scienziata” che si accoppiava con un delfino, per non parlare poi delle lucidissime proposte di alcuni politici nostrani.

Sempre nella stessa opera afferma poi Marcuse: “La civiltà si tuffa in una dialettica distruttiva: le restrizioni perpetue imposte all’Eros finiscono con l’indebolire gli istinti di vita, e così rafforzano e liberano le forze stesse contro le quali esse furono chiamate in campo, le forze di distruzione” (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 87). Se poi si tiene conto che “La nostra civiltà, per parlare in termini generali, è fondata sulla repressione degli istinti. La civiltà è innanzitutto progresso del lavoro […]. Poiché la civiltà è principalmente opera dell’Eros, essa è innanzitutto sottrazione di libido: la cultura ricava una gran parte dell’energia psichica di cui ha bisogno sottraendola alla sessualità”, risulta chiara la conclusione dello stesso Marcuse: “Distruggete tutto ciò in cui avete creduto finora, buttate a mare tutto ciò che fino a ieri rappresentava il basamento della vostra vita: vi sembrava granito e non era che pietra pomice, vi sembrava eterno ed è invece friabile e inutile”.

Il sovvertimento di tutti i valori, la negazione di ogni vincolo, l’affermazione di una individualità assoluta e libera da ogni condizionamento: sono questi i presupposti per la liberazione dell’uomo e la realizzazione di un mondo nuovo, fondato sul piacere e sul libero godimento di sé e degli altri.

A questo progetto fa eco Horkheimer – altro maestro, insieme ad Adorno, della Scuola di Francoforte – che in un’intervista ha dichiarato: “Il mondo finito e contingente in cui viviamo è l’unico di cui possiamo parlare, ma non è necessariamente l’unico esistente e comunque non basta”. Non è necessariamente così come si dà. E comunque non basta. Il mondo va insomma re-interpretato e re-inventato di sana pianta. Tesi che si collega direttamente al motivo dominante nei gender studies: la differenza ontologica tra uomo e donna non è un dato reale ed oggettivo, ma il frutto di una sedimentazione culturale.

Uno stereotipo, come tanti: una credenza che deriva dalla tradizione culturalmente impressa e dall’educazione che da essa deriva e come tale tramite l’educazione può essere modificata; un cumulo di luoghi comuni, opinioni non necessariamente vere che dipendono dallo spazio e dal tempo in cui si sono depositate. Occorre invece fare spazio ad un nuovo modello, liquido e policentrico, una nuova creazione che liberi l’io da ogni condizionamento: per questo motivo “prima” occorre distruggere tutti i valori, a partire dalle filosofie e dalla religione che questi valori incarnano. È evidente, a questo proposito, l’influenza di un altro gigante del relativismo occidentale: Friedrich Nietzsche.

Si spiega così il motivo di tanto accanimento moderno contro il Cristianesimo. In un altro intervento provocatorio avevo sollecitato l’utilizzo di termini quali: eterofobia, normofobia, genofobia e paidofoba. A questi si deve senz’altro aggiungere la cristianofobia. Il bersaglio critico della Scuola di Francoforte – com’è stato già anche per Nietzsche – era anche il Cristianesimo. Ancora oggi, del resto, si ritiene che il Cristianesimo soffochi l’uomo, lo indebolisca (come dicevano nell’antichità Proclo, Porfirio e Giamblico, nella modernità Machiavelli e poi nella post-modernità Nietzsche, Freud e Marx). Il neopaganesimo e il naturalismo post-moderni e attuali (derivati dalla Scuola di Francoforte e dallo strutturalismo francese) riprendono quest’accusa dell’antichità pagana e della modernità immanentistica. Come in origine, la tentazione è quella di concepire l’uomo come un assoluto, completamente autonomo e senza alcuna relazione con un Dio personale e trascendente: egli è sottomesso ad un destino cieco che lo determina e che deve affrontare impassibilmente.

Per questo dobbiamo ricordare ancora e tenere sempre a mente che l’ambito relativista e nichilista entro il quale si muovono tutte queste spinte centripete che muovono alla dissoluzione dell’uomo ha una storia lunghissima. Ne abbiamo anticipato in sintesi qualche prospettiva. È infatti stato così anche agli albori della storia del pensiero occidentale, quanto Protagora ha per primo affermato che “l’uomo è misura di tutte le cose”, e ben prima dell’avvento del Cristianesimo. A nulla sembrano essere valse le potenti e luminose critiche di Platone e Aristotele, in quanto il Relativismo e lo Scetticismo ad esso correlato non sono solo una dottrina filosofica, ma una tentazione, una malattia dell’anima.

Se si fosse trattato unicamente di una posizione filosofica, sarebbe stata già definitivamente spazzata via da un pezzo, sotto i colpi magistrali di Platone, di Aristotele, ma anche di Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, di Leibniz, di Kant e, nel Novecento, di Edmund Husserl o Max Scheler, solo per fare qualche esempio.

 

TERZA PARTE – SOVVERTIRE L’ORDINE SOCIALE

È così che siamo arrivati all’attuale devastazione: una civiltà plurimillenaria si sta spegnendo, per fare spazio ad una rivoluzione antropologica senza precedenti, alla posizione di nuovi valori fondata sul nulla: per liberare l’uomo, per garantire libera realizzazione e felicità terrena ad ogni individuo.
È in questo quadro generale che dobbiamo inquadrare il fenomeno delle teorie del genere, del politicamente corretto, della libera realizzazione dei desideri, per tutti, a scapito del prossimo, bambini compresi. È in questo quadro che il passaggio dalla generazione naturale alla fabbricazione degli individui può essere davvero compreso. È in questo quadro che possiamo capire fino in fondo dove portano le critiche sociali dei grandi “maestri” del pensiero occidentale, da Protagora a Nietzsche, da Stirner a Marx, dalla Scuola di Francoforte al Decostruzionismo di Derrida: la rivoluzione culturale mira a sovvertire l’ordine sociale.

Per questo è del tutto coerente che anche la scienza venga politicizzata ed in questo senso – solo in questo senso – appaiono drammaticamente coerenti le tesi del dottor Money – artefice della nuova etica progressista e anche apologeta della pedofilia – secondo il quale “uomini e donne non si nasce, ma lo si diventa sotto l’influsso ambientale”.

Un sovvertimento antropologico che, ne siamo consapevoli o meno, ha una storia lunga e rispetto al quale il passato prossimo dei gender studies costituisce solo una delle ultime tappe, di un percorso molto più lungo e radicato nella storia culturale dell’occidente, in un concatenamento di idee e suggestioni che provengono da autori e teorie spesso molto differenti tra loro e che hanno sempre in comune uno sfondo relativista ed una collegiale tendenza al nichilismo estremo.

A fondamento di questa esplosione recente, dovuta ai gender studies, sta come abbiamo visto anche la Scuola di Francoforte: una corrente di ricerca e di pensiero che guarda al marxismo e alla psicoanalisi per proporre un percorso di liberazione dalla repressione. L’analisi della società nel suo complesso viene svolta in analogia costante con l’analisi della psiche proposta da Freud. Sempre sulla scia del pensiero freudiano si auspica un ritorno all’istinto naturale e originario non soffocato dalla società e dalla sua alienante organizzazione che con le sue forme oppressive soffoca e annulla l’individuo nella sua realtà intrinseca. E si auspica anche una svolta che permetta di conciliare armonicamente le aspirazioni individuali e le istanze sociali, con una graduale abolizione della repressione.

Leggiamo a questo proposito un illuminante passo di Herbert Marcuse, tratto da Eros e civiltà:

“L’affermazione di Freud che la civiltà è basata sulla repressione permanente degli istinti umani è stata accolta senza discussione. La libera soddisfazione dei bisogni istintuali dell’uomo è incompatibile con la società civile: la rinuncia e il differimento della soddisfazione sono i prerequisiti del progresso. La correlazione antagonistica di libertà e repressione, produttività e distruzione, dominio e progresso, costituisce realmente il principio della civiltà? O questa correlazione è forse soltanto il risultato di una specifica organizzazione storica dell’esistenza umana? In termini freudiani: il conflitto tra principio del piacere e principio della realtà è inconciliabile al punto da rendere necessaria la trasformazione in senso repressivo della struttura istintuale dell’uomo? O consente invece il concetto di una civiltà non repressiva, basata su un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso tra uomo e natura e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse? La nozione di una civiltà non repressiva sarà discussa non come una speculazione astratta e utopistica. A nostro avviso, l’esame è giustificato da due ragioni concrete e realistiche: in primo luogo, la concezione teorica stessa di Freud sembra confutare la sua costante e ferma negazione della possibilità storica d’una civiltà non repressiva; in secondo luogo, le conquiste stesse della civiltà repressiva sembrano creare le condizioni preliminari di una graduale abolizione della repressione”.

È possibile rintracciare proprio in espressioni di questo tipo il leitmotiv oggi dominante: la nostra organizzazione sociale (di cui la famiglia è il fondamento) è soltanto una delle tante possibili. Il concetto pluralista di famiglia (“le famiglie”, si dice oggi) deriva appunto da qui.

L’antropologia nel suo insieme mostra che l’idea stessa di uomo e donna è storicamente determinata e pertanto appartiene all’ambito delle credenze che, consolidatesi nel divenire storico, sono state poi accettate come verità: ma tali non sono affatto. Si palesa così un collegamento più che diretto con lo Storicismo tedesco, un altro dei grandi protagonisti del Relativismo contemporaneo: in questo senso la repressione deriverebbe appunto dal fatto che certe idee – che si sono imposte storicamente – si sono poi fossilizzate come se fossero inamovibili. In quanto fissità sono state poi direttamente assimilate alla critica degli stereotipi, senza però alcuna adeguata e rigorosa discussione preliminare: per quale motivo rigettare in massa gli elementi di una sedimentazione culturale che dura da millenni? Chi garantisce che quelli oggi tanto presi di mira siano davvero degli stereotipi da smascherare e non piuttosto degli archetipi originari che l’umanità da sempre porta con sé?

Il processo dialettico che la Scuola di Francoforte (sulla scia del marxismo) vuole adottare si pone il compito di smascherare questo inganno e disegnare i contorni di un nuovo mondo, in cui l’uomo possa essere finalmente liberato da queste catene, da questi vincoli alienanti che egli stesso si è imposto nel corso del tempo. La concezione del senso comune, quel realismo immediato ed evidente (che secondo più voci moderne sarebbe ingenuo e mistificante) che considera le cose nella loro staticità permanente ed immutabile, bloccherebbe la libertà e l’autodeterminazione dell’uomo, proprio in quanto rifiuta quello che sarebbe il principio essenziale della vita, cioè il principio del divenire, di un divenire libero e non predeterminato: nel nostro caso nemmeno dallo statuto ontologico della sessualità umana.

Invece questa forma nuova di conoscenza, proposta anche dalla Scuola di Francoforte (che si ispira alla dialettica marxista), riconosce la libertà come fondamento dell’esistenza, come energia continua, la quale, impedendo che il soggetto si trasformi in oggetto, gli permette di attuarsi e di essere sé stesso senza che debba sottostare alle condizioni esterne o interne: un’umanità veramente liberata, si direbbe oggi, dev’essere libera di auto-determinare anche la propria identità sessuale.
Il mondo, concepito fuori della dialettica, ossia con una struttura in cui non trovi posto la contraddizione, sarebbe in quest’ottica un mondo non reale, alienato, come afferma Marcuse.

La libertà si riferisce quindi sia al pensiero (concezione dinamica della realtà) sia all’azione (comportamento non remissivo nei confronti delle cose) in un rapporto armonico di ciò che è individuale con l’insieme nella sua totalità. Leggiamo un altro passo di Marcuse:

“La libertà significa essere non un mero oggetto, ma il soggetto dell’esistenza di qualcosa o qualcuno; non soccombere alle condizioni esterne, ma trasformare il dato di fatto nella realizzazione di un’attività. Tale capacità di trasformazione costituisce l’energia della natura e della storia, l’intera struttura di ogni essere. Il pensiero dialettico ha inizio con la constatazione che il mondo non è libero; cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, diversi da ciò che sono. Ogni modo di pensiero che esclude la contraddizione della sua logica è una logica difettosa. Il pensiero corrisponde alla realtà solo se trasforma la realtà stessa comprendendone la sua struttura contraddittoria. Comprendere la realtà, infatti, significa comprendere ciò che le cose sono e ciò a sua volta, comporta la non accettazione della loro apparenza come dati di fatto. La non accettazione, la rivolta costituisce il processo del pensiero così come dell’azione. La libertà costituisce la dinamica intrinseca all’esistenza e il processo dell’esistenza in un mondo non libero consiste proprio nella continua negazione di ciò che minaccia di negare la libertà. La libertà, pertanto, è essenzialmente negativa: l’esistenza è sia alienazione sia processo attraverso cui il soggetto raggiunge sé stesso nel comprendere e dominare l’alienazione. Per la storia dell’umanità ciò significa raggiungimento di una condizione del mondo in cui l’individuo rimane in inseparabile armonia con l’insieme e in cui le condizioni e i rapporti del suo mondo non posseggono alcuna oggettività indipendente dall’individuale”.

 

QUARTA PARTE – LA LIBERAZIONE DEGLI ISTINTI

Come abbiamo visto, la dialettica proposta dalla Scuola di Francoforte intende condurre al superamento del reale, anche a costo di modificare la nozione stessa di realtà: reale non è più ciò che ci si para davanti nella sua incontrovertibile evidenza, ciò al quale dobbiamo adattarci in quanto dato oppositivo originario (e strutturante sia per l’io che per la società), ma piuttosto ciò che il principio di piacere determina, ciò che può essere trasformato dall’io e dalle sue voglie, ciò che non è mai dato di fatto ma solo e sempre interpretazione e racconto.
Da qui l’idea che un’autentica liberazione comporti anche la liberazione degli istinti, in modo che all’individuo possano essere restituiti il piacere e la felicità che egli ricerca immediatamente, senza opposizioni. Non a caso una delle tesi principali della Scuola di Francoforte è che nella società industrializzata ciò che importa è l’efficienza produttiva nel lavoro ed a questo scopo tutto è predisposto e regolato, compresa la sessualità, apparentemente liberalizzata ma in effetti rivolta esclusivamente all’appagamento fisico e perciò destinata a quelle manifestazioni perverse in cui è presente il sesso e quasi sempre è assente l’eros, cioè – sostengono in modo riduttivo i francofortesi – l’amore.

Invece la libido, se fosse realmente liberata dall’ordinamento sociale repressivo, sublimandosi, si trasformerebbe in eros, in amore, di cui si arricchirebbe tutta la personalità individuale, e non sarebbe più localizzata in una sola parte del corpo. Questo nuovo tipo di società comporterebbe sicuramente un regresso psichico e sociale della libido, cioè un ritorno, per l’individuo, alla fase pregenitale e, per l’umanità, alle forme primitive di vita. Ma sarebbe anche una vittoria della libertà, dell’arricchimento interiore, della vera civiltà umana:
“Liberati dalla tirannide della ragione repressiva, gli istinti tendono verso relazioni libere e durature e generano un nuovo principio della realtà. Il sorgere di un principio della realtà non repressivo, che porti con sé la liberazione degli istinti, costituirebbe una regressione rispetto al livello di razionalità civile raggiunto. E costituirebbe una regressione tanto psichica quanto sociale: questa riattiverebbe fasi passate della libido, superate dallo sviluppo dell’io della realtà, e dissolverebbe le istituzioni della società entro la quale questo io della realtà esiste. Nei termini di queste istituzioni la liberazione degli istinti rappresenta una ricaduta nella barbarie. Se però dovesse aver luogo al livello più alto della civiltà e come conseguenza non di una disfatta ma di una vittoria nella lotta per l’esistenza e se fosse sostenuta da una società libera, questa liberazione potrebbe avere risultati molto differenti. Sarebbe sempre un rovesciamento del processo di civilizzazione, un sovvertimento della cultura – ma dopo che la cultura ha terminato la sua opera e creato un’umanità e un mondo atti ad essere liberi. La nozione di un ordine non repressivo degli istinti va saggiata anzitutto sul più disordinato di tutti gli istinti, cioè sulla sessualità. Proprio nella sua soddisfazione l’uomo doveva essere superiore, determinato da valori superiori; la sessualità doveva ricevere la sua dignità dall’amore. Col sorgere di un principio della realtà non repressivo, questo processo dovrebbe rovesciarsi. La regressione implicita in questo espandersi della libido si manifesterebbe anzitutto in una riattivazione di tutte le zone erogene, e quindi in una ricomparsa della sessualità polimorfa pregenitale e in un declino della supremazia genitale”.

Così Marcuse, sempre in “Eros e civiltà”. Che cosa avverrebbe allora, secondo Marcuse, in una società non repressiva con la sessualità resa veramente libera? In una società, in cui il senso, cioè l’istinto, non fosse più subordinato alla ragione calcolatrice, si instaurerebbe una forma di civiltà molto elevata perché la sessualità tenderebbe alla propria sublimazione. Essa infatti non sarebbe più esclusivamente al servizio delle funzioni genitali e della riproduzione ma ricercherebbe il piacere per se stesso, la felicità nel significato più ampio e più completo di questi termini e la libido da semplice sesso si trasformerebbe in eros.

Di conseguenza l’individuo, non più inserito in un meccanismo repressivo, che lo rende estraneo a sé stesso e ne distrugge le iniziative, si sentirebbe libero, leggero, animato da una energia fisica e psichica creativa che vuole espandersi nella costruzione armoniosa della propria esistenza e di quella di tutta la società, rivolto alla associazione con gli altri. Il lavoro cesserebbe di essere alienante, l’ambiente diventerebbe sereno, le malattie verrebbero vinte e debellate con facilità, la vita si svolgerebbe piacevolmente perché consentirebbe la soddisfazione dei bisogni e dei desideri:

“Abbiamo parlato dell’autosublimazione della sessualità. Questo termine significa che, in condizioni specifiche, la sessualità può creare rapporti umani di alta civiltà, senza essere assoggettata a quella organizzazione repressiva che la civiltà costituita ha imposto all’istinto. Per lo sviluppo dell’istinto ciò significa regredire da una sessualità al servizio della riproduzione a una sessualità in «funzione del piacere da ottenere da zone del corpo». Con questa restaurazione della struttura primaria della sessualità, il primato della funzione genitale è infranto – ed è infranta anche la desessualizzazione del corpo, che ha accompagnato questo primato. Ampliati in questo modo, il campo e l’obiettivo dell’istinto diventano la vita dell’organismo stesso. In virtù della sua logica interna, questo processo suggerisce, quasi naturalmente, la trasformazione concettuale della sessualità in Eros. Alla luce dell’idea di una sublimazione non repressiva la definizione freudiana dell’Eros che lotta per «formare la sostanza viva in unità sempre maggiori, in modo che la vita possa essere prolungata e portata a uno sviluppo più alto» acquista qui un significato più ricco. L’impulso biologico diventa un impulso culturale. Il fine genera i propri progetti di realizzazione: l’abolizione del lavoro faticoso, il miglioramento dell’ambiente, la vittoria sulle malattie e sul deperimento, la creazione del lusso. Tutte queste attività sgorgano direttamente dal principio del piacere e costituiscono allo stesso tempo un lavoro che associa l’individuo in unità maggiori”. (H. Marcuse, “Eros e civiltà”)

Si noti lo slittamento continuo del concetto di amore: l’istinto coincide con l’eros, che la civiltà classista non conosce perché rende funzionale l’eros alla pura riproduzione del sistema.

Nel capitalismo l’istinto è o genitale o è riproduttivo. Solo l’eros può superare i criteri dell’efficienza, della produttività finalizzata al profitto: un istinto erotico che è il principio del piacere è conservato dalla memoria nell’inconscio:

“La nostra civiltà, per parlare in termini generali, è fondata sulla repressione degli istinti. La civiltà è innanzitutto progresso del lavoro […]. Poiché la civiltà è principalmente opera dell’Eros, essa è innanzitutto sottrazione di libido: la cultura ricava una gran parte dell’energia psichica di cui ha bisogno sottraendola alla sessualità” (Eros e civiltà).

È in questo quadro, insomma, che possiamo comprendere dove ci sta portando l’ondata rivoluzionaria viscidamente in atto da mezzo secolo a questa parte, un’ondata di Relativismo e Nichilismo dotati di una forza teorica senza precedenti, capaci di realizzarsi subdolamente nel mondo sociale come non è mai avvenuto nella storia dell’umanità. È solo in questo quadro che possiamo presagire dove ci porterà quest’ansia di liberazione dai vincoli, da ogni verità, da ogni struttura ed in particolare da ogni struttura strutturante, com’è la famiglia naturale.

I segnali sono già ben visibili:

- Denatalità: L’Istat ci dice che il calo delle nascite nel 2014 ci ha portati al livello minimo dall’Unità d’Italia (5.000 in meno rispetto al 2013, e per la prima volta il calo ha coinvolto anche le mamme straniere).

- Aborto: (nel 2008) I dati Oms dicono che in un anno ci sono mediamente 44 milioni di aborti nel mondo. Nel mondo una gravidanza su cinque finisce con l’aborto.

- Divorzio: Separazioni e divorzi in crescita. Il matrimonio dura in media 15 anni. Dati Istat: la tendenza è in continuo aumento. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si è arrivati a 311 e 182. L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 47 e 44 anni.

- Eutanasia: I dati statistici nazionali riportano che in Olanda i casi di eutanasia nel 2012 sono cresciuti del 18% rispetto all’anno precedente e sono addirittura raddoppiati rispetto al 2006.

- Eutanasia infantile: Lifenews ci informa che nel solo 2013, 650 bambini sono stati uccisi in Olanda (eutanasia infantile) perché o i loro genitori o i medici hanno giudicato insopportabili le loro sofferenze.

- Conseguenze mediche della rivoluzione sessuale: Le conseguenze sanitarie della rivoluzione sessuale si incominciano a concretizzare all’inizio degli Anni Ottanta: sarcoma kaposi (dal nome dello scopritore, un dermatologo ungherese, patologia tumorale correlata all’Aids), della stessa Aids. Nel 1984, non a caso, vengono chiuse le Terme di San Francisco. Partono i programmi anti-Aids e tuttavia tra il 1992 e il 1996 l’Aids è la prima causa di morte tra i giovani statunitensi. Il business economico correlato è gigantesco: si pensi anche soltanto alle nuove medicine, ai nuovi vaccini, ai nuovi strumenti di cura. Affari grandi dunque per il cuore dell’impero, New York. Perché gli altri ormai contano poco o niente. All’AIDS va ad aggiungersi la ripresa virulenza, soprattutto tra i giovani, nei paesi sviluppati, delle altre malattie sessualmente trasmissibili.

Dunque, più che guardare a ciò che surrettiziamente l’ideologia gender promette e alla sua ansia di liberazione da ipotetiche schiavitù (accettate acriticamente come tali), mi sembra sia il caso di guardare più avanti, a cosa effettivamente questa rivoluzione antropologica porta con sé. Il dono, come sempre, può essere tutt’altro che buono.

* (… aveva ragione Laocoonte: meglio essere sospettosi, quando vengono proposti certi doni).

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