Comunicare l’eredità di Cristo nella storia

3 maggio 2015 19:34 2 comments

“Il Gesù della storia in Joseph Ratzinger e Mons. Vittorio Fusco”,

Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger” – Campobasso

La relazione di Mons. Angelo Spina, Vescovo della Diocesi Sulmona-Valva

diocesisulmona-valva.it

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi. Ringrazio di cuore il mio Arcivescovo Monsignor Giancarlo Maria Bregantini, la dottoressa Ylenia Fiorenza, Carmine De Carmillis, Emilia Di Biase, Paolo Mitri, per l’invito che mi hanno rivolto a partecipare a questo incontro promosso dal Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger” qui a Campobasso. Quando ci si incontra, ritornano alla mente tanti ricordi. Per me questa sera, essere qui, a ricordare Monsignor Vittorio Fusco dà tanta commozione.

Lo ricordo sempre disponibile, pieno di umiltà e di sapienza, sin da quando ero in seminario a Campobasso. Ricordo quando ci recammo a Roma, con l’allora vicario generale di questa arcidiocesi, don Antonio Nuzzi, poi vescovo a S. Angelo dei Lombardi e successivamente a Teramo, ad assistere alla discussione della tesi di dottorato di Monsignor Fusco. Il relatore e contro relatore non riuscirono a muovere un minimo di obiezione su un lavoro di grande profondità scientifica. Lo rivedo ancora lungo i corridoi e nelle aule, quando frequentavo la Facoltà Teologica di Posillipo per la licenza, dove lui era professore ordinario di Sacra Scrittura, stimato da tutti come un “raffinato biblista”, sempre circondato da seminaristi e giovani sacerdoti.

Da sacerdote ho lavorato con lui all’ufficio catechistico diocesano, quante cose ho imparato! E poi insieme a correre qua e là per il Molise per la formazione degli insegnanti di religione. Quanti ricordi! Indimenticabile la notizia della sua nomina a vescovo di Nardò-Gallipoli, il 12 settembre 1995 e la sua consacrazione episcopale al santuario dell’Addolorata di Castelpetroso il 7 di ottobre dello stesso anno. Venni profondamente colpito quando, durante il rito dell’ordinazione, sul suo capo venne aperto e posto l’evangeliario. Pur essendo uno studioso, era sotto la Parola a cui si metteva a servizio perché venisse annunciata, accolta e glorificata. Ricordo gli occhi della sorella Giuseppina, pieni di lacrime, durante quel momento. La triste notizia della sua morte l’11 luglio 1995 fu un fulmine a ciel sereno. Ricordo che andammo giù per i funerali. La città tappezzata di manifesti e una folla immensa che salutava il suo pastore, che, aveva saputo soffrire e offrire la sua vita al Signore, alla Sua Chiesa, al suo popolo.

Dopo la sua morte mi colpì molto il suo testamento. Tra le tante cose ricordo la raccomandazione li leggere la Scrittura, la Parola di Dio, ma con una annotazione, come interpretata dai santi.

Come a dire gli studiosi, gli esegeti, conoscono la Scrittura, la sanno ben analizzare, spiegare, ma i santi ne hanno colto l’essenziale perché l’hanno messa in pratica.

Vorrei partire proprio da qui per questo mio intervento. Il Salmo 16 ha queste parole “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”(Sl.16,5). Nella lettera ai Romani S. Paolo scrive “E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”(Rm 8,17).

In questi testi, come in altri della scrittura si parla di eredità. Quale è l’eredità di Monsignor Fusco, del papa emerito Benedetto XVI, che ha scandagliato l’oceano della fede e che ho avuto più volte modo di incontrare, sia nella visita pastorale a Sulmona il 4 luglio 2010, anche lo scorso anno a gennaio e poi il 23 ottobre nel monastero in Vaticano.

L’eredità è la loro testimonianza di fede. Appassionati, innamorati del Signore Gesù lo hanno accolto con la fede e seguito con la vita. Per conoscere una persona bisogna ascoltarla, starci insieme. E loro hanno avuto il dono di ascoltare la Parola di Dio, immergersi dentro e venirne ristorati, edificati, con gli studi, così esigenti, così difficili. Ma la conoscenza non è stata fine a se stessa, ma per amare di più il Signore e perciò per farlo conoscere nella sua interezza.

Ecco allora le tante pubblicazioni e i tanti insegnamenti, per smascherare visioni distorte e riduttive della figura di Gesù. Sia in Mons. Fusco che nel Papa emerito, che venne a Castelpetroso nel 1998, allora cardinale, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a parlarci di Gesù a tutti noi presbiteri del Molise. Ricordo quando lo andammo a invitare, con il vescovo Mons. Ettore Di Filippo, nel palazzo dell’ex sant’Uffizio, ora Dottrina per la Fede, che ci accolse volentieri e toccò a me, pieno di timore e paura, esporre il programma della giornata, dicevo, in entrambi non c’è solo la sete della conoscenza ma la bellezza dell’incontro. Perché nelle loro opere parlano di Gesù con grande scientificità, ma soprattutto con il cuore.

Il loro non è un arido esporre, ma si sente che sono degli innamorati del Signore Gesù, di cui non possono tacere le meraviglie operate nella loro vita. E’ proprio l’incontro che cambia la vita. Paolo di Tarso, nell’incontro con il Risorto, sulla via di Damasco, venne folgorato e da quell’incontro tutto cambiò. Belle le sue parole nella lettera ai Galati “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Gl. 2,20)

L’incontro porta dentro una luce nuova, non quella che vi entra attraverso gli occhi, ma attraverso la fede. Nelle prima lettera S. Pietro scrive: “Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1Pt 1,6-9).

È chiaro che credere non è credere a un’idea, lo ha esplicitato chiaramente Benedetto XVI nella enciclica Deus caritas est, 1: “Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16)”.

Gesù Cristo è la rivelazione del Padre:“Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.” (Gv 1,18)

L’uomo porta in sé il bisogno della verità perciò è sempre alla ricerca di Dio; con la luce della sua ragione lo trova, ma giunge ad una conoscenza limitata.

A questo andare dell’uomo alla ricerca di Dio corrisponde un venire di Dio davvero sorprendente. Perciò non è tanto l’uomo che cerca Dio, ma è Dio che si mette in cammino per cercare l’uomo. Per averlo creato per sé, per sua bontà e grazia, gli si rivela, toglie il velo che lo nasconde e mostra all’uomo la sua bontà, perfezione, bellezza, onnipotenza, non solo attraverso le opere create ma parlandogli, chiamandolo all’amicizia con Lui e, con Cristo, alla figliolanza.

Così ha fatto con Abramo, con i Patriarchi, con Mosè, con i profeti, con il popolo eletto d’Israele. E, dopo aver parlato in diversi modi, attraverso intermediari, Dio ha voluto parlare all’uomo inviando il suo unico Figlio, che, nascendo dalla Vergine Maria, si è fatto uomo per rivelare ad ogni uomo, a tutti gli uomini il volto di Dio Padre (cfr Eb 1, 1-2).

Nel Libro dei Salmi troviamo questa invocazione: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sl 26, 8-9). Filippo, uno dei Dodici, pose un giorno a Gesù questa domanda: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,8-9). «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30), disse Gesù in un’altra circostanza e Giovanni, all’inizio del suo Vangelo: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato». (Gv 1,18)

Gesù con la sua nascita, la sua vita, la sua morte e risurrezione, con quello che fa e dice, ci rivela Dio Padre, ci introduce nel suo mistero.

Dio Padre, donandoci il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto. Quello che aveva detto solo in parte ai Profeti d’Israele l’ha detto tutto nel Figlio, donandocelo. (Cfr San Giovanni della Croce, Salita al monte Carmelo, 2,22).

Il dono più grande di Dio all’umanità è il dono del suo Figlio. Il dono più grande di Gesù è quello di manifestare il volto di Dio Padre che è amore, misericordia, pace e gioia. Gesù mostrandoci il volto di Dio Padre ci mostra anche quello dell’uomo sfigurato dal peccato. Egli prende su di sé il peccato del mondo per ridare all’uomo dignità perché in lui torni a splendere l’immagine di Dio. Gesù nasce perché l’uomo, morto al peccato, possa rinascere. Per donare all’uomo tutto l’amore del Padre, Gesù offre se stesso come vittima sacrificale sull’altare della croce e con il suo sangue lava l’umanità dal peccato e la riporta al Padre purificata e riconciliata. «Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture» (1Cor 15,3). In questo consiste la redenzione di Cristo: «E’ venuto per… dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28), amare «i suoi sino alla fine» (Gv 13,1), perché essi fossero «liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri» (1Pt1,18). Mediante la sua obbedienza di amore al Padre «fino alla morte di croce» (Fil 2,8), Gesù compie la missione del servo sofferente che giustifica molti addossandosi le loro iniquità (cfr Is 53,11; Rm 5,19).

Gesù è l’unico salvatore e redentore dell’uomo, «lo stesso ieri, oggi e sempre. (Eb 13,8).

Quale l’eredità che Gesù ha comunicato?. Da quanto detto è chiaro. Ha fatto dono della salvezza e perciò di una dimensione nuova. Ha comunicato all’uomo la buona notizia dell’amore di Dio, ha dato le parole delle beatitudini, ha aperto i cieli alla vita eterna e alla risurrezione.

I santi, che hanno accolto la sua eredità in un modo luminoso, sono coloro che hanno confessato la bellezza del seguire il Signore Gesù là dove venivano chiamati a dare testimonianza del loro essere cristiani. Se guardiamo alla storia della Chiesa, vediamo che è ricca di figure di santi e di beati che, partendo da un cammino di fede, da un intenso e costante dialogo con Dio, hanno dato testimonianza di vita evangelica.

Quante cose nella storia passano velocemente. La santità, invece, non perde mai la propria forza attrattiva, non cade nell’oblio, non passa mai di moda, anzi, col trascorrere del tempo risplende con maggiore luminosità, esprimendo la perenne tensione dell’uomo verso Dio.

In una società, che sembra aver smarrito le certezze essenziali della vita, Cristo e i suoi santi costituiscono ancora l’unico luminosissimo faro per orientare al bene le esistenze e i comportamenti.
I santi sono i campioni del bene. Essi sono la freschezza e la concretezza delle beatitudini. I santi non sono degli alieni, ma abitatori esemplari delle nostre terre e città. Essi sono trasparenza della grazia e della santità di Dio Trinità. Ci ricordano la nostra vocazione:<> (1Pt 2,9).

Colpisce ai nostri giorni la schiera di tanti credenti in Cristo, è stato calcolato che sono circa duecento milioni, che soffrono a causa della fede, tanti sono i martiri del nostro tempo. Colpisce la storia di Meriam, la donna sudanese, condannata qualche anno fa perché cristiana. Posta di fronte alla scelta di ricevere cento colpi di frusta e poi venire uccisa, lei che aveva il marito, un figlio di due anni e uno in grembo di otto mesi, ha visto in Cristo l’unica speranza, speranza affidabile, forte delle parole: “Non abbiate paura di coloro che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”, ha scelto la via della croce, per rimanere fedele a Cristo. E’ stata incarcerata. Ha subito minacce e violenze, ha partorito in carcere, ma è rimasta fedele a Cristo, suo Signore.

Poco più di un mese fa siamo rimasti colpiti dalla testimonianza delle ventuno persone che sono state portate sulla spiaggia del mediterraneo in Libia e uccise dall’Isis. Dai fotogrammi si vede il movimento delle loro labbra che, nella loro lingua, invocano Gesù, Dio. Ha detto Papa Francesco all’Angelus del 15 aprile 2015: “Con dolore, con molto dolore, ho appreso degli attentati terroristici di oggi contro due chiese nella città Lahore in Pakistan, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Sono chiese cristiane. I cristiani sono perseguitati. I nostri fratelli versano il sangue soltanto perché sono cristiani. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per le loro famiglie, chiedo al Signore, imploro dal Signore, fonte di ogni bene, il dono della pace e della concordia per quel Paese. Che questa persecuzione contro i cristiani, che il mondo cerca di nascondere, finisca e ci sia la pace”.

Gesù si è fidato dei suoi apostoli, li ha mandati nel mondo ad annunciare la buona notizia, a testimoniare con le opere la forza dell’amore di Dio. Una eredità carica di responsabilità. Perché quando si riceve una eredità si viene coinvolti, come a dire ora è tutto tuo. Nella eredità che Gesù ha consegnato alla storia c’è sempre la sua presenza.

L’evangelista Matteo lo annota all’inizio del suo vangelo sottolineando che Gesù è “l’Emmanuele” (Cfr. Mt 1,18-20), il Dio con noi, e alla fine del suo vangelo riporta fedelmente le parole di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt 18,20).

Un Dio amico, un Dio compagno di viaggio, un Dio con noi che ci porta oltre i confini delle nostre paure, oltre i confini degli egoismi e della morte e ci porta alla vita, Lui che è via, verità e vita. Piace concludere questo mio intervento con la preghiera di S. Giovanni Paolo II:

Preghiera al Redentore
«Signore Gesù,
Tu sei il Figlio di Dio fatto uomo,
da noi crocifisso e dal Padre risuscitato.
Tu, il vivente, realmente presente in mezzo a noi.
Tu, la via, la verità e la vita.
Tu, che solo hai parole di vita eterna.
Tu, l’unico fondamento della nostra salvezza
e l’unico nome da invocare per avere speranza.
Tu, l’immagine del Padre e il donatore dello Spirito.
Tu, l’amore: l’amore non amato!
Signore Gesù, noi crediamo in te,
ti adoriamo, ti amiamo con tutto il nostro cuore,
e proclamiamo il tuo nome al di sopra di ogni altro nome».

(Giovanni Paolo II)

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