Suicidi gay? Il dott. Gandolfini ha ragione, non dipendono dall’omofobia

15 maggio 2015 17:31 0 comments

La redazione

23 aprile 2015

uccronline.it

La “macchina del fango” Lgbt è stata nuovamente attivata, questa volta la vittima è il prof. Massimo Gandolfini, noto neuroscienziato e primario di neurochirurgia alla fondazione Poliambulanza di Brescia, il quale durante un convegno ha criticato chi attribuisce all’omofobia l’alto tasso di suicidi e disturbi delle persone omosessuali, mostrando invece che essi permangono anche nelle società apertamente gay-friendly.

Il prof. Gandolfini ha quindi criticato gli educatori che instillano nei bambini con identità confusa la vocazione a “farsi omosessuali”, affermando: «Un eventuale “Disagio identitario” va affrontato nella prospettiva del supremo interesse del bimbo. Lo scopo dell’educazione non è scoprire l’orientamento sessuale del bambino per poi indirizzarlo da quella parte perché la sua scelta è libera. E se scopriamo una cosa che si chiama “disagio identitario”, lo scopo dell’educatore non è quello di correre dietro al disagio identitario ma è quello di cercare di indirizzare verso una coerenza questo disturbo verso il proprio psichismo».

Il giornalista e militante Lgbt (così lo definiscono i blog queer) Simone Alliva ha subito pubblicato su “L’Espresso” un articolo diffamatorio verso il prof. Gandolfini, sostenendo che «per gli omosessuali italiani dunque si propongono cure, correzioni». È la solita ridicola accusa della lobby gay a chi risulta fastidioso per i propri progetti, probabilmente Alliva sarà chiamato a rispondere delle sue accuse in apposite sedi. Già che c’è, dovrebbe tuttavia anche spiegare (a noi) con quale coerenza etica può conciliare la sua attività di militante Lgbt e giornalista dell’“Espresso” con la stima del suo stesso datore di lavoro per lo psichiatra Eugenio Borga, definito, giustamente, dalla rivista «uno dei più grandi psichiatri italiani» e «un grande maestro». È infatti risaputo che il dott. Borgna è un deciso oppositore delle teorie Lgbt, sopratutto per quanto riguarda gender, matrimonio e adozioni per persone dello stesso sesso. Effettivamente un vero “grande maestro”, come lo definisce l’Espresso per cui lavora il giornalista pro gender.

Sinceramente non ci interessa molto parlarne ma visto che la questione è emersa dobbiamo entrare nel merito della questione: non si può che sostenere la posizione del prof. Gandolfini. L’alto tasso di suicidi e disturbi psico-fisici tra persone di omosessuali è purtroppo un dato di fatto, confermato da numerosi studi e dalle stesse associazioni Lgbt. Segnaliamo per un approfondimento il sintetico comunicato del Ministero della Salute della città di New York per quanto riguarda il tasso di suicidi e disturbi di gay e lesbiche. Il problema è quando si attribuiscono tali dati unicamente alle colpe dell’omofobia: oltre all’inesistenza del fenomeno omofobia (tant’è che nella “cattolica” Italia il ddl Scalfarotto è stato dimenticato da tutti, senza problemi), tale spiegazione fatica a conciliarsi con l’evidenza che nei Paesi dichiaratamente gay-friendly non si assiste ad alcuna diminuzione o sparizione degli alti tassi di disturbi nella comunità omosessuale.

I dati citati sono dovuti a cause endogene (cioè legati in qualche modo alla tendenza omosessuale stessa o allo stile di vita gay) oppure a cause esogene (all’omofobia sociale)?

Molti, come accennato, scelgono la seconda risposta.

Ma tanti omosessuali sostengono che il problema è in realtà lo stile di vita gay, come ha ben spiegato, ad esempio, Simon Fanshawe, importante scrittore omosessuale e intellettuale inglese.

Luis Pabon, giovane omosessuale, ha fatto discutere annunciando: «Non voglio più essere gay. Sono approdato nella comunità gay alla ricerca di amore, intimità e fratellanza. Ciò che ho trovato è: sospetto, infedeltà, solitudine e mancanza di unione. In questa comunità, c’è talmente tanto disgusto di sé stessi che si incontrano continuamente uomini a pezzi, autodistruttivi, che sanno solo ferire, che sono crudeli e vendicativi gli uni contro gli altri», si sperimenta «una immoralità diabolica che ti porta alla distruzione quotidiana. Non ne vale la pena, non più. Ho scelto di dissociarmi da uno stile di vita al di fuori della morale e della bontà. Vivere la vita gay è come infatuarsi di un cattivo ragazzo, di cui all’inizio desiderate spasmodicamente l’attenzione e l’amore, ma che alla fine vi fa ribrezzo. Io non ci sto più» (tradotta anche su “Gay.it”).

Matthew Todd, drammaturgo e redattore della rivista gay inglese “Attitude”, ha definito “il problema dei problemi” il preoccupante aumento dei tassi di malattie mentali e problemi di dipendenza tra gli uomini gay, spiegando: «C’è questo luogo comune che passiamo tanto tempo a fare festa, ma in realtà noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c’è un inferno di gay infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale, tassi molto più elevati di comportamento auto-distruttivi. La vita gay è incredibilmente sessualizzata. I ragazzi entrano in questo mondo sessualizzato dove c’è un sacco di alcol e un sacco di droga, non c’è nulla di sano, dolce o rilassato».

***

Evidentemente c’è qualcosa che non torna, non a caso numerosi studi danno ragione alla spiegazione di questi omosessuali “eretici”. Una ricerca su Archives of General Psychiatry, ad esempio, ha concluso: «Mentre vi è un crescente consenso sul fatto che i giovani omosessuali hanno un aumentato rischio di comportamenti suicidari e problemi di salute mentale, i processi che portano a queste associazioni rimangono poco chiari. Sebbene tali risultati sono solitamente interpretati come conseguenze di atteggiamenti omofobici e pregiudizi sociali, sono possibili anche spiegazioni alternative. Queste includono: (1) la possibilità che tali associazioni siano artefatte a causa di problemi di misurazione e disegni di ricerca, (2) la possibilità di una casualità reversibile: i giovani inclini a disturbi psichiatrici sono più inclini a sperimentare attrazione omosessuale; (3) la possibilità che le scelte di vita fatte dai giovani omosessuali li mettano a maggior rischio di eventi avversi e aumentati rischi di problemi di salute mentale».

Altri studi hanno rilevato che la maggior parte dei tentativi di suicidio sono dovuti ai problemi derivanti da una relazione omosessuale (rottura del rapporto, litigi…), tanto che il British Journal of Psychiatry ha sostenuto: «Può essere che il pregiudizio della società contro gay e lesbiche porti ad una maggiore angoscia. Tuttavia, la psicologia gay e lesbica può anche portare ad assumere stili di vita che rendono queste persone più vulnerabili al disturbo psicologico».

In un’indagine su “Archives of General Psychiatry”, condotta sui disturbi psico-fisici di oltre 7.000 cittadini olandesi, è stato riconosciuto un altissimo tasso di problematiche tra le persone omosessuali, nonostante l’Olanda sia in cima alle graduatorie per assenza di omofobia. La stessa ricerca è stata replicata qualche anno più tardi, evidenziando nuovamente che l’omosessualità è significativamente correlata con suicidalità e disturbi mentali, nuovamente riconoscendo che «persino in un paese con un clima relativamente tollerante nei confronti dell’omosessualità, gli uomini omosessuali sono esposti ad un rischio suicidario molto più elevato rispetto agli uomini eterosessuali».

Una recente ricerca condotta in Danimarca, anch’esso tra i Paesi ritenuti all’avanguardia dal mondo Lgbt e massimamente tollerante verso l’omosessualità, ha rilevato che nel corso dei primi dodici anni di legalizzazione delle unioni omosessuali (1990-2001) per gli uomini omosessuali legalmente sposati, il tasso di suicidio è stato otto volte maggiore di quello di uomini che hanno una unione eterosessuale e il doppio rispetto a quello di uomini single. Il tasso di suicidalità tra gli uomini coinvolti in n una unione omosessuale è risultato il più alto rispetto ad ogni altro dato sulla suicidalità in soggetti con tendenze omosessuali. Nello stesso Paese, una importante ricerca (condotta su 6,5 milioni di danesi tra il 1982 e il 2011), ha evidenziato come la suicidalità tra uomini sposati con un uomo sia quattro volte quella di uomini sposati con una donna e molto più alta rispetto a qualsiasi altra condizione (solitudine, divorzio, vedovanza).

Lo stesso accade in Norvegia e Svezia, altri paesi definiti il “paradiso dei gay”, ma già studi più datati (anno 1995) negavano che la stigmatizzazione fosse la causa diretta del suicidio delle persone omosessuali.

I disturbi purtroppo vissuti dalle persone omosessuali, dunque, permangono ad alti livelli anche in società massimamente tolleranti verso l’omosessualità: trarre conclusioni certe non è possibile, così come risulta chiaramente confutata la tesi che vorrebbe incolpare il presunto fenomeno dell’emergenza omofobia.

Come è stato scritto in una ricerca pubblicata sul Journal of Human Sexuality nel 2010: «le persone con attrazione per lo stesso sesso (SSA) hanno una varietà deplorevolmente elevata di problematiche sulla salute mentale e ci sono prove che questo è molto meno dovuto alla pressione sociale di quanto comunemente si suppone».

Bisognerebbe quindi includere nelle cause anche la possibilità di una causa endogena, come ha fatto il dott. Gandolfini. Potrebbe dipendere dallo stile vita gay, come riferiscono molti omosessuali, oppure dall’inclinazione stessa, d’altra parte ogni persona che assume un comportamento omosessuale, infatti, vive permanentemente un contrasto e una contraddizione tra il dato biologico e fisiologico del proprio corpo – le cui diverse parti sono permanentemente e oggettivamente predisposte a completarsi mediante l’incontro con il corpo di una persona dalla sessualità complementare ed opposta (e non identica) – e il dato psicologico. Il conflitto interno tra corpo e psicologia non è senza esiti e questo disordine potrebbe purtroppo trasformarsi in un disagio, provocando disturbi e altre conseguenze. È anche ciò che sosteneva similarmente Sigmund Freud.

Negare strenuamente tutto questo, senza prenderlo nemmeno in considerazione addossando le colpe al complotto anti-gay della società universale, significa ignorare la drammaticità di questi dati e di queste persone, e, questo sì, trasformarsi in omofobi.

Come è stato giustamente scritto su Notizie Pro Vita, «il risultato – nel migliore dei casi – è quello di seppellire il male di vivere e il dolore nel profondo, sotto un monte di bugie e di illusioni».

 

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