Matrimonio omosessuale: il prossimo obiettivo è l’Italia

29 maggio 2015 08:03 52 comments

Di Luca Marcolivio

28 Maggio 2015

zenit.org

L’approvazione del matrimonio omosessuale per via referendaria nella “cattolicissima” Irlanda è stato un sensibile scossone alla famiglia in Europa. L’obiettivo delle lobby LGBT e delle correnti affini è ora l’Italia, per la valenza simbolica che essa rappresenta, ospitandovi il capo della Chiesa Cattolica.

Secondo l’avvocato Simone Pillon, consigliere nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, tuttavia, il nostro paese ha gli anticorpi giusti per frenare ed eventualmente sconfiggere questa ondata ideologica. A colloquio con ZENIT, l’avvocato Pillon ha spiegato quali sono la posta in gioco e la strategia da adottare.

Avvocato Pillon, dopo il referendum in Irlanda, c’è il rischio di un effetto-domino in tutta Europa, Italia compresa?

La vicenda del referendum irlandese è molto interessante perché mostra appieno come la strategia portata avanti dai LGBT abbia sortito i suoi effetti. Dapprima c’è stato un generico e violentissimo attacco alla Chiesa, motivato anche dagli scandali legati alla pedofilia, facendo perdere alla Chiesa quel ruolo di guida morale del paese avuto per centinaia di anni. Il secondo passaggio è stato quello di giocare sulla questione dei diritti.

In Irlanda sia le unioni civili che le adozioni di bambini da parte di coppie gay erano già leggi dello stato prima di questo referendum ed erano state approvate dal Parlamento nel silenzio dell’opinione pubblica, senza alcun tipo di dibattito etico, culturale o politico nel paese. La spallata finale è stata quindi affidata al popolo, con un evento molto potente dal punto di vista mediatico, come il referendum.

Se il referendum non fosse passato, le coppie gay avrebbero comunque avuto gli stessi diritti e doveri del matrimonio, compresa l’adozione.

Il fatto che il referendum sia passato, ha dato però una fortissima scossa al paese dal punto di vista identitario e culturale. Il vero obiettivo delle lobby LGBT, però, non è l’Irlanda ma l’Italia perché da noi risiede il Papa. Il paese che ospita la sede di Pietro è qualcosa di potentissimo dal punto di vista simbolico. Quindi, se dovesse cadere l’Italia, sarebbe un messaggio fortissimo per tutti i paesi cattolici del mondo, anche per quelli che ancora resistono a una certa deriva culturale e legislativa. Non è un caso che il referendum irlandese sia stato notevolmente amplificato dai media italiani.

Si è parlato di una vera o presunta evanescenza dell’episcopato irlandese in merito alla campagna referendaria. Il tema della famiglia, tuttavia, non dovrebbe essere aconfessionale e richiamare principalmente l’impegno dei laici?

La vera strada da seguire è quella indicata da papa Francesco, il quale, parlando un paio di settimane fa all’assemblea della CEI è stato chiarissimo: è vero che si tratta di questioni che riguardano principalmente il laicato, il quale non ha bisogno dei “monsignori pilota”, ma è anche vero che tutti hanno bisogno del pastore.

Quello che è mancato in Irlanda è stata proprio la voce dei pastori, forse perché ridotti al silenzio dallo scandalo pedofilia o da un sistema mediatico che li sta censurando. Grazie a Dio, in Italia la situazione è diversa: penso a quanto detto recentemente dal Segretario di Stato, Parolin, che, con riferimento al referendum irlandese, ha parlato di “sconfitta per l’umanità” ma anche agli interventi del cardinale Bagnasco e di monsignor Galantino. Penso però soprattutto al Papa la cui voce, su questo argomento, è sempre più forte, decisa e chiara.

Accanto alla proposizione dell’amore sponsale come modello, il Santo Padre non ha esitato a sottolineare l’estrema pericolosità della teoria del gender con tutte le sue derivazioni anche normative. I pastori devono quindi indicare la strada ma è il laicato che deve muoversi ed organizzare il lavoro sul campo, come già stanno facendo molte associazioni e movimenti.

Quali sono gli strumenti giuridici che le vostre associazioni stanno mettendo in campo per contrastare i ddl Scalfarotto, Cirinnà e Fedeli?

Formalmente – e paradossalmente – il diritto positivo vigente offrirebbe la possibilità di negare l’accesso a tutti e tre i ddl che lei ha citato. La Convenzione ONU per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, agli artt. 6-7-8-9, ricorda che il bambino non va mai separato dalla madre e che ha diritto di conoscere le sue radici; tale documento è anche una fonte giuridica in contrasto con l’utero in affitto, con la maternità surrogata e con la step child adoption.

Dal punto di vista educativo, secondo l’art. 26 della Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo, il bambino ha diritto ad essere educato secondo le concezioni filosofiche e religiose dei suoi genitori: nessuna scuola, quindi, può essere teatro di “colonizzazioni ideologiche”. La Costituzione Repubblicana all’articolo 30 afferma: “è diritto e dovere dei genitori istruire ed educare i figli”.

L’articolo 29 della stessa Costituzione, poi, ricorda che “la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”. Le pressioni ideologiche e politiche, tuttavia, sono talmente forti da riuscire a mettere la sordina a queste norme considerate sgradite ed anacronistiche. O comunque non se ne parla, perché si è tutti concentrati sui diritti delle coppie omosessuali.

Un diritto che superi le convenzioni che stanno alla base del sentire comune dell’umanità è un diritto che non è più tale ma è la protervia di pochi che mirano ad ottenere privilegi, opprimendo chi ha davvero dei diritti ma non riesce a tutelarli. È una lotta del forte contro il debole: i forti sono le organizzazioni LGBT, i deboli sono i bambini, ovvero i soggetti più fragili e deboli.

Giuridicamente avremmo quindi delle risposte da contrapporre ma è come se queste risposte fossero giudicate inefficaci. I supremi organi giudicanti – penso alla Corte di Giustizia Europea ma anche alla nostra Corte di Cassazione – hanno deciso di ignorare la legge e di diventare fonti del diritto, perché, a loro dire, andrebbero a sostituirsi a presunte lacune della legislazione nazionale e sovranazionale. Le fonti giuridiche, quindi, non sono più sufficienti.

Che ruolo possono giocare in questo passaggio, associazioni e movimenti pro-family come la Manif Pour Tous, le Sentinelle in Piedi o il Forum delle Associazioni Familiari?

Abbiamo dalla nostra parte, l’evidenza scientifica delle cose ma è sempre più difficile farla emergere, perché vengono condotte ricerche pseudoscientifiche con il preciso obiettivo di andare a sminuire il valore scientifico di quelle valide. Sia lo strumento giuridico che lo strumento scientifico, quindi, ne escono indeboliti. Lo strumento della pressione culturale e della piazza diventa importante ma c’è la volontà di attaccarlo e di sminuirne la portata, parlando di “derive fasciste” o “clericali” o di “omofobia” radicata.

Una risposta che abbiamo visto essere efficace è quella di perseverare. È vero che le varie manifestazioni, incontri e tavole rotonde sembrano non avere efficacia ma, in realtà, fruttificano nel silenzio e nel segreto. Questa battaglia, in Irlanda come in altri paesi, non è stata mai giocata.

In Italia, invece, lo scenario è diverso: se andiamo a vedere il gradimento dell’opinione pubblica sulla questione del gender, assistiamo a un’inversione del trend rispetto a uno o due anni fa, con i sostenitori del gender nuovamente in calo fino a diventare minoranza. Il nostro è un lavoro difficile e ‘certosino’ che espone e mette a rischio chi lo porta avanti, come dimostra la vicenda giudiziaria che mi vede coinvolto. Comunque è una battaglia che, alla fine, paga. Ritengo però sia importante che i vari gruppi delle Sentinelle in Piedi, della Manif Pour Tous, del Forum delle Famiglie, e tante altre realtà condividano un percorso comune anche mediante un grande evento di piazza – come lo fu il Family Day del 2007 – e da lì ripartire, per riversarsi nuovamente nelle parrocchie e nei territori. Questo momento d’incontro, ovviamente, non dovrà essere clericale o ecclesiale ma aperto a tutte le fedi e religioni e a tutte le associazioni laicali.

Al tempo stesso, dal punto di vista politico, c’è da fare un grande lavoro di sostegno a chi si sta battendo per questa causa: le migliaia di emendamenti al ddl Cirinnà sono un sintomo dell’efficacia di questa azione.

Il vero stop arriverà, infatti, con un forte messaggio politico, un monito sull’esistenza di un elettorato che non appoggia certe scelte e che, alle prossime elezioni, potrebbe non ridare il voto ai parlamentari che approvano certe leggi.

 

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