La magia del «second wind»

2 giugno 2015 04:59 1 comment

Di Andreas Hofer

28 aprile 2015

costanzamiriano.com

Senza la famiglia siamo indifesi di fronte allo Stato, che nella nostra moderna situazione coincide con lo Stato Servile. (G. K. Chesterton)

È dunque legge il cosiddetto “divorzio breve”. Decretare la fine di un matrimonio ora avrà tempi più rapidi, procedure più snelle. È grande il giubilo di Donatella Ferranti, presidente della commissione Giustizia. La nuova normativa, dichiara, «è un indubbio passo avanti di civiltà giuridica e sociale, in linea con i tempi e con gli ordinamenti degli altri paesi». È solidale con questo giudizio anche la vice presidente della Camera Marina Sereni, per la quale siamo indubbiamente di fronte a una «norma di civiltà».

Viene alla mente, nel prendere visione di queste pompose dichiarazioni, l’ironia sferzante con cui G. K. Chesterton si rivolgeva ai fautori del divorzio in un gran bel libro del 1920, The Superstition of Divorce (“La superstizione del divorzio”).

L’impressione, dice l’acuto Chesterton, è che i divorzisti prima di tutto non abbiano le idee molto chiare sul significato del matrimonio: «Questa gente afferma di volere il divorzio senza chiedersi prima se vuole il matrimonio».

Chesterton, com’è suo costume, fonda la sua apologia del matrimonio indissolubile su argomenti ragionevoli, di senso comune. Col vincolo matrimoniale, scrive lo scrittore londinese, prende forma e si avvia la straordinaria epopea della famiglia, «avventura personale di un uomo libero», «avventura individuale al di fuori delle frontiere dello stato».

La tendenza moderna è quella di vedere nel matrimonio un semplice contratto. È una visione assai riduttiva: l’atto con cui due persone si promettono fedeltà è assai più simile a un voto o a un giuramento cavalleresco, è imperniato cioè sulla «libera scelta di una condizione permanente» con cui un uomo e una donna si scelgono reciprocamente impegnandosi a una vita in comune e alla generazione dei figli.
La famiglia, pertanto, identifica lo spazio dell’autentica libertà personale, giacché con la sua fondazione si «crea un piccolo stato all’interno dello stato che resiste a tutta questa irreggimentazione; il suo legame rompe ogni altro legame, la sua legge è più forte di ogni altra legge».

Ogni family hater, al contrario, palesa in sé un adoratore dello «stato servile». Chesterton mutua questa espressione dal sodale Hilaire Belloc (1870-1953). In breve, lo stato servile (dall’accezione latina di servus, cioè schiavo) è una sorta di megamacchina sociale, un tipico prodotto di quella che GKC altrove ha bollato come l’«orribile teoria dell’Anima dell’Alveare». Si tratta di un macroscopico organismo collettivo che considera gli esseri umani alla stregua di semplici ingranaggi deputati al proprio funzionamento.

Il legame familiare rappresenta un formidabile ostacolo alla dissoluzione della persona nel corpo collettivo. Lo stato servile desidera «una democrazia sessualmente fluida, dato che la creazione di piccoli nuclei equivale alla creazione di piccole nazioni, e queste piccole nazioni, in quanto tali, sono un impedimento per una mente di ambizioni imperialiste».

Patrocinare la diffusione universale dell’amore “liquido” rappresenta quindi il tentativo di abbattere la piccola patria familiare. Una tale ottica esige l’oblio dell’antica verità per cui «fare una famiglia è qualcosa di molto più grande di fare del sesso». Ciò spiega cosa spinga i suoi partigiani a riconoscere nel giuramento matrimoniale «la vitale antitesi dello stato servile, la sua alternativa e il suo antagonista».
Il nemico giurato di ogni idolo societario – Platone lo chiama il “Grosso Animale” – è dunque questo «piccolo stato fondato sui due sessi [che] è allo stesso tempo il più volontario e il più naturale degli stati autonomi».

Ma perché questa esigenza di «proclamare una religione erotica che esalta la lussuria e al contempo proibisce la fertilità»?

Il motivo lo aveva intuito già Aristotele: non c’è minaccia minore di un corpo atomizzato di uomini sradicati, privi di legami parentali. La mancanza di legami forti li rende una massa impotente, incapace di opporre resistenza alla forza che li tiene moralmente e psicologicamente assoggettati.
Questi uomini erano gli schiavi dell’Antichità. Secondo il pensiero dello Stagirita occorre infatti gli schiavi non siano «appartenenti tutti alla stessa stirpe» e nemmeno che siano «dotati di animo troppo fiero» dato che queste «sono le sole condizioni alle quali essi possono essere utili nel lavoro».

È questa è la ragione per cui, sottolinea Chesterton, il sesso «deve essere per lo schiavo solo un piacere e mai deve diventare un potere. Egli deve riconoscere (o almeno pensare) il piacere come un qualcosa il meno possibile diverso da un piacere; non deve sapere o pensare nulla intorno al fatto di dove provenga o dove sia diretto, una volta che lo sporco oggetto è passato dalle sue mani. Non deve farsi troppe domande sulla sua origine nel disegno o sul suo fine nella discendenza umana».

La grandezza del matrimonio discende invece dalla sua natura di istituzione fondata sulla libertà dell’amore, piuttosto che sull’amore libero: «La più antica delle istituzioni umane possiede un’autorità che può facilmente essere confusa coll’irriducibile indomabilità dell’anarchia. Tra tutte le istituzioni essa nasce da un’attrazione spontanea: e si può affermare con esattezza, senza enfasi, che essa si fondi sull’amore e non sulla paura. Il tentativo di accostarla alle istituzioni coercitive che hanno poi complicato la storia più tarda ha portato a infinite illogicità in tempi moderni».
Come tutte le istituzioni, anche il matrimonio è un prezioso sostegno per la fragilità umana. Chesterton illustra questa indispensabile funzione ausiliaria ricorrendo alla metafora sportiva del second wind, il «secondo vento».

Chiunque si sia cimentato in una qualunque attività sportiva che preveda uno sforzo prolungato nel tempo, come il ciclismo o la corsa su lunga distanza, sa benissimo che nel corso della performance giunge un momento di crisi in cui tutte le energie sembrano essersi prosciugate. Ebbene, proprio quello è il frangente in cui, lungi dal gettare la spugna, è necessario stringere i denti in attesa del «second wind»: il momento in cui, come d’incanto, le energie ritorneranno permettendo di proseguire la gara.

Anche la vita matrimoniale, dice Chesterton, sembra obbedire a questa legge fondamentale. The answer is blowin’ in the (second) wind, per parafrasare il buon vecchio Bob Dylan. Così quando il sentimento è in crisi è l’istituzione a mantenere in piedi la vita di coppia. Più un’istituzione è sana, più è in grado di assorbire i colpi del destino che spezza e consente di metabolizzare gli insuccessi della vita.
Il matrimonio si iscrive in un registro, quello della donazione, che oltrepassa il campo dell’interesse personale. In nome dell’interesse individuale si può sciogliere un contratto, «ma l’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro». Lo sappiano anche coloro che troppo in fretta sono ansiosi di decretarne la sconfitta.

Fonte: La Croce quotidiano, 25 aprile 2015

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