Dossetti ed i suoi avvocati

17 giugno 2015 15:03 4 comments

Di Vittorio Messori

Giugno 2015

vittoriomessori.it

Sono stato spesso aggredito da quelli che chiamavano (anzi, chiamano, visto che esistono ancora, malgrado gli sia caduto in testa il muro di Berlino) i “cattocomunisti“. Aggredito verbalmente, ma ho anche rischiato di peggio, ad esempio quando mi azzardai a pubblicare Rapporto sulle fede col cardinal Ratzinger.

Si sa come Giuseppe Dossetti sia stato un maestro tra i più influenti in questa ricerca di una “comunità di ideali” tra marxismo e cattolicesimo. Tra l’altro, nell’immediato dopoguerra collaborò attivamente, per la DC ma in rapporto stretto col PCI – che era allora quello di Stalin – alla stesura della nuova Costituzione. Qui, lasciò il suo segno “sociale” sin dal primo articolo, quel “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” che suona un po’ grottesco. Che significa? Il mondo intero è “fondato sul lavoro” dei miliardi di uomini che, per centinaia di generazioni, durante i millenni, hanno, appunto, lavorato per trasformarlo e renderlo abitabile. Perché e come potrebbe essere la specificità di uno Stato, di una nazione, ciò che coinvolge l’umanità intera?

In realtà, i democristiani proponevano una “repubblica fondata sulla famiglia”: generico anche questo (pure la famiglia è una realtà universale, o quasi) ma forse meno astratto. In realtà, quel richiamo al valore fondante del “lavoro” è un omaggio ai comunisti che lo pretendevano, è un segnale di fratellanza con i marxisti, è una retorica classista che si impose proprio grazie all’opera alacre di Dossetti. Il quale lasciò la sua traccia anche nel Concilio Vaticano II, cui partecipò come consulente dell’arcivescovo di Bologna, Lercaro: in una intervista data anni dopo, Dossetti disse la sua soddisfazione perché – grazie alla sua esperienza politica ed accademica – sapeva come indirizzare (qualcuno direbbe “manipolare”) le assemblee. Proprio questa conoscenza gli aveva permesso di far prevalere la sua parte teologica, quella “di sinistra”. La quale, sul piano numerico, all’inizio del Concilio era in netta minoranza e finì per imporsi a tutta l’assemblea grazie al lavoro insonne di consulenti teologici al cui traino erano molti presuli spaesati.

Dossetti, come si sa, si fece sacerdote, poi monaco, fondò addirittura una famiglia religiosa, assicurò che voleva nascondersi al mondo, vivere nella clausura, nel silenzio del chiostro, nella preghiera. Ottime intenzioni, ma che non ressero al virus politico che lo abitava ed era ancora ben vivo in lui. Quindi eccolo, al principio degli anni Novanta, ritornare ai comizi sulle piazze per quello che giudicava un necessario apostolato per il credente. La difesa, cioè, della vecchia Costituzione di cui era stato uno dei padri: difesa ad oltranza, con divieto di toccare alcunché, foss’anche una parola. Dunque, quel testo transeunte per definizione che è una Legge fondamentale degli Stati, quel testo che nasce dai bisogni del tempo e va aggiornato collo scorrere del tempo testo, eccolo trasformato in un Libro Sacro quasi al pari della Bibbia. Confesso che ho sempre considerata molto sgradevole, al limite del blasfemo questa sacralizzazione di un complesso di norme redatte – tra compromessi, furbizie, trucchi, ricatti, sgambetti – da politici, magari anche (come nel caso dei comunisti) drogati da una ideologia divenuta una fede. In ogni caso, la Francia – non dunque l’ultimo dei Paesi quanto a civiltà e cultura – nel secolo scorso di Costituzioni ne ha cambiate tre e nel secolo precedente cinque o sei. Così gli altri Stati europei, ad eccezione della Gran Bretagna, che di costituzioni non ne ha mai volute: è la patria della democrazia parlamentare, dunque non ha mai accettato una Legge Fondamentale, proprio per il timore che rischiasse una idealizzazione inopportuna, ingessando con la teoria edificante la prassi politica.

Per tornare a Dossetti: naturalmente, sia ai tempi della Costituente e poi negli incarichi direttivi nella Democrazia Cristiana, l’asse portante del suo pensiero, lo stendardo della sua vita politica fu un antifascismo intransigente, puro e duro, da moralista. Dimenticando, tra le molte altre cose, che Hitler era sceso in guerra perché si era cordialmente accordato con Stalin per spartirsi la Polonia e che l’Italia di Mussolini ebbe sempre – fino al 1941 del “tradimento“ del Fuehrer nei confronti dell’Urss colta di sorpresa dal voltafaccia della amico nazista – che l’Italia mussoliniana, dunque, in pubblico lanciava invettive ma in privato ebbe sempre ottimi rapporti politici e commerciali con l’Unione Sovietica. Per fare un solo esempio, buona parte della flotta di Stalin fu costruita negli anni Trenta dai cantieri navali italiani e molto del petrolio per la nostra industria era fornito a condizioni di favore dai pozzi del Caucaso comunista. E va poi aggiunto che, cinicamente, il regime italiano era riconoscente all’Urss perché Stalin, nelle sue terribili purghe, fece sopprimere quasi tutti i comunisti italiani che si erano rifugiati a Mosca credendo di trovarvi il paradiso terrestre. Troveranno invece un plotone per fucilarli o un colpo di pistola alla nuca nei sotterranei della Lubianka.

Per tornare a noi: nel 1943, alla caduta del fascismo, Dossetti aveva 30 anni ma, da quell’enfant prodige che era, già era un rispettato professore universitario, dunque del tutto inserito nel sistema, non era certo al confino o nelle galere del regime. Ma come aveva vissuto sino ad allora il clima politico? Lo disse, negli ultimi anni di vita, in una intervista con Lazzati, il rettore della Università cattolica ed egli pure cattolico dossettiano.

Disse il monaco ritornato alla politica: «Il fascismo era, in Italia, completamente accettato e io avevo già allora assunto una posizione piuttosto negativa nei suoi confronti, una posizione di non adesione se non addirittura di protesta, senza peraltro avere indagato in modo approfondito sulle motivazioni del mio rifiuto». Concludeva il monaco, sbrigativo e sintetico: «Insomma il fascismo mi stava epidermicamente sullo stomaco».

Purtroppo (e l’avverbio non è ironico perché vorremmo, da cattolici, che le cose stessero davvero così, essendoci di mezzo la sincerità di un sacerdote) purtroppo di recente gli archivi hanno fatto uscire un inedito. La stessa disavventura è già capitata anche a tanti altri, coraggiosi antifascisti sì, ma solo dopo la caduta del fascismo di cui erano stati membri militanti.
La vicenda di Dossetti sotto il segno del fascio è stata ricostruita tempo fa, con dovizia di particolari, anche dal quotidiano in rete La Nuova Bussola Quotidiana. Sta di fatto che una ricercatrice, Rosanna Maseroli Bortolotti, ha rinvenuto una scheda riservata, inedita, compilata nel 1937 dal Segretario del Fascio di Combattimento di Reggio Emilia che così recita: «Il camerata Giuseppe Dossetti è un ottimo elemento, disciplinato, attivo, di fede fascista, di intelligenza sveglia e forte. Ha dato indubbie prove di ottime qualità oratorie e ha dato attività, sia alla sezione culturale della Gioventù Universitaria Fascista sia all’Istituto Fascista di Cultura. È iscritto anche alla Fuci e all’azione cattolica. Frequenta il Circolo Cattolico di San Rocco».

Dato il peso del personaggio e la presenza di suoi autorevoli discepoli nella nomenklatura cattolica (Romano Prodi è tra questi) è intervenuto prontamente il solito Avvenire: riconosciuta l’autenticità del documento ci si è però fissati sulle «qualità di oratore» lodate dal Segretario fascista di Reggio. Dunque, si è detto: «Sì, era bravo a parlare in pubblico, ma le sue erano conferenze di carattere culturale e artistico». Forse, per la memoria dell’illustre monaco sarebbe stato meglio se questi suoi avvocati avessero taciuto. In effetti, al giornalista Andrea Zambrano, che aveva seguito il caso, non è stato difficile recuperare un libro edito dal Mulino, editrice del tutto insospettabile perché sempre gestita in ambiente dossettiano. Si legge, in quelle pagine, che, nel 1934, un giornale bolognese dal nome significativo (Il solco fascista) si complimentava caldamente con «l’abile camerata Dossetti» per «la conferenza dell’altra sera in cui ha messo in luce le terribili conseguenze del bolscevismo in antitesi alla meravigliosa opera ricostruttrice e redentrice del Fascismo, che ha fatto dell’Italia il centro di irradiazione di civiltà nel mondo».

Non male, va pur detto, per colui che diverrà l’icona del cattocomunismo antifascista. Nel 1942, cioè a solo un anno dalla caduta del regime, chiamato come cattedratico a Modena, giurerà senza problemi, come tutti i docenti universitari, fedeltà assoluta alla parola del duce. Ma perché, allora, quel «fascismo che gli stava sullo stomaco», perché quella presunta «posizione di protesta» di cui parlerà tanti anni dopo, mentre non solo non c’è traccia di un suo gesto o parola anticonformisti ma c’è la realtà di una fulminante carriera, con anche cattedra universitaria, con adesione piena, anzi apologetica alla prassi e al pensiero dell’Italia littoria? Perché un religioso, degno come tale di ogni rispetto, perché ha scelto di mettersi al livello della manipolazione del proprio passato alla pari di un Dario Fo o di un Norberto Bobbio o di un Eugenio Scalfari o di un Giorgo Bocca e di tanti altri?

Sia chiaro: sono ben lontano da moralismi astratti, coltivo il realismo, non invoco giustizialismi, che aborro. Semplicemente mi chiedo: non era meglio, per tutti questi ex, riconoscere onestamente di aver cambiato prospettiva dopo aver constatato dove portava un regime in cui avevano creduto, spesso in buona fede, dopo avere visto i frutti avvelenati di quell’albero che era sembrato loro vigoroso?

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