San Giovanni non fa inganni

23 giugno 2015 09:18 4 comments

Di Camillo Langone

23 Giugno 2015

ilfoglio.it

Costanza Miriano spiega a un accidioso Camillo Langone in che senso la grande piazza di sabato è una vittoria politica, culturale e di fede.

Signora Miriano, sono l’Avvocato dell’Accidia e intendo dimostrare innanzitutto a me stesso che la manifestazione pro famiglia di Roma, da lei organizzata insieme ad altri undici laici, nonostante il suo successo ricada nella fattispecie di Ecclesiaste 2,11: “Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento”.
L’Ecclesiaste non dice certo che l’agire umano è insignificante, ma che tutto va guardato sub specie aeternitatis. Il nostro non è mica stato un concerto. È stata un’azione fatta per il bene di tanti, e su tre piani.
Primo: quello politico. Abbiamo espresso il massiccio dissenso popolare contro tre leggi. Nessuno oggi riesce a portare oltre un milione di persone in piazza, in diciotto giorni, senza un euro di finanziamento, senza i giornali e la tv: non c’è paragone col 2007, quando la manifestazione che bloccò i Dico fu lungamente preparata e anche, giustamente, aiutata economicamente. Non credo che il Palazzo avrà il coraggio di ignorare quello che è successo.
Secondo: il piano culturale. Le persone mi fermano per dire che hanno imparato cose che non sapevano. Quante volte si esce da una piazza con informazioni nuove, con la determinazione a sapere di più?
Terzo, per me il più importante: il piano della fede. A San Giovanni ho visto muoversi una chiesa, nel senso etimologico di assemblea, che prende sul serio il ruolo dei laici. Ogni battezzato è sacerdote, re e profeta. Noi abbiamo bisogno dei sacerdoti, innanzitutto perché senza di loro non possiamo avere i sacramenti, ma se vediamo per strada un uomo ferito non è che andiamo a chiamare il prete. Ci rimbocchiamo le maniche e lo soccorriamo. Ecco, noi abbiamo visto un pericolo e ci siamo dati da fare. E i nostri pastori, a partire dal Papa e dai presidenti della Cei e dei Pontifici consigli di famiglia e laici, ci hanno incoraggiati e benedetti.

Signora Miriano, io tutto questo incoraggiamento ecclesiastico non l’ho notato: ho notato invece poche benedizioni sincere, qualche benedizione sforzata, e parecchie maledizioni, non tutte velate. Forse dividere è giusto (Cristo dice di aver portato la divisione, non la pace), ma è giusto anche negare che la divisione esista?
Mi dispiace ma non riuscirà a farmi parlare male di un sacerdote. Posso ammettere che ci sono state benedizioni più convinte di altre, e anche alcune più tempestive di altre. E ci sono state anche espressioni aperte di dissenso, come nel caso di don Julián Carrón. Ma le perplessità non erano nel merito, erano sul metodo per esprimere il dissenso. Credo che la preoccupazione di chi ha detto no alla manifestazione sia come intendere il continuo invito al dialogo del Papa: quelli che erano in piazza hanno chiaro che si dialoga con le persone ma si tiene il punto sulle idee. Comunque nei secoli la chiesa è stata dilaniata da ben altre ferite.
Il giudizio della chiesa sul discorso delle unioni, dell’utero in affitto, della cultura omosessualista è nettissimo: una sconfitta per l’umanità. Quello che a me serve è un aiuto a fare un giudizio chiaro sulla realtà. Che poi i miei padri non mi dicano come attuarlo, come esprimerlo, mi va benissimo. Sono grande, non ho bisogno di piloti, come ha detto il Papa, mi prendo le mie responsabilità.

Kiko Argüello, il fondatore dei neocatecumenali, sul palco ha strabordato. Perché mai chi è venuto in piazza San Giovanni si è dovuto sorbire la lunga predica di questo Enzo Bianchi delle famiglie numerose, ossia di un laico che si atteggia, ambiguamente, a sacerdote?
Non conosco Enzo Bianchi, se non superficialmente. Quanto a Kiko non direi che si atteggi a sacerdote: lui è un uomo innamorato di Cristo. Per Kiko il fatto oggettivo della risurrezione di Gesù è l’evento che cambia tutta la storia del mondo, e la sua personale. Su quella certezza ha scommesso tutta la sua vita e ha voglia di annunciarla a tutti. “Guai a me se non annuncio il Vangelo” dice sempre. È davvero posseduto dall’amore di Cristo, e per questo non c’è bisogno di essere sacerdoti. Se credi veramente che da una parte c’è la vita, dall’altra la morte, non hai pace finché non lo dici a tutti. Io non sono neocatecumenale ma credo che Kiko sia un santo. È per questo che se lui fa un cenno la gente si muove, perché lui è credibile. A me il suo dilungarsi non ha dato fastidio perché l’ho sentito spinto da questa urgenza sincera di amore per l’uomo, che precede il dolore per i bambini venduti con l’utero in affitto o manipolati dall’insegnamento a scuola: questioni di buon senso e di umanità, che prescindono dalla fede.

Oltre che ad Argüello il successo è arriso a un altro organizzatore, Mario Adinolfi, il cui giornale pro famiglia, La Croce, trovo noioso perché monotematico. E noi accidiosi abbiamo bisogno di varietà, altrimenti sbadigliamo. Credo che anche il cattolicesimo abbia bisogno di varietà, non per nulla katholikòs significa universale: a voi non sembra di ridurlo a un particolare, per quanto importante?
Guardi che la priorità l’ha messa la politica, con tre leggi, Fedeli, Scalfarotto e Cirinnà, che se approvate cambierebbero seriamente il nostro paese, perché le leggi fanno costume. La Croce voleva coprire il silenzio assordante che c’è su questi temi su quasi tutti giornali (tra le eccezioni quasi solo il Foglio). Comunque, ognuno di noi che eravamo lì fa tante cose nella vita, non si occupa di gender se non in piccolissima parte. Se poi mi dice che c’è altro male nel mondo, le do ragione, e l’impegno su questo tema non può ritenerci assolti da altri doveri.
Serve una testimonianza quotidiana, farci prossimi al dolore e al bisogno che incontriamo, andare nelle periferie, aprire il portafoglio. Questo bisogna farlo, possibilmente senza esibirlo. E serve convertirci nel segreto della stanza interiore. Ma la manifestazione era sul piano della politica, un piano dove i cattolici da un po’ sembravano assenti (vedi divorzio breve), e non solo non esclude, ma anzi credo aiuti, con le amicizie rafforzate, l’entusiasmo ricaricato, il conforto scambiato, il lavoro che ognuno deve fare gomito a gomito con i vicini sul piano personale, culturale, quotidiano.
La battaglia è contro le leggi, la vicinanza mite è per tutte le persone.
Infine credo che il tema grossolanamente riassumibile come gender riguardi il cuore della questione antropologica. Chi rifiuta di essere maschio o femmina, chi si ritiene autodeterminabile in toto, in fondo rifiuta di essere creatura, di essere figlio. Alla radice c’è il rifiuto del Padre: o l’uomo è al centro del suo mondo, o è creatura. Non mi sembra un discorso marginale.

Mi risulta che sul palco sia stata pronunciata, in luogo della parola “omosessuale”, la parola americana di tre lettere. Siete capaci di portare in piazza un milione di persone e ancora fate atto di sottomissione culturale? Dico questo perché la parola americana di tre lettere contiene un pregiudizio positivo: chi non vorrebbe essere gaio? Perfino io, che sono accidioso e quindi tetro, vorrei tanto essere allegro. Eppure la parola americana di tre lettere non la pronuncio mai, siccome 1) sono italiano, 2) escludo che la sodomia possa dare, di per sé, la felicità.
Anche io rifiuto categoricamente la parola di tre lettere. Fa parte della neolingua che dice per esempio “maternità surrogata” invece che “compravendita di donne e bambini” o “utero in affitto” (in certi paesi l’espressione è vietata). I libretti contro cui protestiamo raccontano ai piccolissimi storie di bambini con due mamme. Questa è una bugia, nessuno ha due mamme. Noi sabato abbiamo ridato i nomi veri alle cose, e se a qualcuno è sfuggita la parola di tre lettere mi sembra un peccato veniale.

A proposito di felicità, vi rendete conto di quanto siete irritanti per chi felice non è? Siete carichi di figli e quindi inevitabilmente avete pochi soldi e tante preoccupazioni, come vi viene in mente di sorridere e cantare? Così facendo non date fastidio solo ai sodomiti, anche agli sterili e agli svogliati che magari hanno un figlio solo.
La felicità non la danno i figli, ma l’essere amati e, dopo, amare (non puoi dare quello che non hai ricevuto). Il senso di avere molti figli è che non ti appartieni più, e ti metti a disposizione della vita, non è mica una gara a chi ne fa di più. Conosco genitori di molti figli che sono infelici, e coppie sterili che, obbedendo alla loro realtà, sono felici.

Vale la pena portare in piazza un milione di persone (ma anche fossero state solo centomila si tratta comunque di uno sforzo organizzativo enorme) quando ciò che rimane è la lettura ostile dei media, le dichiarazioni irridenti di Melloni e Scalfarotto? Possibile non sappiate chi è il principe di questo mondo e quindi della politica?
Nella relazione con Dio è come in tutte le altre relazioni: ci si impara a conoscere piano piano: io sto capendo di lui una cosa. Che quando qualcuno ti fa del male, o dice male di te, se tu rispondi entri in sintonia col suo male, e te ne rimane addosso una parte. Se tu non rispondi, ma metti tutto nelle mani di Dio, allora gli lasci la possibilità di agire. E lui ti difende in modo potente e ti restituisce tutto, anzi il centuplo.

Ho capito, è impossibile convincerla che, come disse Gaetano Salvemini, “la vita pubblica è assolutamente impraticabile per chi non sia una canaglia”. Le faccio i miei auguri per la sua battaglia contro la compravendita dei bambini e l’affitto degli uteri, e in attesa del cavallo bianco dell’Apocalisse torno al mio divano.

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