Renzi, il ddl Cirinnà, le responsabilità della Chiesa italiana

30 giugno 2015 07:13 3 comments

Di Mario Adinolfi

29 giugno 2015

lacrocequotidiano.it

Una pagina intera del Corriere della Sera, firmata da Maria Teresa Meli, ci informa che Renzi “vuole le unioni civili”. Una lunga lettera dei deputati Pd Francesco Saverio Garofani e Antonello Giacomelli indirizzata ad Avvenire ribadisce il sostegno di questi “parlamentari cattolici” al ddl Cirinnà. Entrambi questi documenti intendono essere una “risposta a piazza San Giovanni”, alla manifestazione in cui centinaia di migliaia di persone hanno esplicitato la loro decisa contrarietà all’ideologia gender di cui il ddl Cirinnà sarebbe evidentemente il coronamento, con il varo sostanziale del matrimonio omosessuale anche in Italia (l’espressione “unioni civili” è un nominalismo, basta leggere la legge e si capisce che si tratta dell’equiparazione sic et simpliciter dell’unione gay al matrimonio) e il via libera anche al riconoscimento dell’omogenitorialità, che è la finalità ultima dell’ideologia gender.

La mia conoscenza delle logiche del Partito democratico, in particolare del mondo renziano, avendo in passato fatto parte di quel gruppo parlamentare ed avendo avuto la responsabilità di aver sostenuto da deputato Matteo Renzi nella sua ascesa (quando i parlamentari renziani erano dodici su quattrocento, non ora che lo osannano quelli che allora lo definivano “fascistoide”), quasi mi costringe ad aiutare la decrittazione di alcuni codici. Per espiare, diciamo.

1. Maria Teresa Meli è la giornalista che Renzi usa per far circolare le sue intenzioni, quando non vuole assumersene direttamente la responsabilità. Nel mondo normale se Renzi volesse le unioni civili senza se e senza ma darebbe un’intervista o farebbe una dichiarazione affermando: “Voglio le unioni civili”. Far fare una paginata alla Meli sul Corriere della Sera equivale a dire: “Voglio vedere che effetto fa se dico che varerò le unioni civili”. L’operazione venne tentata identicamente a ottobre con Francesco Bei di Repubblica, che si spinse a scrivere di un incontro in cui sulle unioni civili Renzi aveva ottenuto l’assenso addirittura del cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, oltre che del cardinale Bagnasco, presidente della Cei. Renzi fa queste operazioni a seguito di eventi rilevanti, per tastare il terreno. L’operazione di ottobre venne fatta a seguito della disgraziata conferenza stampa a sinodo aperto sulla Relatio post disceptationem, che fece titolare a tutti i giornali: “La Chiesa apre ai gay”. Stavolta gli eventi scatenanti sono piazza San Giovanni e la sentenza della Corte suprema americana. Renzi vuole capire come può surfare l’onda, quanti rischi corre se accelera. E allora si affida ai giornalisti “amici”. Il suo intelligente portavoce Filippo Sensi chiama la Meli o chiama Bei e assegna il compito. Maria Teresa Meli è in assoluto la giornalista che lo esegue meglio, di cui a Palazzo Chigi si servono con maggiore assiduità.

2. Francesco Saverio Garofani, firmatario con Antonello Giacomelli della lettera di sostegno al ddl Cirinnà, non è un parlamentare Pd qualsiasi. È in assoluto la persona più vicina a Sergio Mattarella, fin dai tempi in cui era direttore responsabile del quotidiano il Popolo con lo stesso Mattarella come direttore politico. Cattolico come Mattarella, scrive una lettera piuttosto generica, che ha come finalità quella di attaccare i promotori della manifestazione di piazza San Giovanni e poco altro. Ma è interessante a chi è indirizzata la lettera: al quotidiano Avvenire, organo della Conferenza episcopale italiana. Ancora una volta, nel linguaggio in codice della politica, si intende mandare un messaggio per vedere che reazione ci sarà: la presidenza della Repubblica intende sapere come reagiranno i vescovi se si dovesse insistere sulla strada dell’approvazione del ddl Cirinnà.

3. Sia la paginata della Meli che la lettera di Garofani insistono molto su un punto: la provenienza cattolica. La giornalista del Corriere della Sera fa un lungo cappello sulla radice cattolica di Matteo Renzi, lo stesso fa Garofani spiegando come per i cattolici del Pd il ddl Cirinnà sia un punto di mediazione assolutamente accettabile. Sia la Meli che Garofani si affannano a dipingere i cattolici di piazza San Giovanni come i cattolici cattivi che vogliono alzare gli steccati, produrre divisioni e fratture. Nel mio intervento a piazza San Giovanni l’ho detto con passione: avrebbero dovuto costoro farsi una passeggiata, venirli a guardare con i loro occhi questi “cattivi”. Mamme e papà con i loro figli, tantissimi giovani, i nonni e le nonne. Va bene, non voglio divagare. Il punto politico è uno solo e viene posto a mio avviso con grande chiarezza sia dalla paginata di Maria Teresa Meli che dalle lettera di Garofani. Attenzione, non è un punto esclamativo, non è un’affermazione di volontà. È un punto interrogativo. È una domanda che Renzi e Mattarella pongono per interposta persona, usando la Meli e Garofani. Il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica chiedono: la Chiesa italiana con chi sta? Con il popolo di piazza San Giovanni o con chi vuole varare il ddl Cirinnà?

Eccoci dunque arrivati al punto. La risposta non possiamo darla noi. La Croce, piccolo quotidiano, ha parlato chiaro per mesi e ha parlato chiaro in piazza San Giovanni, contribuendo al successo della manifestazione. Ora la risposta deve darla il presidente della Conferenza espiscopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco. Nelle mie preghiere chiedo sempre un parola chiara del Papa, ma non ho intenzione di tirare Francesco per la mantellina. Mi è chiaro che San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sul punto del matrimonio omosessuale sono stati chiarissimi, ora dopo la sentenza della Corte suprema americana sarebbe opportuna la presa di posizione del Papa, ma non oso chiederla. Di certo, chi segue il dibattito internazionale si è accorto che la prima conseguenza della sentenza della Corte suprema è la messa in discussione della libertà religiosa. Ora il dibattito negli Usa è solo su un punto: se il matrimonio gay è un diritto umano riconosciuto, può la Chiesa rifiutare di sposare due uomini? I passaggi sono tutti strettamente collegati.

I cattolici italiani hanno comunque bisogno di una parola chiara che illumini le conseguenze politiche. In un’intervista che ho rilasciato al Giornale ho dichiarato che mi sento figlio più di Aldo Moro che di Angelino Alfano, perché Moro era duttile sì, ma sulle questioni di principio era in grado di aprire una crisi di governo. Ecco, una parola chiara della Chiesa italiana può produrre l’evidenza di un principio da salvaguardare, che tra l’altro non ha nulla a che fare con ossessioni sessuofobiche. Anzi, è il contrario. Il matrimonio gay desessualizzando la genitorialità fa prevalere una visione antropologica assolutamente inaccettabile sul piano umano, prima che su quello religioso, perché trasforma il figlio inevitabilmente in un un oggetto di una compravendita o di una locazione di gameti, ovuli, sperma, uteri. In ultima istanza trasforma le persone in cose, generando quella “cultura dello scarto” che preoccupa Papa Francesco almeno quanto la “colonizzazione ideologica” rappresentata dall’avanzata della ideologia gender. Non a caso i sostenitori del matrimonio gay sono anche abortisti, teorici eugenetici della diagnosi preimpianto e prenatale, propositori di leggi sull’eutanasia. È una cultura, una visione antropologica che si tiene tutta insieme.

In Italia finora abbiamo resistito, piazza San Giovanni ha stupito tutti i commentatori del Paese per come un popolo “senza vescovi-pilota” si è mobilitato per manifestare i propri convincimenti “a difesa dei nostri figli”. A difesa di un’idea di futuro per la nostra società che non è l’idea di futuro che ha la società americana, la società dei quaranta milioni di homeless, la società senza welfare, la società dei trecento milioni di armi da fuoco che circolano nel paese, la società della pena di morte, la società della sanità solo per chi se la può permettere, la società che scarta i più deboli.

L’Italia è culla di una civiltà altra, diversa. La Chiesa italiana ha una parola netta da dire per dare coraggio a chi il coraggio l’ha già avuto, dimostrando di essere pronto a mobilitare le piazze contro il tradimento e la violazione di quella cultura fatta di accoglienza ed amore veri per il soggetto realmente più debole?

Ha ancora voglia di essere non conformista, la Chiesa italiana?

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