Quel che avrei voluto dire all’incontro a Rimini

1 settembre 2015 07:32 6 comments

Di Benedetta Frigerio

29 Agosto 2015

tempi.it

Chiedo poche righe per rispondere a tutti e lo spazio per pubblicare l’intervento che non ho potuto fare al Meeting di Rimini.

Caro direttore, dopo aver ricevuto tanti messaggi in cui mi si domanda spiegazione della sospensione dell’incontro sulle bugie dell’ideologia gender, organizzato al Meeting di Rimini presso lo stand dei domenicani domenica 23 alle ore 18, chiedo poche righe per rispondere a tutti e lo spazio per pubblicare il mio intervento. Ho saputo della sospensione dell’incontro solo cinque minuti prima di intervenire insieme a padre Giorgio Carbone e Raffaella Frullone. Il giorno seguente ho chiesto spiegazioni ai responsabili e mi è stato risposto che si preferiva non creare polemiche inutili.

Grazie, Benedetta Frigerio.

***

La prima bugia dell’ideologia gender è la sua negazione come tale. C’è chi dice che non esiste. Ma la storia documenta altro. All’inizio degli anni Sessanta il movimento femminista associa la liberazione della società con la liberazione sessuale secondo lo schema marxista ma rivisitato. Se per Marx la liberazione dell’uomo e della società sarebbe avvenuta attraverso la lotta fra padrone e operaio tramite lo strumento del capitale, per il femminismo sarebbe avvenuta nello scontro fra i sessi tramite lo strumento del corpo e del linguaggio.

Lo stesso Friedrich Engels, ripreso dal pensiero femminista, nel suo saggio L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, descrive l’inizio della società come fondata sul matriarcato, dove non esiste la proprietà privata. Nello stesso tempo, grazie alla rivoluzione sessuale, la donna pensa che la liberazione sia innanzitutto legata al corpo, che “è mio e lo gestisco io”. Grazie a questo anche l’omosessualità diventa per la prima volta un atto di libertà da rivendicare in un movimento che esce allo scoperto nel 1969 a New York. Alla fine degli anni Cinquanta su questa stessa scia aveva costruito il suo pensiero, ripreso poi dalle femministe e dal movimento gay, l’ideatore dell’ideologia gender, lo psicologo americano John Money e lo psicanalista Robert Stoller che separava il sesso dal cosiddetto genere sessuale. Vale la pena qui ricordare chi è Money. John Colapinto, giornalista musicale americano, ha scritto un libro, Bruce, Brenda e David, in cui si racconta la drammatica vicenda di un bambino, Bruce Reimer, nato nel 1969 in Canada, che perse il pene in seguito a un errore medico.

I suoi genitori disperati videro in tv il dottor Money che spiegava che il sesso non aveva nulla a che fare con il genere sessuale, che poteva essere scelto a prescindere da qualsiasi dato biologico. Bruce fu quindi visitato dallo psicologo che convinse i genitori a crescerlo come Brenda. Peccato che il piccolo giocasse con i maschi, cercasse di fare la pipì in piedi e che, crescendo, fosse attratto dalle donne. Bruce fu anche bombardato di ormoni, ma crescendo, cresceva anche la disperazione e al momento dell’operazione per cambiare definitivamente sesso fuggì disperato. Anche i suoi genitori e il fratello gemello Brian subivano l’infelicità del ragazzo, tanto che un giorno il padre di Bruce gli rivelò la verità. In seguito Bruce cambiò i suoi documenti con il nome maschile di David. Pochi anni dopo si sposò e durante un’intervista, sottotitolata in italiano, fece un appello chiedendo alla gente di combattere questa ideologia e domandando cosa dovesse accadere ancora perché ci si opponesse: “Forse che qualcuno si uccida?”. Il suo gemello, la cui esistenza fu rovinata da Money, si suicidò. Di fronte a questo ennesimo dolore David non resse e si tolse la vita.

Nel frattempo Money continuò ad essere premiato dalla comunità scientifica internazionale, che non ha mai smentito le sue teorie.

Intanto, il movimento femminista, sapendo che la società non avrebbe mai accettato tali teorizzazioni decide di organizzarsi in piccoli gruppi culturali interni agli atenei universitari. E negli anni Ottanta vengono istituiti oltre 800 dipartimenti di Women’s Studies. Anche il movimento gay capisce che è dalle istituzioni culturali, scientifiche e politiche che occorre partire, occupando i posti di potere. Accade così che nel 1973 si arriva a eliminare dal manuale delle malattie diagnostiche l’omosessualità. Simon LeVay, noto ricercatore e attivista gay, confessa: «L’attivismo gay era chiaramente la forza che ha spinto l’Apa (American psycological association) a declassificare l’omosessualità dai disturbi di mente». Inoltre due ex presidenti dell’Apa, Wright e Cunnings, in un libro Destructive Trends in Mental Health scrivono che «una tempesta politica era stata creata dagli attivisti gay all’interno dell’associazione e quegli psichiatri fortemente contrari alla normalizzazione dell’omosessualità sono stati demonizzati e persino minacciati di morte». Dopo di che fu presa una decisione per alzata di mano e l’omosessualità fu così depatologizzata.

Nel frattempo diventava patologico ciò che è sempre stato normale: la persona che ritiene contro natura la pratica omosessuale viene definita omofoba, ossia con una paura patologica (fobia) dell’omosessuale. Come vedete è già la seconda parola inventata. Anche il genere che oggi usiamo tranquillamente per descrivere il sesso di una persona, fino a poco tempo fa era solo un termine grammaticale. Cambiando il linguaggio si riesce a travisare la realtà.

Ma procediamo, il movimento femminista mirava anche al potere politico e alle sedi internazionali. Come l’autrice americana Dale O’Leary dimostra raccontando ciò di cui fu testimone oculare quando andò alla conferenza Onu del Cairo (1994) e di Pechino (1995) anche su incoraggiamento di Giovanni Paolo II che, a conoscenza del pericolo, chiese a tutti gli Stati di opporsi tramite una missiva. Al Cairo le femministe posero il problema di rimodellare «i confini tra il naturale – e la sua relativa inflessibilità – e il sociale e la sua relativa modificabilità» e di rivisitare «i diritti dell’uomo secondo la prospettiva di genere». A Pechino fu presentata un’agenda politica che andava dai «mutamenti nella struttura della parentela, al dibattito sul matrimonio gay, alle condizioni per l’adozione e l’accesso alla tecnologia riproduttiva».

Il genere fu riferito «alle relazioni tra uomo e donna basati su ruoli definiti socialmente che si assegnano all’uno e all’altro sesso». Tutto ciò fu accolto grazie agli escamotage delle femministe che, ad esempio, la misero ai voti proprio quando la delegazione delle donne africane, ad essa contrarie, erano ormai partite, ottenendo la maggioranza. Di qui il linguaggio passerà in Europa, ma come spiegherò poi.

Ora torniamo agli anni Novanta quando si diffonde il libro After the ball, di Kirk, neuropsichiatra, e Madsen, esperto di tattiche di persuasione, entrambi noti attivisti Lgbt. Il loro libro serve a denunciare gli errori della battaglia gay, fondata sullo scontro, e a cambiare strategia. Fra le raccomandazioni c’è la desensibilizzazione degli eterosessuali (altro termine inventato e da non utilizzare, poiché esistono solo gli uomini e le donne, mentre l’omosessualità è un’emozione mutevole), che avviene inondano la società di immagini e messaggi omosessuali. Bisogna poi smetterla di differenziarsi e confondersi con le persone comuni in modo da abituarle «ingannandoli a credere che tu e loro parlate lo stesso linguaggio». Bisogna poi dipingersi come vittime e smettere di aggredire, usando come arma la diffusione dell’Hiv se serve. C’è poi la tattica del grippaggio dove «mostrando le terribili sofferenze degli omosessuali» si giochi sul «senso di colpa» dei cristiani, che devono «apparire i cristiani bigotti».

Per chi ancora crede alla dietrologia di chi parla di lobby gay miliardarie vorrei fare l’esempio della Glen (associazione gay irlandese). Breda o’Brian, dell’Irish Time, durante la campagna referendaria sull’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso in Irlanda ha documentato che l’associazione americana Atlantic Philanthropies, tra il 2001 e il 2010 ha versato alla Glen oltre 7 milioni di dollari trasformando quella che era un’associazione con un dipendente che si occupava di lotta all’Aids in una vera e propria macchina da guerra. Si legge su un documento della stessa Glen che «le donazioni pluriennali» le hanno permesso di «trasformarsi in una macchina da lobbying operante a tempo pieno» che «lavora nella macchina di governo utilizzando un modello pragmatico che consolida il supporto, conquista i dubbiosi e pacifica coloro che si oppongono».
Esattamente quello che è accaduto in Irlanda dove, come descrive John Waters persino l’intervento della Chiesa è stato soft se non controproducente, dato che ci sono stati vescovi che hanno parlato della famiglia come luogo non unico ma “migliore” dove crescere i figli. Anche per questa assenza, la maggioranza di chi ha votato contro il matrimonio fra persone dello stesso sesso non ha avuto la forza di farlo pubblicamente.

Ma torniamo all’Europa. Nel 2010 il Consiglio d’Europa ha votato una raccomandazione non vincolante, ma comunque adottata dall’allora ministro Elsa Fornero nel 2013, «sulle misure volte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere», dove si legge che «le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) … sono vittime di omofobia, transfobia» e che vanno tutelate negli ambiti legislativi come il lavoro, l’educazione, la salute, la libertà di espressione. Si chiedono quote particolari per le persone Lgbt, che lavorano per educare i bambini a vivere la propria sessualità senza schemi e si raccomanda di vigilare affinché siano puniti espressioni o idee omofobe. Tutto ciò è contenuto nel testo della Fornero: “Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, finanziata dal governo Letta con 10 milioni di euro. Il Dipartimento delle Pari Opportunità e l’Unar la implementano con “Tante diversità uguali diritti” volta combattere l’omofobia tramite la consultazione delle associazioni Lgbt per agire nelle scuole con corsi per dirigenti, docenti e l’empowerment delle persone Lgbt nelle scuole sia tra gli insegnanti sia tra gli alunni. Si è proseguito con le linee guida per i giornalisti che censurano parole come “famiglia” o “utero in affitto”, per passare ai libretti Educare alla diversità, i cui testi, denunciati per primo da Tempi e dalle Sentinelle in Piedi, sono stati ritirati, ma che somigliano a quelli di indottrinamento comunista, in cui i bambini vengono messi contro “i genitori omofobi”. Ricordo poi il ddl Scalfarotto del luglio 2013, che suscitò la mobilitazione delle Sentinelle in Piedi e che mirava a introdurre il reato di opinione per omofobia. I fatti di cronaca dove già si vede in atto la “caccia all’omofobo”, l’odio verso chi difende la fede cristiana e la natura umana, sempre raccontanti da Tempi, sono infiniti.

Ma a chi ancora non crede all’esistenza dell’ideologia gender ricordo il pensiero di quella che viene considerata come l’ideologa vivente principale del movimento femminista, la professoressa americana Judith Butler che parla del genere come «di una costruzione culturale, esso non è il risultato causale del sesso, né è fisso come il sesso» ma «la maschilità potrà essere riferita sia a un corpo maschile sia a uno femminile e la femminilità sia a un corpo maschile sia a uno femminile». Ora siamo alle Unioni Civili dove grazie al grippaggio e ad altri fattori persino all’interno della Chiesa si teme di parlare di unioni contro natura e di spiegare perché per il cristiano sono un peccato morale grave che normato diffonde infelicità in tutta la società.

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