Tutto ciò che sapete su islam e crociate è falso

14 settembre 2015 12:19 0 comments

Di Rino Cammilleri

10 ottobre 2014

bastabugie.it

Nel 2005 in Inghilterra una troupe stava realizzando un film sul razzismo islamofobo dei britannici. Si girava la scena in cui un attore dai tratti mediorientali veniva aggredito da alcuni inglesi. Due passanti, che non si erano accorti della cinepresa, si fermarono a difenderlo. Il film però fu realizzato lo stesso, anche se l’episodio ne era la più plateale sconfessione.

Parlar male della propria cultura e della propria religione

Tutto ciò è emblematico. Parlar male della propria cultura e della propria religione ma usare ogni riguardo con quelle altrui (e in modo del tutto speciale con i suscettibilissimi musulmani) fa ormai parte di quel che per l’Occidente è il c.d. pensiero politicamente corretto. Detto pensiero, tuttavia, abbisogna di essere imposto con la forza della legge, il che significa che gli occidentali sarebbero portati a pensarla in modo ben diverso. Dal tempo dell’attentato alle Twin Towers, infatti, ogni sforzo è stato fatto per convincere gli occidentali che:

a) la guerra che fanno gli Stati Uniti è «contro il terrore» e non contro terroristi che esplicitamente si richiamano all’islam;

b) le crociate sono un episodio vergognoso della storia occidentale e, quantunque risalenti al Medioevo, agli islamici ancora brucia l’umiliazione subita;

c) l’islam è una religione di pace. E via di seguito. [...]

Basta con i luoghi comuni

A mettere i puntini sulle «i», stufo di queste storie, ha pensato l’americano Robert Spencer, che ha dato alle stampe una Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate (Lindau). Sottotitolo: Tutto ciò che sapete sull’Islam e le Crociate è falso. Non a caso nel risvolto di copertina si avverte che l’autore vive sotto protezione in una località segreta, alla faccia del punto c).

Spencer si è preso la briga di analizzare uno per uno tutti i luoghi comuni politicamente corretti sull’argomento, con risultati talvolta grotteschi. Per esempio, nel testo Le crociate viste dagli arabi, di Amin Maalouf (stranamente – ma mica tanto – pubblicato dalla Sei, l’editrice dei salesiani), i crociati appaiono esattamente come nel film Le crociate di Ridley Scott: rozzi e guerrafondai. Mentre i saraceni sono miti e civili, e Saladino è un campione di tolleranza. Spencer ci ricorda però che l’iniziativa bellica risale allo stesso Maometto, il quale scrisse a tutti i re vicini (gli imperatori di Persia e di Bisanzio, il Negus d’Africa), chiedendo loro di scegliere tra la conversione alla «vera fede» o l’invasione. È un fatto che di lì a pochi anni quei regni sparirono e Bisanzio, ridotta quasi alla sola Constantinopoli, cominciò a chiedere disperatamente aiuto ai cristiani d’Europa, che erano riusciti a fermare la marea islamica alle porte della Francia alla fine dell’VIII secolo.

Si può giudicare le crociate come si vuole (e sono molti, oggi, i cristiani che se ne rammaricano) ma non si può negare che fino a quando gli europei tennero la posizione in Palestina l’aggressività islamica segnò il passo. Con la caduta dei regni crociati, ricominciò e gli europei si ritrovarono a dover combattere sotto le mura di Vienna per ben due volte. Anche l’India finì in mani islamiche, ed è il premio Nobel Najpaul a ricordare la tabula rasa che i conquistatori fecero della sua antichissima e splendente civiltà.

Tolleranza musulmana?

Un altro dei luoghi comuni politicamente corretti (e insegnato nelle scuole occidentali) riguarda la «tolleranza» musulmana nei confronti di ebrei e cristiani sottomessi. Ma non dice che ebrei e cristiani dovevano cedere il passo e la sedia ai musulmani, non andare a cavallo, non costruire case più alte, portare segni esterni di riconoscimento (talvolta davvero umilianti), rasarsi la fronte, non edificare né riparare chiese, non esporre croci, pagare la tassa di «protezione» (all’atto del versamento, pubblico, il cristiano o l’ebreo doveva piegare il capo per ricevere il tradizionale schiaffo sulla nuca da parte dell’esattore). Ogni anno ai cristiani dell’impero ottomano venivano sottratti i figli migliori per farne giannizzeri, convertiti a forza e mandati in guerra contro gli europei (Scanderbeg, eroe nazionale albanese, era un giannizzero disertore).

Ancora un luogo comune: l’epoca d’oro della cultura islamica ai tempi di Harun al-Rashid, il califfo delle «Mille e una Notte». Ma i costruttori di tale «epoca d’oro» erano tutti cristiani dhimmi e il sapere islamico era farina di sacco greco o indiano (come lo zero e i numeri «arabi»). Poi, a partire dal XII secolo, qualcuno richiamò alla stretta osservanza coranica e la fiaccola culturale passò all’Occidente. Caduta Costantinopoli nel 1453, torme di dotti greci ripararono in Europa, determinando il boom di Aristotele e Platone (e fu il Rinascimento). La contemporanea scoperta dell’America avvenne perché Colombo cercava una nuova «via delle Indie», essendo quella vecchia in mani islamiche.

E oggi?

Ma torniamo a oggi. Gli occidentali si scandalizzano più per Abu Graib e Guantanamo che non per le decapitazioni, le mani tagliate, le lapidazioni all’ordine del giorno altrove. Potremmo anche aggiungere il fasto a volte stomachevole in cui certi capi di Stato (ereditari, per giunta) vivono, con una discrepanza di ricchezza tra sovrano e popolo che da noi non sarebbe tollerata: harem con centinaia di concubine, decine di rolls-royce d’oro, panfili galattici, piste da sci con vera neve nel deserto… Nel maggio 2008 uno di tali personaggi, in visita in Puglia con seguito sterminato, donò al presidente della regione Vendola un orologio Rolex, che il presidente in questione dovette affrettarsi a versare all’erario per evitare critiche.

Sembra, dice Spencer, «una tacita ammissione di qualcosa che l’establishment politicamente corretto nega con fermezza in ogni altro caso: che il cristianesimo, cioè, propone uno standard morale superiore rispetto a quello islamico. Di conseguenza ci si aspetta di più non soltanto dai cristiani osservanti ma da tutti coloro che hanno assorbito questi alti principi vivendo in società da essi plasmate».

Già.

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