«Amori uguali questione di civiltà». E dovrebbe essere il codice a dircelo?

17 settembre 2015 12:04 2 comments

Di Marco Tarquinio

17 settembre 2015

avvenire.it

Gentile direttore,

l’eguaglianza formale e sostanziale è principio sancito non solo a livello universale ma finanche nella Costituzione italiana che recita testualmente all’art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali». È partendo da questo principio fondativo che il Report sui diritti fondamentali in Europa 2013-2014, del quale sono stata relatrice, ha esaminato lo stato di tutela dei diritti fondamentali nei singoli Paesi dell’Ue, dedicando ampio spazio ai diritti dei minori, ai diritti delle donne, ai diritti delle minoranze, ai diritti dei migranti, ai diritti dei cittadini europei lesi dalle misure di austerità, ai diritti violati dalla criminalità organizzata e dalla corruzione, ai diritti delle vittime di reato, ai diritti delle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuati).

E proprio con riferimento alle persone Lgbti, non si è potuto fare a meno di denunciare le continue violenze e discriminazioni che ancora oggi si perpetrano ai loro danni sul territorio europeo. L’Europa è garante e custode della Carta dei diritti fondamentali, ed è suo dovere, dunque, sollecitare i 9 Stati su 28 che non hanno ancora provveduto a rimuovere quelle barriere amministrative e giuridiche che rappresentano una discriminazione di fatto ai danni delle persone Lgbti.

Si è chiesto dunque alla Commissione europea di presentare una proposta che possa garantire il pieno riconoscimento reciproco tra tutti gli Stati membri «di tutti gli atti di stato civile nell’Unione Europea, compresi il riconoscimento giuridico del genere, i matrimoni e le unioni registrate», garantendo così anche il diritto alla libera circolazione dei cittadini europei. L’adeguamento che si chiede all’Italia non rappresenta tanto, a mio vedere, un appiattimento della sovranità nazionale o un’imposizione calata dall’alto, quanto piuttosto una basilare questione di civiltà.

Credo fermamente che sia arrivato il tempo di abolire inaccettabili e vergognose discriminazioni e violazioni dei diritti fondamentali. La politica di destra e di sinistra ha reso il nostro Paese colpevolmente in ritardo su questo tema. Sul “sì” o sul “no” alle unioni civili fra persone dello stesso sesso si costruiscono campagne elettorali e mediatiche che si concludono molto spesso con un nulla di fatto, un dibattito sterile, fine a se stesso.

Ciò che è scritto nella relazione sui diritti fondamentali approvata dal Parlamento europeo trova peraltro diretto riscontro nella sentenza della Corte europea dei diritti umani: risale a pochi mesi fa, infatti, la notizia della condanna all’Italia. Il nostro Stato non garantisce ancora la tutela legale per le coppie omosessuali, fallendo così nel provvedere ai bisogni chiave di due persone impegnate in una relazione stabile. Se esiste una qualche forma di tutela, questa non è né sufficiente né affidabile.

In conclusione, direttore, garantire i diritti fondamentali non può che rafforzare la democrazia e lo stato di diritto di un Paese: non si legifera in base al personale orientamento sessuale, religioso o politico, ma in funzione della tutela di quei diritti fondamentali che ogni individuo acquisisce sin dalla nascita e, tra questi, il diritto di amare e di essere amati.

Laura Ferrara, Europarlamentare Movimento 5 Stelle

***

Posso confermarle, gentile europarlamentare Ferrara, che abbiamo – e personalmente ho – ben compreso quale sia il suo parere sulla questione della regolazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso – cito testualmente dal Rapporto che porta giornalisticamente il suo nome – attraverso «unione registrata o matrimonio». Così come posso confermarle che conosco bene i limiti posti dai Trattati della Ue ai poteri dell’Unione stessa quanto alla regolazione della materia matrimoniale e familiare: la Ue non può imporre ai 28 Stati membri di introdurre alcuna norma in questa materia. Non può cioè dettare legge.

Conosco bene anche la sentenza, da lei infine richiamata, della Corte europea dei diritti dell’uomo (che è promossa da un’altra organizzazione sovrannazionale di diversa natura, il Consiglio d’Europa, alla quale partecipano 47 Stati). So che quella sentenza è a due facce: da un lato ha condannato l’Italia, sollecitando il nostro legislatore a «provvedere al riconoscimento e alla protezione delle unioni dello stesso sesso», dall’altro lato ha rigettato la pretesa dei ricorrenti di imporre al nostro Paese un istituto di tipo matrimoniale anche per le coppie omosessuali, ribadendo che alla luce della Convenzione europea dei diritti dell’uomo non esiste «obbligo» in tal senso. La Cedu si è anche ricollegata alla sentenza 138/2010 della Corte costituzionale italiana che agli stessi cittadini che hanno poi fatto ricorso in sede europea aveva già risposto negando l’accesso al matrimonio in forza del chiaro dettame dell’art. 29 della Costituzione e indicando al legislatore nazionale la via di una regolazione differente dell’unione omosessuale come «formazione sociale» attraverso una «struttura legale specifica» riferita all’art. 2 della Costituzione.

Tutto ciò per chiarire che su questo piano non c’è da richiamarci all’«uguaglianza formale e sostanziale» di tutti i cittadini, perché essa non è in discussione.

Giusto è che la legge tuteli ogni persona da qualsiasi discriminazione e violenza.

Ma non è discriminazione il fatto che due uomini o due donne non possano mettere da soli/sole al mondo un figlio, è un fatto naturale. Un figlio ha sempre una madre e un padre, negarlo o nasconderlo è una responsabilità grave e seria.

Ma soprattutto è una bugia: scritta non nei codici, ma nel Dna di ognuno di noi.

Due persone dello stesso sesso possono però volersi bene ed essere solidali. Vero. Così come è vero che il loro rapporto, comunque sia vissuto e moralmente giudicato, è diverso da quello matrimoniale tra una donna e un uomo, che è strutturalmente aperto alla vita.

E poi, gentile europarlamentare, l’idea di ricomprendere in un codice normativo «il diritto di amare e di essere amati» può anche essere uno slogan a effetto, ma ha una sostanza sconvolgente. L’amore, come ogni altro sentimento umano, può forse essere stabilito e articolato per legge?

L’ho scritto molte volte e lo ripeto anche a lei: mi fa paura la prospettiva di uno Stato o di un Sistema che si proponga di legiferare sull’amore e sul diritto di amare, e più ancora che uomini e donne che dicono di aver cara la libertà fondamentale e pre-giuridica della persona umana ipotizzino un simile esito.

Concludo con una nota amarissima. Da cittadino europeo mi ferisce e mi indigna che nel Rapporto sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea 2013-14 che lei ha redatto non sia stata spesa una sillaba sugli «uteri in affitto», cioè sul commercio di corpi ed esseri umani che comporta la mercificazione e, spesso, la schiavizzazione di donne quasi sempre molto povere portate a vendere il proprio grembo per mettere al mondo figli commissionati da altri che non possono o non vogliono averne in modo naturale. Uno scandalo che la civile Europa comincia appena ora a comprendere nella sua drammatica portata e sul quale l’Europarlamento non vede, non sente e non parla.

Ci pensi.

S’indigni anche lei.

Trovi le parole per denunciare questo sfruttamento e l’indegno commercio di innocenti (madri e figli e, a volte, anche padri usati come meri “inseminatori”) che ne deriva. E soprattutto si batta per far finire una vergogna che i politicamente corretti di destra, di sinistra e dei nuovi movimenti fanno finta di non vedere o, tutti in coro, chiamano “dono”.

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