Carissimo don Julian, da figlia del movimento…

27 settembre 2015 08:06 48 comments

Di Costanza Miriano

23 settembre 2015

costanzamiriano.com

La mia amica-quasi-sorella Benedetta Frigerio mi ha chiesto di pubblicare questa lettera indirizzata a don Julian Carron, dopo averla inviata a lui e ad altri più vicini. L’ho letta e l’ho trovata rispettosa verso il sacerdote, piena di amore da figlia per il padre, piena di passione per la ricerca della Verità. So che pubblicandola innanzitutto alimenterò la convinzione di quelli che mi dicono che mi sono fissata su questo tema, e so anche che mi sto infilando in una questione interna al movimento che non conosco per niente (fino a che non ho cominciato a girare per parlare dei miei libri e conosciuto tante persone di CL, il movimento lo avevo pressoché solo sentito nominare, e da parrocchiana modello base mi stava vagamente simpatico e basta) e che non ho nessun diritto di giudicare.

Alla prima critica – mi metto avanti col lavoro e me la faccio da sola – dico che è vero, mi ritrovo spesso a spendere forze, credibilità, energie a parlare di questa tematica che alla fine mi interessa anche poco (a me interessano le persone e il nostro cammino per aprirci a Cristo), ma non sono io ad aprirci i telegiornali, a darle ogni singolo giorno i titoli delle testate più importanti, a metterla nell’agenda politica tra le priorità del paese. E se a Fatima la Madonna ha detto che la battaglia finale con Satana sarà sulla famiglia, noi cristiani dobbiamo rispondere con responsabilità, ognuno nel posto dal quale ci è stato chiesto di stare.

Alla seconda – perché infilarmi in una questione interna che non conosco affatto – dico solo che ospiteremo volentieri anche eventuali altre voci, se mai qualcuno dovesse ritenere che questo blog possa essere la sede opportuna. So che rischio di perdere popolarità, se mai ne abbia avuta, e di diventare antipatica a qualcun altro ancora, ma penso che questo non possa mai essere un criterio nelle scelte.
Aggiungo infine che da esterna, e da amica che da un lato cerca di farsi un’idea, trovo bellissimo il travaglio interno al movimento: vedere, ascoltare persone che vivono un’appartenenza appassionata alla propria identità spirituale in modo quasi più intenso che alla famiglia è commovente. Mi sembra che tanti amici vivano davvero l’appartenenza al movimento come un legame più forte del sangue, perché lo spirito è più forte del sangue: credo che sia una cosa meravigliosa, anche se in certi passaggi faticosa. Ammiro la libertà che tanti hanno nei confronti del deposito della fede che attraverso Cl hanno ricevuto: adesione intelligente e personale e non di gruppo. Vedo anche io in me il bisogno di appartenenza a una compagnia di amici, e il bisogno di riconoscere una paternità che mi sia guida sicura, e posso solo dire che le volte in cui ho fatto fatica a riconoscermi in quelli che mi camminavano accanto è stato sempre perché mettessi più fisso il mio sguardo verso Gesù, che guida la nostra crescita spirituale verso la meta comune di tutti noi che vogliamo somigliargli, da qualunque strada arriviamo.

Ecco cosa ha scritto Benedetta:

***

Carissimo don Julian,

da figlia del movimento e consapevole della durezza del momento storico in cui hai accettato di guidarlo ho deciso di scriverti pubblicamente, dopo le tue parole riportate da Aldo Cazzullo nell’intervista apparsa mercoledì 16 settembre sul Corriere della Sera. Lo faccio spinta dalla mia coscienza e dall’urgenza della situazione, sapendo anche che non sarei mai riuscita a parlarti in tempo utile, dato che in questi due anni ho provato più volte a cercarti senza risultati. Le tue parole sul domandarsi “quale riconoscimento dare” alle “unioni omosessuali”, infatti, hanno generato confusione in diverse persone, soprattutto le più giovani, che mi domandavano così: “Ma non dicevi che la Chiesa non le tollera perché non tollera il peccato che rende infelice l’uomo? Perché Carron ha parlato di un riconoscimento possibile da dare alle relazioni fra persone dello stesso sesso contrariamente a quanto richiesto ai cattolici dal magistero della Chiesa? Forse Carron vuole solo dire che non si può dire subito la verità per non allontanare le persone?

Non ti nascondo il dolore di fronte a quelle parole, dopo due anni passati a raccontare a tanti il pericolo dell’ideologia gender che avanza, trovando terreno fertile nel sentimentalismo che ci affligge e ci attacca come un male mortale, impedendoci di vivere amando davvero. Invitata a parlare ho ripetuto a tanti, e quindi a me stessa, che la “suprema felicità mia”, come dice don Giussani, è “fare la volontà Tua” e che questa volontà, che chiede il nostro sacrificio, è conoscibile attraverso la constatazione della natura, che Dio ha fatto ordinata e intellegibile per aiutarci a camminare verso il nostro compimento. Ho ricordato a loro e a me stessa come il Signore abbia fatto anche di più per aiutarci, noi poveretti e feriti dal peccato, a non perdere la via: ci ha dato i dieci comandamenti, come sponde salde per il cammino nella via della salvezza. Poi, siccome l’uomo oltre che della legge ha bisogno di una compagnia amorosa e carnale per seguirla, Dio ci ha mandato e ci manda Suo figlio che non smette di indicarci il vero attraverso la Chiesa e il Vangelo.

Proprio questi ultimi sono infatti chiarissimi in merito allo scopo della sessualità e all’omosessualità praticata, che San Paolo nella prima Lettera ai Romani chiama addirittura abominio tanto illude l’uomo snaturandolo. San Paolo, che è vissuto in un momento simile al nostro per quanto riguarda la morale e il costume, non ha paura di usare parole forti e di parlare di idolo (dato che solo nella diversità di sessi ci si può completare), ossia qualcosa che va contro la natura, quindi contro Dio che l’ha creata, quindi contro la vocazione umana. E per tanto contro l’uomo che fuori dal disegno di Dio si condanna a qualcosa di meno della felicità.

È proprio questo amore per l’uomo e la sua felicità suprema, il suo splendore (“glorificate Dio con il vostro corpo”, dice sempre Paolo) che la Chiesa non fa sconti in merito. E non si piega alle riduzioni mondane, per violente che siano.

La Congregazione della dottrina della fede, in “Considerazione circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone lo stesso sesso”, si esprime spiegando che “la Chiesa non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali (…) significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società”.

E ancora: “Sono perciò utili interventi (…) per affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione” e per non esporre “le giovani generazioni a una concezione erronea della sessualità e del matrimonio che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso”. Questo punto mi sta molto a cuore, infatti, mi accorgo che tanti giovani, anche del movimento, faticano a comprendere le ragioni dell’intolleranza di queste unioni perché giudicano sentimentalmente anche il rapporto uomo e donna e sempre più spesso lo vivono come un possesso istintivo.
Quando però gli si spiega ciò che ho avuto la fortuna di imparare proprio nel movimento, che don Giussani sottolinea in una bellissima intervista contenuta in “Breve catechesi sul matrimonio”, ossia che siamo al mondo per una chiamata e per servire un progetto più grande, che ci si sposa per dare figli alla Chiesa o ci si consacra per costruirla attraverso la verginità, molti rimangono attratti e vogliono capire. Ho scoperto che è proprio vero quello che dice don Giussani: “Un cristiano, quando riflette sulle indicazioni del Magistero, anche se gli sembra che esso parta da lontano, è costretto subito a ritrovare l’imponenza di Cristo sulla sua vita”. Un Cristo esigente che ci vuole completamente. È impressionante vedere come i ragazzi davanti a proposte alte siano disposti a sacrifici che spesso neppure gli adulti sanno fare. Basta che qualcuno gliele faccia e che provi a viverle con loro. Sì, la bellezza estetica generata dalla sequela dell’etica cristiana con delle ragioni chiare è ancora in grado di affascinarli più del mondo. Tanto che alcuni, anche non del movimento, hanno cominciato a leggere don Giussani e si sono perfino avvicinati a Comunione e Liberazione. È necessario solo che qualcuno li sfidi continuamente, con le parole della Chiesa e con la vita.

Proprio tu ci richiami a non accontentarci di meno di Cristo, per questo mi sembra impossibile che ti sia arreso al riconoscimento di “un dato di fatto”, che però dimentica Cristo, inseparabile dalla sua creazione e dottrina.

È capitato anche a me, più di una volta, di dover discutere con persone che mi hanno rivelato con dolore di avere attrazioni per persone dello stesso sesso. Con loro è così cominciato un rapporto in cui ho offerto un’amicizia che non fa sconti sulla realtà, come dici sempre tu, dove ho dovuto fare la fatica di non cedere mai al mondo, presente anche in me, che attira queste persone con una felicità a buon mercato, spiegando loro che la relazione omosessuale è un inganno che non li completa, facendo incontrare loro testimoni che, pentiti, le hanno vissute e che si sono convertiti. In un percorso di fede e di aiuto ho visto qualcuno cominciare a uscire dalla confusione, e quindi a trovare un po’ di pace, proprio iniziando a chiamare le cose con il loro nome. Qualcun altro ha proceduto in percorsi di sostegno senza più richiedere il mio aiuto. Qualcun altro fugge, ma li porto tutti dentro di me, nelle mie preghiere quotidiane domandando a Dio la fedeltà e la grazia di essere a loro disposizione in qualunque momento, dato che senza di Lui prevarrebbero la mia inadeguatezza e infedeltà.

Spesso avrei potuto dire loro “poverino, mi dispiace, io ti accetto così” e sarebbe stato più facile, ma sarebbe stato come lavarsene le mani, lasciandoli nella loro illusione. In questo lavoro, invece, ho gustato la bellezza della verità detta con dolcezza, dell’amore forte, fatto di sacrificio, di sconfitte e rifiuti, rischiando delle indicazioni anche pratiche nonostante la mia parzialità, perché certa che siamo nelle mani di Dio.

Sono tanti i legami che si sono generati in questi due anni e sono legami che mi costringono a un rapporto duraturo, un’amicizia che chiede molto ma che non scambierei con nessuna mera pacca sulle spalle.
Come ho raccontato ad alcuni ragazzi, quando anni fa ero nella confusione qualcuno mi ha salvata urtandomi. Dicendomi che come vivevo non andava bene e che dovevo farmi aiutare. Ricordo poi un giorno in cui soffrivo confusa e tutti intorno mi compativano. Solo uno, mio fratello Alberto, mi urlò in faccia la ragione della mia sofferenza. Fu come una sberla, ma mi fece vedere quello che non vedevo e che nessuno aveva il coraggio di dirmi, convinti che la mia volontà fosse troppo ferita. Invece, il giorno dopo cominciai a cambiare via. A rinforzarmi e a guarirmi completamente, insieme agli amici veri, furono poi i rosari e il digiuno a pane e acqua che ho scoperto come arma invincibile grazie ai messaggi della Madonna a Medjugorje. Tutto questo fece guarire (e ora rinforza) la mia anima, liberandomi da un comportamento sbagliato, generato da una grossa ferita che è stata guarita quando ormai sembrava impossibile. E invece non c’è davvero nulla di impossibile a Dio e a Sua Madre se glielo si chiede e li si segue.

Ecco io credo che il nostro mondo stanco, impaurito e ferito possa essere curato da queste medicine, preghiera, sacrifici, amore e amicizia veri. Ed è questo che mi fa essere lieta nella battaglia contro un’ideologia, quella gender, disumana e che papa Francesco ha associato a quella nazista: vedere giovani, magari legati alla Chiesa e che parlano di Cristo ma che sono confusi perché ignorano le basi della sua dottrina, diventare più certi della fede conoscendola come il don Gius ce l’ha riproposta in maniera affascinante (basti pensare ai suoi scritti sull’amore e la verginità). Mi accorgo quindi come il giudizio culturale e pubblico, che mi porta fino alla piazza, sia fondamentale per educare alla fede, far maturare l’identità cristiana e renderci capaci di stare davanti agli altri e al mondo senza tentennare, forti delle ragioni e di un’esperienza. Per altro chi si decide per questa via comincia a scoprire il significato del servizio cristiano nel mondo e della testimonianza, e di un’amicizia forte e sincera, perché spesa per un ideale vivo e affascinante.

Ti domando una risposta e prego per te, consapevole del compito grave che hai, in un momento in cui il demonio (come ha detto papa Francesco alle monache in merito al disegno di legge sulle Unioni Civili in Argentina) sta confondendo tanti uomini di buona volontà e persino la Chiesa e in cui abbiamo bisogno di guide forti che ci chiedano, se necessario alla nostra maturazione, certezza e, se necessario, alla difesa della fede, il martirio dell’incomprensione e del rifiuto del mondo.

Benedetta Frigerio

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