Una manovra occulta per l’elezione di papa Francesco?

3 ottobre 2015 01:52 0 comments

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redazione

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Di Mauro Faverzani

30 settembre 2015

corrispondenzaromana.it

Se certe faccende fossero anche soltanto verosimili, già vi sarebbe motivo di allarme. Quando poi si rivelino vere, la preoccupazione si trasforma in tragedia. È questo il pensiero che sorge spontaneo dopo la presentazione della sconcertante biografia sul card. Godfried Danneels uscita in Belgio, opera degli storici della Chiesa, Jürgen Mettepenningen e Karim Schelkens. Che hanno compiuto indubbiamente il proprio lavoro: loro stessi hanno definito «scientifico» l’approccio scelto e non v’è ragione di dubitarne, avendo avuto accesso agli archivi personali dell’interessato.

Tutto ebbe dunque inizio nel 1996, quando l’Arcivescovo di Milano, card. Carlo Maria Martini, deciso ad arginare la crescente influenza nella Chiesa del card. Joseph Ratzinger e del suo entourage, iniziò ad organizzare degli incontri “riservati” con Eminenze e Vescovi. Si tennero nella cittadina di San Gallo, in Svizzera, su iniziativa del vescovo del posto, mons. Ivo Fürer. Di tali incontri ebbero sentore alcuni addetti ai lavori, ma la notizia non si propalò.

Il libro di Mettepenningen e Schelkens svela come, in tale singolare sodalizio, Danneels abbia fatto il proprio ingresso nel 1999. Che lo si dica è già grave. Ma ancor peggio è il fatto che l’interessato l’abbia pubblicamente confermato in occasione della presentazione della sua biografia ufficiale, avvenuta nella basilica del Sacro Cuore a Koekelberg, in Belgio. Precisando, oltre tutto, goliardicamente come «il nome chic fosse “gruppo di San Gallo”, benché noi lo chiamassimo “la mafia”», sia pur detto «in modo affettuoso», come si è affrettato a precisare Mettepenningen ai microfoni dell’emittente belga Radio 1.

Di tale «mafia», dunque, avrebbero fatto parte il Vescovo olandese Adriaan van Luyn (peraltro presidente della Comece, la Conferenza episcopale dell’Unione europea, dal 2006 al 2012), i cardinali tedeschi Walter Kasper e Karl Lehman, il britannico Basil Hume, l’italiano Achille Silvestrini, prelati austriaci, francesi e molti altri, che richiesero ed ottennero l’anonimato, tuttora perdurante. Per Danneels e per gli altri, queste riunioni furono una sorta di «vacanza spirituale», un’occasione cioè di reciproca consolazione e di mutuo sostegno tra gente della stessa pasta in un’epoca, per loro, particolarmente buia. Erano isolati, la loro influenza era molto limitata, le loro teorie minoritarie.

La voce che si tenessero queste strane riunioni giunse tuttavia in Vaticano, che decise pertanto di inviarvi il card. Camillo Ruini, per capire esattamente di cosa si trattasse e cosa vi si dicesse. Ovviamente, fece un buco nell’acqua. Bocche cucite in sua presenza, benché il “gruppo di San Gallo” avesse già cominciato a giocare le proprie carte e muovere le proprie pedine, per cercar d’interferire sugli orientamenti romani. Ad esempio, fece l’impossibile per evitare che il card. Ratzinger divenisse Papa.

Ciò che, di contro, avvenne al conclave del 2005: l’influenza del teologo tedesco si dimostrò troppo forte, con grande delusione del card. Danneels & C. Che avrebbero già avuto pronto all’epoca il proprio candidato, per l’appunto il card. Bergoglio, pur dovendo rinviare evidentemente a tempi migliori il proprio progetto di “rinnovamento” fondato sulla strategia dell’“ottimismo”. Proseguirono il loro lavoro, quello d’organizzare intanto la “resistenza” interna. Il card. Danneels fu coinvolto in alcuni scandali. Non questioncine di second’ordine, bensì le indagini su casi di preti pedofili. Le dimissioni di Benedetto XVI, tuttavia, gli aprirono qualche spiraglio, divenuto certezza con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, che pose fine alle sue disgrazie: «L’elezione di Bergoglio è stata preparata a San Gallo, non v’è alcun dubbio. E le grandi linee del suo programma sono quelle di cui Danneels ed i suoi confratelli discutevano da oltre dieci anni», ha scritto a chiare lettere Schelkens.

Quel 13 marzo 2013, a fianco di papa Francesco appena eletto al soglio pontificio, v’era proprio il card. Godfried Danneels. Ufficialmente, in quanto decano dei Cardinali. Secondo il giornale belga Le Vif, invece, questo sarebbe stato il segnale della vittoria di una tela, tessuta per anni. Lui stesso avrebbe parlato di una «risurrezione personale». La cartina di tornasole la si è avuta allo scorso Sinodo, dove lui fu presente, si noti, come delegato pontificio, scelto personalmente da papa Francesco: ebbene, si allineò totalmente alle posizioni ultraprogressiste del card. Kasper, altro membro del “Gruppo di San Gallo”.

Il che fa il paio con l’“apertura” mostrata dall’Eminenza belga circa le “nozze gay”. A favore delle quali si espresse in una lettera scritta il 28 maggio 2003 al primo ministro Guy Verhofstadt. Missiva, che il premier dell’epoca ha dichiarato di non ricordare, pur precisando di «non aver mai avuto alcun problema col Cardinale» e di aver sempre avuto con lui «un buon rapporto», nonostante il suo esecutivo abbia varato, oltre al “matrimonio” omosessuale, anche le leggi sull’eutanasia, a favore degli esperimenti condotti su embrioni umani, nonché della fecondazione artificiale.

In realtà, gli “strappi” del card. Danneels, rispetto alla Dottrina cattolica, non si contano più, dalle pressioni esercitate sul Re del Belgio affinché nel 1990 firmasse la legge sull’aborto, all’aver intimato ad una vittima di abusi sessuali di tacere e di non denunciare l’autore (un Vescovo, zio della stessa vittima), sino al rifiutarsi di condannare il materiale pornografico circolante nelle scuole cattoliche belghe, ritenuto «educativo». In una parola, ciò cui le cronache dicono trovarsi di fronte è un’incredibile collezione di attentati all’insegnamento della Chiesa. Ancor più incredibile, perché impunita, anzi promossa, come questa biografia rende peraltro evidente.

Questo è ciò che racconta, tristemente, la stampa. Da tutta questa vicenda si può trarre una conclusione, al di là dei legittimi commenti di merito: che quel che viene così accreditato, ciò che trova sempre più conferma è il clima di veleni, che circondò la figura di Benedetto XVI e che preparò il terreno all’elezione di papa Francesco. Un clima da guerriglia, da congiura, che non rende certo onore ai suoi fautori, rimette in discussione la figura del Pontefice, minandone la credibilità, e quindi ferisce gravemente la Chiesa. Ciò che sconcerta è che proprio questo clima non solo, come detto, non sia stato punito, ma abbia raggiunto anzi il proprio apice, ostentando una sicumera tale da potersene ormai venire allo scoperto. Senza più timori, senza più tabù, senza più pudore.

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