«La Chiesa testimonia il modello di Umanità in cui crede»

12 ottobre 2015 07:11 1 comment

Di Ylenia Fiorenza

11 ottobre 2015

Il Quotidiano del Molise

Intervista a Mons. GianCarlo Maria Bregantini, Arcevivescovo Campobasso-Bojano

Qual è il cambiamento che Lei vede crescere gradualmente nella società molisana, in questi anni alla guida della metropolia di Campobasso?

Un’accresciuta consapevolezza, che diventa grande bisogno di identità culturale, sociale, politica. Tale identità è molto rafforzata dalla dinamica della spiritualità. Su questo punto, che credo vitale, sento di dover molto investire, a vari livelli. Una comunità che scopre e riscopre la sua identità, che la valorizza, che ne fa fierezza, saprà anche poi crescere, anche sul piano economico e politico. Ma tutto dipende da questo fondamento. Il Molise ha tutto il potenziale necessario innestato su un ricco ceppo di valori e tipicità per farsi sentire, per incidere sui cambiamenti sociali, anche nazionali. È tempo che la piccolezza diventi cifra d’esempio e di vivibilità per le realtà più vaste.

Quali, secondo Lei, le parole chiave che hanno segnato la visita del Papa in Molise e quale il messaggio che ha maggiormente recepito la coscienza collettiva da quell’evento storico?

Ritengo che siano sette, quali le sue soste, lungo il Molise, poiché il viaggio è stato pensato unitariamente ed unitario deve essere letto e vissuto, al di là di certe tendenze alla fuga, da parte di alcuni ambienti locali. All’Università ci ha parlato di fierezza, sia verso il mondo del lavoro che della cultura, per cui si deve arrivare anche a scegliere come vivere la domenica in modo alternativo. Poi, alla città ha dato il messaggio della libertà per servire. Realizzato nell’ascolto degli ammalati in cattedrale e nella presenza alla mensa, con i poveri, dove si è fatto realmente parola incarnata e solidale. Ripresa al Santuario, con la via tracciata per uscire dal labirinto (parola chiave, lungo tutto il viaggio, per definire il nostro tempo!) che consiste nel coraggio, speranza e solidarietà. Ha poi parlato di perdono e di misericordia, sia nella presenza al carcere di Isernia che sulla piazza della città, con l’esempio di san Pietro Celestino e di san Francesco. Veramente una piccola enciclica, capace di anticipare sia il testo della Laudato Sì che l’anno della Misericordia.

Qual è il tratto della personalità del Papa che, secondo Lei, colpisce di più l’attenzione della gente?

Penso sia la sua affabilità nel dialogo con la gente, la sua pazienza, la sua cordialità, il suo sorriso costante, la sua originalità e libertà, che supera ogni schema precostituito. Il papa sorprende sempre e ci supera perché è immediato, si fa capire subito. Ci educa ad avere lo stesso coraggio e freschezza. Pur essendo anziano!

In cosa consiste la forza storica degli immigrati all’interno della “pastorale dell’accoglienza” che la Chiesa sta mettendo in atto per arginarne il dramma?

Nella mia lettera pastorale ho tracciato tutto il percorso che la chiesa molisana sta facendo verso questo nuovo inedito “segno dei tempi”. I livelli allora sono molteplici, partendo da quello culturale nelle scuole, storico nel ricordo della nostra emigrazione dal Molise e da altre regioni italiane, compreso il Trentino (mio nonno è stato dieci anni nelle miniere dell’America!). Ci stimolano ad aprirci, elemento necessario per la nostra terra. Lodo il metodo SPRAR, poiché rivitalizza i piccoli paesi ed apre nuove finestre positive. Va poi ammesso che queste ondate sono generate dai nostri peccati sociali, come Occidente, alla luce della Popurorum progressio, di Paolo VI, che auspicava un nuovo modo di guardare alle nazioni in via di sviluppo: non la guerra ma la collaborazione agricola e artistica. Gli immigrati sono una risorsa, non una paura.

Quali itinerari e disposizioni pastorali indica Lei, Eccellenza, per l’accoglienza migranti?

In linea con quanto detto sopra, penso che sia soprattutto necessario aprire il cuore per poi aprire le case e le porte delle nostre aziende, in reciprocità di crescita. Lo ribadiremo oggi accanto al Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin. Chiedo perciò che ogni comunità accolga e metta a disposizione spazi idonei per integrare e rendere visibili i valori di comunione e sostegno agli stranieri.

In che modo e con quale intento convincente si potrà recuperare la leva etica di responsabilità di fronte ad un terreno, (quello antropologico, che comprende la cultura, la politica, l’economia, l’educazione) che richiede purificazione per la semina della solidarietà? quale sintesi valoriale?

Penso che il tenere sempre desta la solidarietà sia un compito necessario, pur se arduo e difficile. Occorre sempre seminarla, nei cuori, nelle scuole, nella politica, nella stampa, tra la gente, nel cuore di tutti. È il compito più bello. Qui, la leva etica si dimostra in tutta la sua efficacia e forza. Entrare con questa leva dona e crea porte sempre aperte. Ma bisogna prima ancora creare delle situazioni di giustizia. Se c’è pane per tutti, è molto più facile condividerlo. Ma se è poco, subito ci chiediamo chi debba restarne senza. Ed è una domanda etica difficilissima. L’etica qui, soffre. Ed è solo con uno sguardo più ampio al Vangelo che si riuscirà a rispondere, anche con sacrificio personale, come ci insegnano i santi.

Ci può raccontare cosa vedono gli occhi umani da dietro la finestra della paura?

Domanda bellissima intima, nei cuori dei bimbi, che ci parlano con gli occhi. Se c’è pane, cioè giustizia, allora quegli occhi saranno di speranza, di fiducia, di condivisione. Ma se il pane non è condiviso per paura, la paura in quegli occhi crescerà sempre più, per diventare in noi e tra di noi razzismo e scarto; o indifferenza e chiusura, emarginazione o peggio disperazione labirintica.

La Chiesa, gravida di evento salvifico, appare come una casa posta in mezzo ai drammi degli uomini di oggi. Perché è più importante privilegiare le relazioni che la produzione?

Sento che questa casa definisce bene la nostra Chiesa, anche in Campobasso. Il papa, lo scorso anno, ci ha chiesto di essere così, una chiesa materna, accogliente e premurosa verso tutti (p. 57). Ma proprio per questo, la nostra chiesa deve aprirsi molto di più, essere più presente. Ad esempio, nel mondo della GAM, cioè il grande dono della produzione della carne di pollo. Qui, attorno a questa azienda vedo poca presenza, poco interessamento. Si confida, di fatto, nella cassa integrazione. Non si progetta più. Perde la speranza. Si va via. I giovani non credono nei loro talenti e gli adulti non investono nei capannoni. E la chiesa locale ha molta responsabilità, insieme, ovviamente, al sindacato e alla politica locale.

In che modo la Chiesa, coinvolta nel Trascendente quanto nell’Umano, sta proseguendo il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, fra le oppressioni e le trasfigurazioni?

Non mancano fatiche, incomprensioni, difficoltà, lotte interne. Permalosità, soprattutto, in tanti, a vari livelli, anche ecclesiastici. Ma ci sono anche ottimi esempi di zelo, passione per l’umano, per il tutto della dignità, attenzione alla scuola, gioia nelle belle iniziative fatte insieme, verità nel bene reciproco, preti dediti alla crescita completa della loro gente, passione per la Bibbia, formazione seria nei movimenti, sguardo al futuro che si apre alla missionarietà. Saranno le perle che porteremo al Convegno prossimo di Firenze. La Chiesa testimonia il modello di Umanità in cui crede e s’impegna ogni giorno a lottare fino al martirio, di un mondo conforme al sogno di Dio.

Con quale parola benedicente e di stimolo Lei desidera spingere la comunità molisana a “prendere il largo”, in questa dinamica missionaria che tende ad incidere sugli ambienti della vita quotidiana, trasmettendo ragioni di vita e di speranza?

Soprattutto tramite una costante, diffusa, metodica attenzione e presenza della Bibbia nelle famiglie e nelle case. Credo molto al metodo dei Cenacoli del Vangelo. Sia nella loro efficacia immediata, quando le case si riempiono di fraternità, attorno alla parola di Dio che nel futuro, quando si formeranno i laici, in una missionarietà zelante, capace, gratuita, significativa. Laici che, allenati nelle parrocchie, domani potranno essere lievito nella politica e nel sociale. Con la luce del Vangelo, che li rende sale della terra e luce del mondo, in città poste sul monte.

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