Rifugiati o irregolari? Ecco chi ha diritto alla protezione in Italia

15 ottobre 2015 12:15 2 comments

Di Redazione

22 luglio 2015

redattoresociale.it

“Non sono profughi, vengono dall’Africa sub sahariana, non scappano da nessuna guerra. Sono solo clandestini”. È questa una delle frasi che abbiamo sentito ripetere più spesso in questi giorni di proteste anti immigrati a Roma e a Treviso. Un leitmotiv che genera confusione su chi ha diritto o meno a restare legalmente nel nostro paese. Ma quali sono le forme di protezione che un migrante può ottenere in Italia?

Le 4 forme di protezione

In Italia ci sono diverse forme di protezione internazionale.
È richiedente asilo chi si trova al di fuori dei confini del proprio paese e presenta una domanda per l’ottenimento dello status di rifugiato politico.

Il rifugiato è colui che è riconosciuto, in base ai requisiti stabiliti dalla convenzione di Ginevra del 1951, “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

C’è poi il beneficiario di protezione sussidiaria, cioè colui che, pur non rientrando nella definizione di rifugiato, necessita di una forma di protezione internazionale perché in caso di rimpatrio sarebbe in serio pericolo a causa di conflitti armati, violenza generalizzata o per situazioni di violazioni massicce dei diritti umani.

Infine si riconosce la protezione umanitaria, a colui che, pur non rientrando nelle categorie sopra elencate di rifugiato e beneficiario di protezione sussidiaria, viene reputato come soggetto a rischio per gravi motivi di carattere umanitario.

Il 60 per cento di chi arriva ottiene tutela

Guardando ai dati relativi alle richieste d’asilo negli ultimi due anni è proprio questa ultima forma di protezione a prevalere. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministro dell’Interno Angelino Alfano da gennaio sono state 22mila le domande di asilo presentate, ma lo status di rifugiato è stato concesso solo nel 6 per cento dei casi, la protezione sussidiaria ha riguardato il 18 per cento dei richiedenti, mentre i permessi umanitari sono stati accordati al 25 per cento dei migranti arrivati.

Una situazione più o meno simile a quella dello scorso anno: dove a fronte di 170 mila arrivi sono state 64 mila le domande presentate: nel 10 per cento dei casi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, nel 23 per cento la protezione sussidiaria e nel 28 per cento la protezione umanitaria.

Tra i primi paesi dei richiedenti protezione internazionale spiccano le persone che arrivano dalla Nigeria (10.135, il 16 per cento), Mali (9.790, il 15 per cento), Gambia (8.575, il 13 per cento), Pakistan (7191, 11 per cento) e Senegal (4.700, 7 per cento). Dunque la maggior parte delle persone accolte sul territorio italiano non sono rifugiati in senso stretto: oltre a chi fugge dall’incubo di Boko Haram, riceve protezione anche chi può dimostrare che tornando nel proprio paese andrebbe incontro a un danno grave, pur non essendo un perseguitato politico.

“Se si dice che solo il dieci per cento di chi arriva è un rifugiato si sta dicendo una mezza verità, perché non si tiene conto delle altre due forme di protezione garantite in Italia. spiega Valeria Carlini, del Cir (Consiglio italiano per i rifugiati). Andrebbe più correttamente sottolineato che lo scorso anno il 60 per cento delle persone che hanno fatto domanda ha ricevuto protezione nel nostro paese. Vuol dire che a sei persone su dieci è stato riconosciuto il diritto di rimanere legalmente in Italia. Una media molto più alta di quella registrata negli altri paesi europei, e ferma al 45 per cento. È falso dire, dunque, come vuol far passare una certa propaganda, che stiamo accogliendo solo dei pericolosi immigrati irregolari”.

Non conta solo il paese di provenienza

Il riconoscimento della protezione non avviene solo su base nazionale (non si tiene conto cioè solo dei paesi di provenienza dei migranti) ma deriva dall’analisi delle storie personali dei singoli profughi: si analizzano cioè i motivi per i quali il richiedente cerca protezione nel nostro paese. “La valutazione delle storie personali è imprescindibile, è il fondamento stesso del diritto d’asilo, da tutti i paesi del mondo, tranne quelli dell’Unione Europea, si ha il diritto di richiedere protezione in Italia – aggiunge Carlini – l’analisi viene fatta sulla base della vita e della storia delle persone. Non si può assolutamente escludere che tra le persone che vengono dal Pakistan, dal Gambia, dal Ghana ci siano chi è meritevole di protezione, anzi. Non è pensabile tener conto solo del paese d’origine, perché si deve sempre valutare anche il livello di vulnerabilità delle persone e della situazione di rischio che si lasciano alle spalle. Per questo le procedure vanno seguite con attenzione: anche un solo diniego sbagliato – aggiunge – può portare a conseguenze gravissime sulla vita della persona che lo subisce”.

Procedure diverse tra Paesi

Nei diversi paesi europei si seguono procedure differenti per il riconoscimento della protezione, che si basano in parte sulle leggi nazionali e in parte sull’interpretazione della normativa comunitaria. “Non di rado ci sono valutazioni differenti tra i paesi: ad esempio essendo la protezione umanitaria uno strumento legislativo nazionale è evidente che ha confini e applicazioni diversi nei diversi paesi – spiega ancora Carlini –. C’è invece maggiore accordo sul riconoscimento dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria. Fermo restando che ci sono dei paesi che applicano visioni più restrittive sulle domande fatte da richiedenti di specifiche nazionalità, come l’Inghilterra e la Svezia nel caso degli afgani. Si tratta di decisioni che si basano anche su scelte di politica nazionale ed estera, che non sempre corrispondono a una giusta valutazione del caso”.

“Rimandiamoli a casa loro”, solo uno slogan inapplicabile

Uno degli altri slogan che si sente ripetere, anche da diversi esponenti politici in questi giorni, nei confronti dei migranti è “rimandiamoli a casa loro”. Ma si tratta appunto solo di uno slogan, nella pratica è quasi impossibile. Innanzitutto perché un atto del genere violerebbe le basi del diritto. “Come abbiamo visto, le persone che fanno domanda d’asilo nel nostro paese nella maggior parte di casi ottengono una forma di protezione. In caso contrario, chi riceve un diniego ha diritto a fare il ricorso – aggiunge il Cir –. Come sappiamo in seconda istanza i tassi di riconoscimento salgono all’80 per cento circa”.

Inoltre prima che si esaurisca tutta la procedura legale passano anche anni. “Alla base c’è l’idea che se il diritto di protezione viene violato si mette a rischio la vita delle persone – continua Carlini – Non si tratta dunque di essere buonisti, ma di rispettare i diritti delle persone, perché laddove c’è un errore chi viene rimandato indietro può correre rischi seri. Le garanzie sono fondamentali e l’Italia ha un sistema avanzato che permette ai richiedenti asilo di percorrere tutte le fasi del giudizio. In questo momento quello che ci preoccupa di più è che queste forti garanzie procedurali vengano compresse di fronte alla necessità di gestire i flussi migratori. Non sono le garanzie esagerate ma i tempi per ottenere una risposta alle domande di protezione”.

L’altro aspetto pratico che rende difficili i rimpatri è che mancano ad oggi accordi con i paesi di origine, come spiegato dal viceprefetto del ministero dell’Interno Maurizio Falco. Infine secondo il Cir vanno ripensate anche le modalità di ingresso legale sul nostro territorio dei cosiddetti migranti economici, attraverso adeguati decreti flussi. “Le quote per immigrazione lavorativa sono ridicole – conclude Carlini – . Bisogna comprendere che se si rafforzano queste modalità di ingresso legale diminuiranno i casi in cui la richiesta di protezione internazionale verrà usata anche da chi non si vedrà riconoscere una forma di protezione”. (ec)

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