Storia di un’anima che cominciava malissimo fin dal principio

18 ottobre 2015 05:46 11 comments

Di Lucia

4 Ottobre 2015

unapennaspuntata.wordpress.com

Quando mi trovo a dover spiegare l’importanza che hanno avuto, per me, i cinque anni di scuola trascorsi in un liceo cattolico, sono sempre abbastanza in difficoltà.
E che posso dire? Avessi una storia tipo “ero una satanista e poi mi sono convertita”, sicuramente catturerei l’attenzione di tutti… ma, in realtà, la storia è molto più semplice: ero cattolica convinta quando ho finito le scuole medie, ed ero cattolica convinta quando mi sono iscritta all’università.

Certo, dalle scuole medie all’università passa quasi una vita intera, ed è lì che entra in gioco il lavoro svolto da una buona scuola cattolica. Quando sono entrata per la prima volta nel mio liceo, avevo (ovviamente) quella fede immatura di una quattordicenne che deve ancora crescere; quando ci sono uscita tenendo il mio diploma in mano, avevo quella fede un po’ più adulta di una signorina che sta diventando grande.

Nell’arco di quei cinque anni, ho avuto la fortuna di potermi confrontare quotidianamente (sei ore al giorno, cinque giorni alla settimana, per almeno nove mesi all’anno – e dici poco!) con religiosi, laici e strepitosi sacerdoti, che, pian pianino, goccia dopo goccia, mi hanno aiutata a crescere, sotto tutti i punti di vista.

Se c’è una cosa che ricordo con particolare affetto, ripensando a questo mio itinerario di crescita spirituale “tra i banchi di scuola”… beh, sono certamente lezioni di Filosofia, durante il mio quarto anno di liceo.
La Filosofia, a dire il vero, non è mai stata la mia materia del cuore; però, quell’anno, era il programma, ad incantarmi. Si cominciavano a studiare i Padri della Chiesa, passando attraverso sant’Agostino, san Tommaso… e io mi sentivo davvero arrivata, riordinando i miei appunti alla fine delle lezioni.

Oh wow! Ero a scuola, e stavo studiando teologia! Allora voleva proprio dire che stavo diventando grande!

Ricordo ancora il mio senso di esaltazione quando, una domenica, a Messa, recitando il Credo, mi sono resa conto di aver capito come mai specificavo di credere in Gesù “generato, e non creato”. Ma certo: ne avevamo appena parlato alla lezione di Filosofia!!

Galvanizzata da tale esperienza, avevo realizzato in quel preciso istante di essere diventata una piccola teologa in fieri (aehm).

Contestualmente, avevo stabilito con granitica certezza che, se hai appena preso 9 all’interrogazione su sant’Agostino, allora ciò vuol dire che adesso, dall’alto del tuo sapere, sei indubitabilmente in grado di affrontare – chessò – un Rahner, o un von Balthasar.

All’epoca frequentavo una chiesa domenicana, che, in un paio di domeniche all’anno, allestiva un banchetto con le ultime uscite delle Edizioni Studio Domenicano.

I Domenicani sono teologi; le ESD pubblicano (fra le altre cose) un sacco di libri ad argomento teologico… detto fatto: alla prima occasione utile, la sottoscritta si è buttata sul banchetto, alla ricerca del Perfetto Tomo a partire dal quale poter dare il via alla sua esperienza di Grande Teologa.

Cercato volutamente il libro più astruso, individuato il saggio dal titolo più improbabile e scritto dall’autore più anonimo di tutti, ho sganciato orgogliosamente i soldi, e mi sono portata a casa il Perfetto Tomo.
Davvero incredibile a dirsi, non ci ho capito un cavolo di niente.

Ero andata a infognarmi in uno strano libro scritto da un oscuro teologo sconosciuto ai più, e dedicato al tema della sofferenza. Il teologo autore del volume si arrovellava su quesiti tipo: Dio è tecnicamente in grado di soffrire? E, ammesso che sia in grado di farlo, poi soffre veramente?

Io (una povera diciassettenne senza le minime basi, a parte gli appunti di qualche lezione su sant’Agostino) cercavo di districarmi tra astruse premesse metodologiche e incomprensibili ragionamenti teologici, tipo la distinzione tra l’impassibilità e l’in-com-passibilità di Dio (??). Mi sfuggiva la differenza sostanziale tra l’indiferencia ignaziana e l’apatheia dei padri greci, e mi domandavo cosa si fossero fumati i primi teologi cristiani, quando si ponevano domande tipo “Dio può cambiare idea? E se sì, Gli è mai capitato di rimpiangere decisioni che ha preso in passato?”.

Fatto sta che ‘sto maledetto libro è stato il mio incubo personale per circa un anno e mezzo – ma, a questo punto, era diventata una questione di principio!

Non ci capivo un cavolo di niente, ma volevo andare a fondo della questione. E poi, caspita, non avevamo stabilito che, arrivata alla fine di questo libro, sarei diventata una Grande Teologa? Una Cristiana Vera?

Una Cattolica Adulta?

E allora!

Per farla breve, la lotta tra me e il maledetto libro è diventata una vera questione personale. Ho cominciato a studiarlo, a sottolinearlo, a scomporlo, a approfondire. Quando c’era qualcosa che non capivo (cioè, il 99% del libro) facevo una ricerca su Google per cercare di venirne a capo.

In un paio di occasioni, mi sono portata a scuola il maledetto tomo e sono andata a molestare il mio professore di Filosofia, pover’uomo (che, dopo i primi approcci di questo genere, mi ha testualmente detto “Lucia, ma perché non ti metti a leggere qualcosa di più leggero? Non so, un romanzo…”).

Tsk, altro che romanzo! Questa era – per l’appunto – una questione di principio!

Dopo circa un anno e mezzo di maledizioni e scervellamenti, sono finalmente giunta all’ultima pagina del libro. Alla fin fine, mi sembrava di aver (molto) vagamente colto il senso generale di tutta la discussione: Dio non è insensibile alle nostre sofferenze, ma non è nemmeno Uno che si piange addosso sfranto dal dolore. Come concludeva l’autore del librone, “il dolore è sottomesso a Dio, e, in quanto male, è già stato vinto dalla Croce di Cristo”. Il che, secondo l’autore, dovrebbe essere di grande conforto a chi si trova nel dolore: “chi soffre può aver fiducia di trovare il Dio gioioso e amico – impassibile nel suo essere, e, perciò, forte nell’amore”.

E io ero tutta esaltata! Immaginate!

Oh wow! Ero giunta alla parola “fine” del mio primo (…e ultimo, a ben vedere) librone di Teologia!

Ero diventata una cattolica grande!

Avevo letto un libro di teologia, e ne avevo tratto insegnamenti morali!

La mia vita non sarebbe mai più stata quella di prima!

Porca la miseria, se mi sono affezionata a questo libro!

Non l’ho mai più preso in mano da quel giorno (aehm) ma, giusto cielo, con quanto affetto lo ricordo!

La lettura di quelle pagine è stata davvero un momento topico della mia crescita spirituale, e ho sempre pensato che, in effetti, sì: devo essere diventata una cristiana “adulta” (una di quelle che fa sul serio, insomma; non più per gioco) in un momento imprecisato dei miei diciassette anni.

Mentre mi esaltavo ascoltando le lezioni del mio professore di Filosofia, e/o mentre mi incaponivo a leggere il libro di quel dotto teologo.

“E perché ce lo racconti adesso?”, dite.

No, è che in questi giorni avevo come una strana sensazione. È da ieri pomeriggio che mi ronzava qualcosa nella testa: non riuscivo bene a capire cosa, ma, chissà perché, mi tornava in mente proprio questo specifico episodio della mia vita…

E poi, ho fatto una ricerca su Google.

Siete liberissimi di non crederci ma è la drammatica verità: l’autore del mio librone di teologia, che così tanto è stato determinante per la mia crescita umana e spirituale, era (vi giuro, non sto scherzando)… monsignor Krzysztof Charamsa.

(Giuro!)

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