Antropologia del jihadista. Il nemico spiegato a noi occidentali imbelli.

19 ottobre 2015 09:08 6 comments

Di Rodolfo Casadei

19 Ottobre 2015

tempi.it

Litigano, ma anche bombardano l’Isis. Gli anglo-americani accusano i russi di colpire i ribelli anti-Assad più di quanto colpiscano le forze del califfato, i russi accusano gli americani di ipocrisia, per non avere colpito in un anno di bombardamenti della coalizione i centri nevralgici dell’Isis che i russi hanno subito messo nel mirino. Però il risultato complessivo è che la risposta militare all’Isis risulta intensificata. Vedremo presto il crepuscolo dello Stato islamico? O stiamo per cadere vittime dell’ennesimo miraggio propagandistico, stavolta co-produzione russo-americana?

Domenico Quirico, che abbiamo incontrato qualche giorno fa a Milano dove era stato invitato come relatore del convegno “Assessing the Crisis on Nato’s Southern Flank” organizzato dal Corpo di dispiegamento rapido della Nato (Nrdc) in Italia, scuote la testa: «Lo Stato islamico può anche essere scacciato dal territorio a cavallo fra Siria e Iraq, ma rinascerà sicuramente da un’altra parte», dice l’inviato della Stampa che fu per cinque mesi ostaggio di combattenti jihadisti in Siria. «Al Qaeda era una struttura verticistica: colpita la testa, i tentacoli hanno perso forza. Ma l’Isis è un meccanismo a orologeria creato per il moto perpetuo: se pure fosse vero che gli iracheni hanno colpito al-Baghdadi e gli uomini intorno a lui, tutto continuerebbe come prima. Nomineranno un nuovo califfo e ricominceranno a combattere per difendere e allargare il califfato. Per fare le rivoluzioni, per chiamare le masse al combattimento, non servono dottrine complicate: basta una parola. E la parola, in questo caso, è “califfato”».

E allora prepariamoci a questo conflitto di lungo periodo. E cominciamo col capire chi abbiamo davanti. Dopo tutto, anche se non erano militanti dell’Isis, i ribelli siriani islamisti coi quali Quirico ha trascorso cinque mesi di compagnia forzata erano persone alle quali «brillavano gli occhi quando si parlava di califfato», dice lui. Tutti i jihadismi, da quello dei salafiti a quello di Al Qaeda a quello dell’Isis, passando per i Fratelli Musulmani, sfociano nel sogno della rinascita del califfato. La differenza è tattica, l’obiettivo strategico è il medesimo. Questo non elimina il potenziale per scontri intestini, anzi: c’è più odio nella lotta per stabilire i veri rappresentanti dell’ortodossia che in quella contro il nemico esterno. Vengono in mente i gruppetti dell’estrema sinistra nelle università e nelle fabbriche italiane negli anni Settanta: erano animati da spirito settario e si scontravano fra loro anche violentemente. Volevano tutti la stessa cosa, il comunismo, ma ciascuno pretendeva di esserne l’unico rappresentante autentico. Quirico preferisce dire la stessa cosa con una citazione colta: «È come in Omaggio alla Catalogna di George Orwell: c’è più odio fra le formazioni comuniste, trotzkiste e anarchiche, che pure hanno nei franchisti un nemico comune, che non fra queste forze repubblicane e i loro avversari che combattono agli ordini di Franco». Quindi non c’è da meravigliarsi che l’Isis, Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham eccetera si massacrino fra loro pur avendo lo stesso obiettivo finale.

Dopo il terrorismo, lo stato

Premesso questo, l’identikit e i tratti antropologici salienti del jihadista di cui aver paura sono i seguenti: «Anzitutto la guerra santa globale è un fenomeno generazionale: i combattenti sono tutti giovani, non ci sono vecchi fra loro. In secondo luogo, è tutta gente pronta a morire, la possibile perdita della vita gli è completamente indifferente. A spingerli non è uno spirito d’avventura giovanile, come ha scritto qualcuno, ma la volontà di uccidere e la disponibilità a morire per Dio. La guerra e Dio: vi assicuro che non parlano d’altro. Quindi teniamo sempre presente la motivazione religiosa: i combattenti jihadisti, dell’Isis e di altri gruppi radicali, non sono gente che usa la fede islamica per obiettivi politici o di potere personale, per arricchirsi o per fare carriera: sono veri credenti, convinti di essere gli unici veri musulmani; credono di essere gli strumenti fisici di un Dio che è immanente nella storia e che attraverso di loro realizza il Suo disegno provvidenziale. Si concepiscono come la mano con cui Dio agisce nella storia. La terza caratteristica che mi ha colpito è la cancellazione della biografia personale. È inutile chiedergli chi sono, da dove vengono, cosa facevano prima di cominciare a combattere: qualunque cosa fossero – e c’è gente di tutti i tipi, dal disoccupato all’ingegnere, dal malvivente al ragazzo di buona famiglia – non conta più nulla, è stata eliminata dalla loro identità. Non hanno un passato, non hanno più affetti. Sono come pagine bianche sulle quali è stato stampato un codice identitario completamente nuovo».

Quirico vuole che si smetta di chiamare “terroristi”, per quanto increscioso questo possa essere, i militanti dell’Isis: «Il califfato rappresenta il superamento della fase terroristica dell’islamismo. I suoi armati combattono una guerra convenzionale, con assalti e battaglie; i suoi dirigenti amministrano la giustizia, i servizi pubblici, il prelievo fiscale in un determinato territorio. I termini della guerra asimmetrica si sono rovesciati: al tempo di Al Qaeda i terroristi uscivano dai loro nascondigli per venire a colpire i nostri stati; adesso loro governano un territorio, mentre noi stiamo nascosti e li colpiamo dall’alto coi droni. Vogliono ricostruire il califfato entro i confini che ebbe al tempo della dinastia degli abbasidi e oltre, ma non sono fanatici immersi nel Medio Evo. Quando ha dichiarato che per l’Isis “non c’è posto nel XXI secolo”, Barack Obama ha dimostrato di non aver capito nulla del fenomeno. Il califfato è il cuore oscuro del XXI secolo, è il suo principale problema: rappresenta un importante tentativo di costruire uno stato totalitario. Che, come ogni stato totalitario, divide le persone in due categorie: quelle che hanno diritto di vivere e quelle che devono essere eliminate. Lo Stato totalitario agisce in base a princìpi igienico-sanitari: ci sono categorie di persone impure, che vanno eliminate come i bacilli di una malattia, e categorie pure che vanno preservate. Prima di tutto bisogna fare pulizia all’interno del mondo musulmano, eliminando fisicamente gli eretici come gli sciiti, e poi i “falsi” musulmani, che sarebbero i musulmani sunniti che non praticano la versione wahabita o salafita dell’islam. I miei carcerieri li chiamavano “i musulmani furbi”, quelli contaminati dal consumismo e dal materialismo occidentali».

Al di là del tempo e dello spazio

Non possiamo capire la filosofia dei fautori del califfato se non ci immedesimiamo nei loro concetti di tempo e di spazio, molto diversi dai nostri. «Ci sono tanti islam diversi nel mondo, quello dell’Isis non è certo l’unica versione, ma tutti hanno in comune la stessa concezione del tempo storico. Mentre noi occidentali abbiamo una concezione lineare del tempo storico, e lo interpretiamo come un progresso senza soluzione di continuità dal Medio Evo all’epoca contemporanea, per i musulmani il presente è l’età della miseria, mentre l’età dell’oro è alle spalle, e coincide con l’apogeo del califfato, quando l’Europa era sprofondata nelle tenebre conseguenti al crollo dell’Impero romano, e in un mondo privo di istituzioni riconosciute e preda della violenza la cultura si era ritirata e sopravviveva dentro ai monasteri cristiani. Ordine, progresso, civiltà, splendore erano passati a caratterizzare il mondo musulmano, al punto che si poteva scrivere che le carovane fra Timbuctù e La Mecca spargevano polvere d’oro lungo il loro cammino. Poi vennero il declino, il colonialismo, l’abolizione del califfato, le complicità dei governi dispotici dei paesi decolonizzati con gli antichi colonizzatori, le umiliazioni di Abu Ghraib, eccetera. Ora è venuto il momento di invertire il movimento della storia, per tornare agli splendori del califfato. A questa impresa si dedicano non alcuni fanatici che vivono fuori dal tempo, ma menti raffinate certe che questo sia il momento giusto: l’Occidente non è mai stato così debole, non materialmente ma nell’anima. Le armi non ci mancano, ma nessun nostro leader oserebbe dichiarare una guerra per sradicare l’Isis, perché i suoi elettori non sopporterebbero la vista dei sacchi coi cadaveri dei caduti».

Poi c’è la questione “spaziale”: «Noi ragioniamo in termini di teatri di conflitto separati. Adesso tutta l’attenzione è concentrata sulla Siria, di quello che fanno i Boko Haram in Africa non importa niente a nessuno, della Libia parliamo solo per il problema dei migranti. Ma nel progetto rivoluzionario del califfato tutte le azioni sono collegate fra loro, che si tratti dell’assalto a un villaggio in Nigeria o di un agguato all’esercito egiziano nel Sinai: la globalità territoriale del progetto del califfato, l’unità degli scenari ci sfuggono. Non è che al-Baghdadi da Mosul coordina gli attacchi, no: è una coerenza intima del progetto che si manifesta, per cui ogni colpo aumenta la massa critica del califfato globale. Il califfato è il nuovo stato che distrugge tutti gli stati, è la globalità del vero Dio che cancella le frontiere. Il primo atto dell’Isis al potere è stata la rimozione dei cippi di confine fra Siria e Iraq, simbolo del vecchio ordine coloniale e post-coloniale».

 

Letteratura e kalashnikov

I jihadisti guardano indietro, allo splendido passato islamico, ma non disdegnano di imparare dalle esperienze politiche rivoluzionarie degli infedeli. «Durante il mio sequestro siriano, per un certo periodo sono stato prigioniero di Jabhat al-Nusra. Il loro sceicco mi ha mostrato un libro di Abdullah Azzam, un professore palestinese laureato all’università di Al Azhar che è stato il mentore di Osam bin Laden. In quel libro lo studioso dimostrava di essere un maniaco divoratore di letteratura rivoluzionaria marxista. Riprendeva il concetto di Comintern come organizzazione per unificare tutte le iniziative jihadiste nel mondo, la strategia maoista delle “basi rosse”, cioè zone remote da porre sotto il controllo totale dell’organizzazione per preparare lì le sfide al potere centrale del futuro, come fece Mao quando Chiang Kai-shek era troppo forte. Siamo davanti a persone che mostrano una grande duttilità intellettuale, altro che anacoreti medievali».

Ultima illusione europea da togliere di mezzo, l’ottimismo di chi fa notare che la maggioranza dei musulmani non è allineata con l’Isis. «Ragionare in termini di maggioranza e minoranza nell’islam di oggi è del tutto fuorviante», dice Quirico. «Chiedere alla maggioranza musulmana moderata di manifestare il suo dissenso rispetto alla minoranza violenta è qualcosa che si può fare qui in Europa, ma certamente non nei quartieri popolari di Tunisi o del Cairo, per non parlare di Mosul. È vero, la maggioranza dei musulmani è formata da moderati e da gente che tira semplicemente a campare, ma per imporre alla minoranza violenta di accettare il principio della convivenza pacifica fra fedi religiose diverse dovrebbe trasformarsi in una schiera di martiri. In Germania la maggioranza assoluta dei tedeschi non era nazista, anzi se la rideva dell’imbianchino austriaco dall’alto della cultura di Kant, Hegel, Goethe, Beethoven… Eppure sono finiti a morire a milioni sui campi di battaglia per il nazismo.

La minoranza non si sottometterà alla maggioranza, mettiamocelo bene in testa. Anche perché queste maggioranze si sfaldano facilmente: in Bosnia, paese di islam moderatissimo, ho notato in pochi anni uno scivolamento accentuato verso l’islam radicale, favorito da corruzione politica, povertà, finanziamenti dai paesi del Golfo; nel Mali i tuareg, che hanno sempre mescolato islam e animismo, sono diventati salafiti jihadisti nel giro di pochi anni per vendicarsi dei torti subìti dal governo di Bamako. Nei paesi musulmani dove c’è la guerra non si contano le teste, ma i kalashnikov: chi non ce l’ha vale tanto quanto un insetto, può essere schiacciato in qualunque momento».

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