Perché Francesco ha ricordato Dorothy Day

27 ottobre 2015 13:19 1 comment

Di Marco Respinti

27 settembre 2015

lanuovabq.it

Davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America giovedì 24 settembre Papa Francesco ha evocato i nomi di Abraham Lincoln (12809-1865), Martin Luther King (1929-1968), Dorothy Day (1897-1980) e Thomas Merton (1915-1968) (clicca qui). Quattro figure estremamente complesse e parecchio diverse l’una dall’altra. E tutte chiacchierate. Ma Dorothy Day con un vantaggio sostanziale: quello di essere contemporaneamente cattolica e Serva di Dio.

Nel marzo 2000, infatti, Papa san Giovanni Paolo II (1920-2005), che di comunismo, operai e santi s’intendeva, ha dato ufficialmente all’arcidiocesi di New York il permesso per avviarne il processo di beatificazione. Cosa però impossibile se lei fosse stata davvero, come si dice, comunista. E infatti qualcosa non quadra, come brillantemente osserva Stephen Beale sull’intelligente e cattolicissimo Crisis Magazine (clicca qui). Newyorkese, la Day fu agitatrice sindacalista, giornalista socialcomunista, attivista anarchica, femminista arrabbiata e libertina che divideva volentieri il letto con amanti marxisti. Nel 1917 brindò alla rivoluzione russa. In carcere finì spesso per proteste pubbliche non autorizzate. Nel 1920 (o era il 1921?) abortì la creatura che le aveva generato in grembo un certo suo amorazzo e dopo poco si sposò con un altro amorazzo in comune (la sua famiglia era episcopaliana, ma lei si era da tempo lasciata ogni cristianesimo alle spalle). Poi però cambiò vita, totalmente, diventando cattolica.

Tutto iniziò a metà del 1925 quando la Day si rese conto che un terzo amorazzo l’aveva messa nuovamente incinta. Questa volta però si guardò dentro, e dentro scoprì il volto del suo vero io, Gesù Cristo. La creatura che portava dentro di sé nacque nel 1926, fu battezzata nel luglio 1927 con il nome di Tamar Teresa (è scomparsa nel 2008) ed è lei il simbolo della conversione di Dorothy. Quando infatti Forster Battherham, il padre, deciso anticattolico, si diede alla macchia, al fianco di Dorothy vi fu solo tal suor Aloysia, che la istruì nella fede. Passata la vita al setaccio del confessore, il 28 dicembre di quello stesso 1927 Dorothy fu battezzata e accolta nella Chiesa Cattolica. Ora, la Day si spese nell’impegno sociale a favore di ultimi, emarginati, poveri, diseredati e sfruttati anche dopo la conversione. Ma la cosa non è affatto da comunisti; lei era infatti convinta che il comunismo fosse la risposta sbagliata a esigenze giuste, esattamente come ne era stato convinto Papa Leone XIII (1878-1903) che nel 1891 pubblicò l’enciclica Rerum novarum per affrontare seriamente la “questione operaia” e impedire che il marxismo se ne appropriasse indebitamente.

Alla luce di quest’idea Dorothy fondò nel 1933 il Catholic Worker Movement assieme al cattolico francese Peter Maurin (1877-1949) in cui albergava più lo spirito di san Francesco d’Assisi che quello di Karl Marx. Per molti la cosa è ancora a un marchio d’infamia, ma non ve n’è ragione. La Day si lamentò infatti sempre ad alta voce dello statalismo tipico delle culture progressiste e fu grande avversaria del “New Deal” di Franklin D. Roosevelt (1882-1945). Per lei l’assistenzialismo era inefficace e moralmente dannoso poiché deresponsabilizza le persone e spinge i meno abbienti a vivere di quei sussidi statali che regolarmente finiscono in alcol, fumo e cultura pop cioè anche cheap. Stette dalla parte dei contribuenti espropriati da tasse troppo elevate, disprezzò l’idea del minimo salariale, denunciò come pericolosa per la libertà la società burocratica (che è il socialismo dei Paesi democratici) e per lei persino le leggi contro il lavoro minorile erano ipocrite. Si oppose dunque alla nazionalizzazione dell’industria pesante e difese Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) dagli attacchi dei comunisti americani. Addirittura disse che «la previdenza sociale, le leggi sulla salute e le leggi sulla scuola» sono solo un «contentino buttato là al proletariato» per zittirlo.

In un famoso articolo del febbraio 1945 scrisse che la legge sulla previdenza sociale salutata come una grande vittoria per i poveri e per i lavoratori è in realtà «una grande sconfitta del cristianesimo» perché «è l’accettazione dell’idea della forza e della costrizione. È l’accettazione delle parole di Caino da parte del datore di lavoro: “Sono forse io il custode di mio fratello?”». (clicca qui). Per la Day, poi, l’aborto era un vero e proprio genocidio, e fu sempre nemica giurata della sentenza con cui nel 1973 la Corte Suprema federale lo legalizzò in tutti gli Stati Uniti. Contestò decisamente la sessualità disinvolta degli anni 1960 e si schierò a favore dell’enciclica Humanae vitae, promulgata nel 1968 dal beato Papa Paolo VI (1897-1978). Nel 1950 se la prese con i minatori che frequentavano le taverne dotate di «macchinette che distribuiscono preservativi come gomma da masticare o cioccolato» e un ventennio dopo denunciò la distribuzione di profilattici ai soldati in Vietnam in licenza prima delle battaglie. Anche sul divorzio indicò sempre a tutti l’insegnamento della Chiesa.

La sua dottrina politico-economica non fu il marxismo, ma il distributismo di Gilbert K. Chesterton (1874-1936), Hilaire Belloc (1870-1953) e del padre domenicano Vincent McNabb (1869-1943). Che non è affatto una terza via intermedia fra capitalismo e collettivismo, ma un modo diverso per difendere e diffondere la proprietà privata. Diceva infatti Chesterton (in The Uses of Diversity: A Book of Essays, del 1920): «Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti». Certo, alcuni aspetti del distributismo non sono chiari o sono persino discutibili, ma accade sempre così con ciò che è umano. Quel che è certo è che non si diventa santi per una dottrina economica, specie se la dottrina economica è il comunismo ateo.

Dorothy Day è stata un segno di contraddizione, non una comunista. Anzitutto bisognerebbe dunque domandarsi, come i suoi critici però non fanno, cosa il Cielo ci domanda suscitando un carisma come il suo. Perché, come ha detto il cardinal Timothy M. Dolan, arcivescovo di New York, «sono convinto che sia una santa per il nostro tempo» dato che esemplifica «ciò che di meglio c’è nella vita cattolica: la capacità di essere “et et” e non “aut aut”».

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