La Evangelium vitae e il passaggio dal paradigma metafisico al paradigma ermeneutico

28 ottobre 2015 15:56 36 comments

Di Stefano Fontana

Evangelium vitae vent’anni dopo. Scenari e prospettive. Torino – 24 ottobre 2015

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Il “paradigma delle tre encicliche”

L’enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995) di Giovanni Paolo II si collocava in un contesto di pensiero filosofico e teologico dalle precise caratteristiche. Formavano questo contesto, oltre all’enciclica suddetta, anche la Fides et ratio (14 settembre 1998) sul rapporto tra la fede e la ragione e la Veritatis splendor (6 agosto 1993) su alcune questioni relative alla morale. Le tre encicliche vanno tenute saldamente insieme come tre elementi di un unico quadro. La Evangelium vitae traeva luce da quel quadro e, a sua volta, contribuiva ad illuminarlo. L’insieme di queste tre encicliche, tra loro strettamente connesse, è una delle più belle eredità del magistero dottrinale di San Giovanni Paolo II.

Per comprendere cosa ne è stato, in questi vent’anni, della EV, bisogna chiedersi se quel quadro di riferimento sia oggi ritenuto ancora valido o se sia penetrato nella Chiesa un nuovo “paradigma”, all’interno del quale le riflessioni della Evangelium vitae non trovano più il respiro necessario.

L’obiettivo della EV era di porre la questione della vita non solo come questione di morale personale, ma come tema centrale di vita pubblica, non solo di bioetica ma anche di biopolitica. Anzi, ancor più, era di fare della cultura della vita il fondamento non settoriale per la costruzione della società e l’impegno politico dei cattolici e di tutti gli uomini che cercano la verità. Per questo essa va annoverata tra i documenti della Dottrina sociale della Chiesa. Guardando a questi vent’anni, senza nulla togliere all’apprezzamento per l’impegno di molti, bisogna riconoscere che l’estensione delle leggi che permettono l’aborto a nuovi Paesi, la loro radicalità e l’esiguità dei casi in controtendenza, ci obbligano a riconoscere che quel passaggio richiesto dall’enciclica non è avvenuto. Il significato pubblico del diritto alla vita non solo è stata negato ma si è pubblicamente decretato il diritto all’aborto. Tutte le leggi a suo tempo promulgate in occidente avevano inizialmente considerato l’aborto un’eccezione, ora le nuove legislazioni lo considerano un diritto non solo da tollerare ma da garantire e promuovere, anche con l’insegnamento nelle scuole o con la distribuzione senza ricetta medica dei farmaci abortivi.

Se poi guardiamo all’interno della Chiesa, dobbiamo constatare non solo che con l’aborto ormai si “convive” e raramente i pastori intervengono, ma anche che si è formata un’ampia opinione contraria, anche tra i pastori, alla mobilitazione sociale e politica su questi temi.

A mio parere la causa principale di questo bilancio negativo consiste nel fatto che nella Chiesa si è fatto strada un quadro di riferimento filosofico e teologico nuovo e contrapposto a quello delle tre encicliche. Questo paradigma nuovo ha soffocato le esigenze della Evangelium, vitae. Propongo di chiamare quest’ultimo “paradigma metafisico” e quello nuovo, ad esso contrapposto, “paradigma ermeneutico”.

Quest’ultimo paradigma, debitore soprattutto della teologia di Karl Rahner, era già ben presente all’epoca della Evangelium vitae e già allora molto diffuso nel corpo ecclesiale.

Le tre encicliche furono scritte contro questo paradigma, a difesa del paradigma metafisico.

Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI il vertice della Chiesa mantenne e approfondì la propria fedeltà al paradigma metafisico, anche se, di fatto, a diffondersi nella Chiesa fu soprattutto l’altro. La lotta tra i due paradigmi è in atto almeno dal Vaticano II [1] e si è riproposta con vigore in occasione del Sinodo sulla Famiglia che si concluderà domani [2].

Se questa mia ipotesi è vera, nasce, come vedremo, il compito di mantenerci fedeli a quel quadro di riferimento costituito dal plesso delle tre encicliche e, anche se a denigrarlo sono posizioni dominanti o di vertice nella Chiesa, promuoverlo e svilupparlo.

Il “paradigma metafisico”

Il tema della vita è collocato dalla EV all’interno di un ordine sociale naturale perché gli uomini, come dice il suo bellissimo paragrafo 20, non sono ammucchiati uno sull’altro come dei sassi [3], ma le relazioni umane dentro la società devono rispondere all’ordine che nasce dalla natura umana. Se la società è vista come un mucchio di individui e non come una comunità di persone allora l’unica legge a meritare vigenza è quella del più forte.

Questa riflessione sull’ordine sociale appartiene alla Dottrina sociale della Chiesa fin dai suoi inizi. La Rerum novarum di Leone XIII vedeva nella brama di novità, ossia nella voglia di disordine, la principale causa della povertà di allora, quella degli operai, la Evangelium vitae vede nello stesso motivo – voler trasformare una comunità ordinata in un mucchio di individui – la causa dei poveri di oggi: i bambini a cui non è concesso di nascere [4].

L’allarme per il disordine aveva interessato anche le altre encicliche sociali di Leone XIII e quelle dei suoi predecessori, specialmente di Pio IX. Erano preoccupati dal venire meno di un ordine a causa del venir meno della presenza pubblica del garante di quell’ordine, di Dio. C’è quindi una continuità in tutta la dottrina sociale della Chiesa – a cui appartiene a pieno titolo anche la Evangelium Vitae – che esiste un ordine naturale della vita sociale e politica che gli uomini possono conoscere con le loro capacità naturali e difendere con le loro volontà naturali, nonostante non riescano mai pienamente a farlo a causa del peccato delle origini [5], in conseguenza del quale anche per raggiungere i propri fini naturali l’uomo ha bisogno della rivelazione e della grazia.

Si potrebbe pensare che la EV impostasse il tema della vita solo sul piano culturale, o solo su quello antropologico, intendendolo come il problema dell’uomo, come pure in effetti fa, ma andando al fondo delle cose bisogna riconoscere che la Evangelium vitae fa del problema della vita e degli attentati contro la vita nella società di oggi un problema teologico, è il problema di Dio nel mondo.

Da quando, nell’Ottocento, gli Stati cominciarono a voler espellere Dio dalla pubblica piazza, la secolarizzazione si è mangiata non solo Dio ma anche tutti i surrogati che lo avevano sostituito e ha reso l’uomo incapace di conoscere le verità più elementari e di assumere gli impegni morali più evidenti, come per esempio tutelare la vita. Anche la Evangelium vitae si oppone a questa progressiva riduzione di senso conseguente all’ostracismo dato a Dio, perché essa comporta la fine della prospettiva dell’indisponibilità, e quindi del dono.

L’ordine sociale e naturale non risulta da una considerazione empirica dei dati di fatto, l’ordine è un di-più-di-senso che trascende le cose e quindi si qualifica come un dono indisponibile [6]. La EV rimanda quindi alla dimensione dell’indisponibile – tra cui il mistero della vita, la dignità della procreazione in stretta continuità con la Humanae vitae di Paolo VI e bellezza della famiglia incontinuità con la Familiaris consortio – che noi possiamo già conoscere sul piano naturale ma che diventa pienamente comprensibile sul piano soprannaturale [7].

Tutta l’enciclica è pervasa da questo sentimento metafisico di meraviglia, che in seguito i nostri contemporanei hanno sostituito con il dubbio [8], nei confronti di quanto ci è partecipato oltre le nostre disponibilità. Contemporaneamente essa si fonda sulla capacità della ragione umana di accedere a questa dimensione transfenomenica che ci permette di dire che un “grumo di cellule” è una persona umana, che due sposi sono una carne sola, che la natura non è un mucchio di pietre, che l’occhio è anche uno sguardo e che le risonanze magnetiche non riusciranno mai a dirci che quella è una persona umana.

A tutto questo giunge in soccorso la fede, quando la ragione e la volontà vacillano arriva il Vangelo della Vita che non si contrappone alla legge morale naturale, ma la conferma e la eleva chiedendole di essere pienamente se stessa. La mobilitazione del “popolo della vita” che l’enciclica chiedeva aveva quindi un fondamento di ordine metafisico, dove la natura e la sopra natura si incontravano armonicamente.

E proprio questo incontro era il tema della Fides et ratio, secondo la quale l’uomo è capace di Dio perché è capace dell’essere e può conoscere l’ordine delle cose e collocarne la conoscenza in un universo di senso [9], in un “cosmo della ragione” come poi dirà Benedetto XVI [10], reso tale proprio dalla prospettiva di Dio, senza della quale non c’è unità del sapere e senza unità del sapere gli ambiti dell’esperienza si sbriciolano e l’uomo viene colpito dallo smarrimento.

La Fides et ratio fonda quanto la Evangelium vitae aveva sviluppato sulla difesa della vita e quanto la Veritatis splendor svilupperà sul versante morale: «L’oblio dell’essere comporta inevitabilmente la perdita di contatto con la verità oggettiva e, conseguentemente, col fondamento su cui poggia la dignità dell’uomo» [11].

L’uomo è capace di moralità, perché è capace dell’essere. La sua libertà si configura pienamente quando si lascia vincere dalla verità, la sua coscienza trova pienamente se stessa quando è riempita dalla realtà, tra legge e coscienza non c’è opposizione in quanto la legge esprime la verità del bene umano di cui la coscienza ha una nozione connaturale. Poiché l’uomo è capace dell’essere, il suo sguardo metafisico gli permette di vedere nell’essere una legge e nella natura delle cose una prescrizione circa i fini del suo agire.

Egli vede le cose ordinate finalisticamente a Dio e che questo rappresenta per lui un dovere morale. Vede anche scelte che non possono essere mai ordinate a Dio, che sono disordinate intrinsecamente e che quindi non si possono mai fare. Vede che è possibile conoscere situazioni oggettive di vita che contrastano con l’ordine delle cose e la loro finalizzazione a Dio. Per conoscere il peccato è necessario uno sguardo metafisico, altrimenti la persona e le situazioni di vita vengono avvolte dentro la complessità indistricabile dei fenomeni.

Il nuovo “paradigma ermeneutico”

Nel frattempo è penetrato nella Chiesa un altro paradigma, il “paradigma ermeneutico” che di fatto ha come congelato la Evangelium vitae [12] impedendole di raggiungere i suoi obiettivi. I concetti di natura, di natura umana, di ordine naturale e sociale, di peccato, di finalismo ontologico, di coscienza e di moralità sono così cambiate radicalmente.

La vita di fede, secondo questo paradigma, avviene immersa dentro l’esistenza storica e l’esperienza non ci mette mai davanti all’essere né davanti a Dio come Essere, ma sempre davanti, o meglio dentro, alle nostre situazioni, che non possiamo trascendere. Noi guardiamo le cose come dal buco di una serratura [13], ciò che sta al di qua del buco (la dimensione trascendentale in senso moderno [14]) è una esperienza atematica che ci sta dietro le spalle dovuta alla nostra storicità e che ci permette di vedere cosa c’è al di là del buco senza tuttavia mai mostrare se stessa.

Non abbiamo accesso all’essere e alla verità, ma solo alle nostre progressive interpretazioni dall’interno dell’esistenza [15]. Dio stesso si rivela in questo modo, non mediante delle verità di ordine trascendente che entrano nella storia, ma mediante la storia stessa e la sua progressiva evoluzione. La rivelazione è storica e progressiva ed avviene in tutti gli uomini e non solo nella Chiesa perché la situazione di guardare dal buco della serratura è propria di tutti.

Questo è il mondo, la Chiesa è nel mondo e Dio si rivela nel mondo e non nella Chiesa [16].

In questa prospettiva diventa impossibile parlare di un ordine naturale e sociale. Ad esso gli uomini non hanno accesso. È impossibile anche parlare di ontologia della procreazione oppure di ontologia della famiglia, o di dimensione ontologica della sessualità umana. Dal punto di vista esistenziale tutto è come mescolato con tutto: le persone, nelle situazioni esistenziali, sono contemporaneamente nella verità e nell’errore, sono maschili e insieme femminili, credenti e contemporaneamente atei e viceversa, giusti e peccatori nello stesso momento.

Non esistendo strutture ontologiche oggettive non soggette alla relatività della situazione, non può nemmeno esistere la famiglia e siccome Dio è presente in tutti e la sua azione avviene nel mondo e tramite il mondo, quindi nella storia, in tutte le forme di famiglia è presente il bene e possiamo trovare qualcosa di positivo.

Non possiamo mai sapere se siamo in peccato [17], non esistono azioni intrinsecamente cattive perché nella complessità dell’esistenza diventa impossibile conoscere con assoluta certezza il bene e il male ma occorre sempre interpretare sapendo di non finire mai di farlo.

Come si fa, ci si chiede oggi, a dire che quella situazione è oggettivamente di peccato senza introdurci nella situazione esistenziale dei protagonisti? La quale è poi così articolata e legata alla particolarità delle situazioni da diventare inestricabile. Per questo l’unica cosa da fare – si dice – è accogliere e accompagnare, in una “comunione del porre domande” dato che è impossibile trovare risposte.

L’esistenza è un susseguirsi di situazioni tutte diverse tra loro e la ridda dei fenomeni non permette di conoscere nessuna struttura permanente e solida. Nella liquidità generale anche la nozione della cultura della morte da contrastare con una cultura della vita perde di significato.

Non ci sono più nemici, nonostante la Evangelium vitae parlasse di una «congiura contro la vita» (n. 18) e di «uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita» (n. 28), né battaglie da combattere, né processi legislativi da influenzare con la forza della presenza e della manifestazione.

Non ci sono più “no” da dire. La manifestazione del 20 giugno 2015 organizzata dal Comitato “Difendiamo i nostri figli”, le veglie delle Sentinelle in piedi oppure l’opposizione al gender oggi vengono valutati negativamente, anche da parroci e Vescovi, come qualcosa che contrasta con la vera pastorale della Chiesa che non dovrebbe mai essere di contrapposizione ma solo di dialogo.

La lotta all’aborto è diventata ormai cosa per pochi, nella Chiesa non se ne parla quasi più.

L’impianto della Fides et ratio viene in questo modo archiviato e l’uomo deve accettare senza nostalgia di camminare insieme agli altri nell’incertezza e nel dubbio e la fede cristiana consisterebbe proprio in ciò: ascoltare più che dire, domandare più che rispondere, ritrarsi più che intervenire, accompagnare più che guidare, rimanere in silenzio più che parlare, annunciare e mai denunciare, non giudicare piuttosto che giudicare, de-identificarsi più che caratterizzarsi, laicizzare più che sacralizzare, orizzontalizzare più che verticalizzare, non parlare mai di Dio ma solo dell’uomo.

Sul piano del quadro morale previsto dalla Veritatis splendor non sarà più possibile parlare di una legge morale naturale, contraria alla radicale storicità delle nostre esperienze. Dovrà essere trascurata la dottrina dei principi non negoziabili [18] e degli intrinsece mala [19], e la legge verrà intesa come una astrattezza incapace di soddisfare i bisogni delle persone.

Si preferirà un metodo induttivo che nell’etica parte dalla rilevazione dei bisogni di base, senza però poi alzarsi di molto, si enfatizzerà il fatto che Cristo non è venuto a portarci un’etica ma ad invitarci ad un incontro con Lui e che Dio non dà disposizioni e precetti ma propone ideali. C’è un bel dire, con Benedetto XVI, che Cristo è il Logos, a prevalere sono le filosofie di Martin Buber o di Emmanuel Lévinas [20], e in questi casi le cose andrebbero anche meno peggio.

Cenni conclusivi

Ho cercato di individuare in sintesi la maggiore tra le difficoltà e gli impedimenti che ostacolano oggi l’attuazione della Evangelium vitae. L’ho individuata nel progressivo indebolimento, tra gli uomini di Chiesa, del quadro di pensiero costituito dal plesso delle tre encicliche di San Giovanni Paolo II, dentro il quale si inseriva – come a casa sua – la Evangelium vitae.

Uno potrebbe pensare che sono bastati solo dodici anni dalla morte di Giovanni Paolo II, avvenuta il 2 aprile 2005, e solo un anno dalla sua canonizzazione, avvenuta il 27 aprile 2014, per trascurare questi suoi insegnamenti tanto importanti. Bisogna però tenere conto di due cose.

La prima è che queste teorie erano già presenti da prima e all’epoca delle tre encicliche gran parte degli uomini di Chiesa percorrevano già ampiamente altre strade.
La seconda è che nella Chiesa molti fedeli pensano tuttora che questa sia la via da seguire. E tra costoro pongo me stesso e, credo e spero, anche voi.

Note

[1] S. Fontana, Il Concilio restituito alla Chiesa. Dieci domande sul Vaticano II, La Fontana di Silone, Torino 2013.
[2] S. Fontana, Matrimonio e famiglia. Chiesa al bivio, Documenti papali, testi preparatori, notizie utili per seguire i lavori del Sinodo e capirne le conclusioni, La Nuova Bussola Quotidiana, edizioni Omni Die, Monza 2015.
[3] «In questo modo la società diventa un insieme di individui posti l’uno accanto all’altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall’altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi» (Evangelium vitae, n. 20).
[4] «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese (…) così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente il dovere di dare voce con immutato coraggio, ha chi non ha voce» (Evangelium vitae, n. 5).
[5] Veritatis splendor, n. 1.
[6] S. Fontana, Parola e comunità politica. Saggio su vocazione e attesa, Cantagalli, Siena 2010.
[7] La Chiesa insegna «l’effettiva realtà della divina rivelazione per la conoscenza di verità morali anche di ordine naturale (Veritatis splendor n. 36).
[8] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 19973, capitolo VI.
[9] Cf Fides et ratio nn. 83, 85.
[10] Benedetto XVI, Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, Incontro con i rappresentanti della scienza, aula magna dell’università di Regensburg, 12 settembre 2006, in Benedetto XVI, Chi crede non è mai solo. Viaggio in Baviera. Tutte le parole del Papa, Cantagalli, Siena 2006, p. 14.
[11] Fides et ratio n. 90.
[12] Mi riferisco ad un’ermeneutica che, contrariamente a quanto richiesto da Fides et ratio n. 95 non è «aperta all’stanza metafisica» (vedi anche Fides et ratio n. 5).
[13] K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, San Paolo; Cinisello Balsamo 1990. Questa con-conoscenza soggettiva, atematica, presente in ogni atto di conoscenza spirituale, necessaria e ineliminabile la chiamiamo «esperienza trascendentale» (40)
[14] Secondo Cornelio Fabro questa impostazione dipende dall’accettazione del “trascendentale moderno”: C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Edivi, Segni 2011.
[15] «L’esperienza originaria di Dio non consiste nel conoscere un oggetto ma nell’avere una esperienza trascendentale. In essa colui che chiamiamo Dio si dice sempre silenziosamente all’uomo anche prima di quando egli ne parla» (K. Rahner, Corso fondamentale sulla fede … cit., p. 41).
[16] Essa «può essere così generale, così atematica, così areligiosa, da verificarsi – in maniera anonima ma reale – ovunque noi rivolgiamo la nostra esistenza» (Ivi, p. 181).
[17] «Non si può indicare un punto della nostra esistenza in cui si posa dire che c’è stato un no radicale a Dio» (Ivi, p. 142); «Non sappiamo mai con un’ultima sicurezza se siamo realmente peccatori» (Ivi, p. 145).
[18] G. Crepaldi, “A compromesso alcuno”. Fede e politica dei principi non negoziabili, Cantagalli, Siena 2014.
[19] Di cui invece parlano la Evangelium vitae chiamandoli “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio” e soprattutto la Veritatis splendor ai paragrafi n. 79, 80, 81, 82. 83.
[20] E. Lévinas, Martin Buber, Castelvecchi, Roma 2014: «La verità non è un contenuto e le parole non sono in grado di riassumerla, essa è perciò più soggettiva di ogni possibile soggettività» (p. 10).

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