Non andate al ristorante ma scendete in piazza. La vera guerra da fare ora

17 novembre 2015 20:21 2 comments

Di Fabio Torriero

16 novembre 2015

intelligonews.it

La prima cosa che bisogna fare ora dopo la strage di Parigi è una guerra aperta e spietata al terrorismo “che usa l’Islam”, non all’Islam, come religione. Ma non solo…

Veniamo all’Italia e alle ricette da attuare: sì a soldati che difendano i nostri punti sensibili, sì a leggi che rafforzino l’ordine pubblico, sorveglino le frontiere (vanno pertanto riaperte), sì a controlli presso le moschee in salsa italica (gli Imam devono esprimersi in lingua italiana, vanno monitorati, non devono trasformarsi in centrali anche ideologiche di odio, i figli degli islamici in Italia devono andare tutti nelle scuole pubbliche), e sì a un fermo dell’immigrazione selvaggia. È vero che i terroristi sono già dentro casa, ma è anche vero che arrivano pure da fuori, nella mendace veste di rifugiati politici.

Ma no alla guerra di religione, alla guerra di civiltà. In Italia, come in Europa, come nel mondo. E cerco di spiegarlo, partendo dalle conseguenze della strage di Parigi, puntando il dito “sui registi politici internazionali degli effetti di Parigi” che, a partire da oggi, inizieranno la loro costruzione ideologica, morale, strategica sui morti innocenti. Per portare le coscienze e l’opinione pubblica internazionale allo scontro armato in Medio Oriente e non solo.

La premessa del discorso è che, comunque, dobbiamo reagire, continuare ad esistere, ad esserci. Dobbiamo mobilitarci alla luce del sole, scendere in piazza, scatenare, se ancora esistono, le coscienze. Questo è il vero modo di non avere paura, di non cedere al ricatto dei terroristi, di non farci fermare da loro.

Ma ci sono due modi di reagire: uno, positivo, civico, politico (nel senso di polis), per la Francia e per noi; un altro imbelle e imbecille. Limitarsi a conservare con arroganza incosciente il nostro stile di vita.

La domanda è d’obbligo: quale stile di vita, dobbiamo difendere? L’Isis a Parigi ha colpito i simboli della nostra condotta esistenziale occidentale: il divertimento, la ricreazione, il cibo. Ha punito la nostra decadenza, la nostra corruzione. Il nostro edonismo senza spina dorsale.

1) In questo momento, infatti, vorrei che qualcuno parlasse di identità dell’Europa, della Francia, dell’Italia (qual è? C’è ancora?), non di libertà di fare ciò che ci piace e basta, schema da contrapporre al terrorismo di matrice islamica. Il tema non si può ridurre semplicemente all’ostinazione egotica ed egoistica di continuare ad andare a teatro, allo stadio, ascoltare musica, andare in giro, mangiare e bere (semmai sono il prodotto della libertà, non la sua condizione). Troppo misera la considerazione;

2) Vorrei che qualcuno approfondisse proprio il tema della nostra libertà da difendere dall’Islam: è vera? È formale, è sostanziale? Le nostre democrazie sono parole o fatti? Abbiamo la vera libertà di stampa, economica, politica? O siamo ridotti a schiavi dell’economia e del pensiero unico? Il nostro voto conta ancora o è un inutile orpello? I nostri governi sono eletti dal popolo o dalle caste? La democrazia cui ci aggrappiamo e che brandiamo a mo’ di spada, come segno di superiorità rispetto al Terzo Mondo, è autentica o è il regno delle caste?

3) Perché nessuno si interroga sulle nostre politiche di integrazione, totalmente sbagliate? E ha il coraggio di ammettere che aveva ragione, ad esempio, il cardinale Biffi, il quale sosteneva la priorità culturale dell’integrazione (non basta la semplice legalità, o il lavoro), e che c’è un’immigrazione compatibile e una incompatibile, ponendo la questione dell’Islam, come religione naturalmente conflittuale rispetto alla nostra identità occidentale e cristiana, in quanto a vocazione egemonica (gli islamici moderati non esistono, sono solo più atei e secolarizzati, annacquati dal dio danaro). I giovani di terza e quarta generazione europei (non realmente integrati), che sposano la causa dell’Isis sono i figli di un grande errore: la società multiculturale, l’omologazione economica e il nostro nichilismo. Data la crisi, sono stati sbattuti in enormi banlieues periferiche, povere; e lì, tra rap, nichilismo e alienazione, hanno creato l’ideologia islamista (l’ideologia è una categoria occidentale), usandola come rivoluzione purificatrice contro il mondo occidentale, esattamente come le Br usarono il marxismo: contro la corruzione del mondo borghese e capitalista.

Ecco, la strage di Parigi dovrebbe essere un’occasione per riflettere su queste cose.

Quindi, adesso risparmiateci le analisi dotte e farlocche dei nostri commentatori televisivi da Circo Barnum, propugnatori e ascari del politicamente e culturalmente corretto; risparmiateci le dichiarazioni da melassa buonista e umanitaria. Tutte legate a schemi vecchi come il cucco. Categorie sorpassate e ricette fallimentari (Parigi parla chiaro).

Quello che bisogna impedire ora è la guerra di religione, funzionale “alla terza guerra mondiale per conto terzi”, che strumentalizzando l’Isis, e la sua follia, qualcuno sta mettendo in campo per altre ragioni (si pensi al controllo dell’energia, dei pozzi petroliferi, delle fonti primarie, la geopolitica, la nuova guerra fredda tra Obama e Putin). Si organizza una crociata contro l’Islam, si ricompatta l’Occidente sotto i valori della Rivoluzione francese (il giacobinismo laicista, egalité, liberté, fraternité), e una Croce ridotta ormai a icona libertaria decristianizzata (il pensiero di Galli della Loggia e suoi sodali), e si ottiene lo scopo di eliminare (Fase a) una religione: l’Islam. Poi si procede (Fase b) contro il cristianesimo in due modi: lo si annienta gradualmente con l’umanitarismo secolarizzante (tanto il cristianesimo si annienta da solo) e si impone il nuovo pensiero unico.

Risultato prossimo venturo: un mondo totalmente laicizzato, asservito al capitale unico. Un grande supermercato, dove gli uomini sono schiavi dell’economia. Tutti atei, tutti consumatori, senza identità storiche, culturali, familiari, religiose, sessuali (l’approdo del gender).

Il tema vero, infatti, è la mancanza di Dio (non la sua assenza, caro Paolo Flores d’Arcais): c’è chi lo usa e chi lo nega. E le due realtà sono speculari. L’Isis usa Dio per il suo Califfato nazista. L’Occidente ateo e secolarizzato lo rispetta a parole, ma lo nega di fatto (il cristianesimo sopravvivrebbe soltanto per aver accettato la sua subalternità allo Stato laico, alla democrazia e alla Verità del popolo).

La verità va chiamata per nome: è stato punito il nostro tramonto ed ha fallito il nostro buonismo.

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