Manuale di Sopravvivenza al tempo del gender 3/8

23 novembre 2015 08:28 0 comments

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Di Assuntina Morresi

loccidentale.it

AGOSTO 2015

TERZO CAPITOLO – Un problema di libertà di espressione e di educazione

In fin dei conti le famiglie percepiscono con preoccupazione una pressione fortissima da parte dei media, della politica, della pubblicità in TV, di libri, film, ecc. a favore dei comportamenti omosessuali, quasi a loro promozione.

Una pressione che viene definita genericamente come diffusione della “teoria gender”, anche se, come abbiamo detto, con questa espressione si tende ad includere anche molte iniziative che sono legate all’educazione all’affettività, alla sessualità, alla sfera più intima dei ragazzi, ma che non si potrebbero definire propriamente “gender”. Ma il tratto più significativo è un clima intimidatorio che tende a restringere sempre più la libertà di espressione. Come negli anni ’70 per l’ideologia dominante il più grave degli insulti era “fascista”, adesso l’accusa in grado di distruggere mediaticamente è quella di “omofobo”, etichetta affibbiata sempre più spesso non a chi esercita violenza fisica o verbale nei confronti degli omosessuali – come dovrebbe essere – ma nei confronti di chi non accetta la cancellazione della differenza sessuale e, in ultima analisi, pensa che matrimonio e accesso a adozione e fecondazione assistita non debbano far parte dei diritti delle coppie di persone dello stesso sesso.

Gli esempi più noti, in pochi anni: il caso Barilla, costretto a una ritrattazione pubblica stile dittatura sovietica per aver essersi detto a favore del matrimonio omosessuale ma contrario a costruire pubblicità con protagoniste coppie gay; l’amministratore delegato di Mozilla – un colosso dell’informatica – costretto alle dimissioni nel 2014 perché nel 2008 aveva dato 1.000 dollari – una elargizione trascurabile – al comitato promotore della consultazione referendaria che portò all’annullamento delle nozze gay in California. “Una donazione legale, ma giudicata inopportuna da molti”, ebbe a spiegare il Corriere della Sera. E poi il caso Dolce e Gabbana, presi di mira da mezzo mondo nonostante la loro nota omosessualità, minacciati di boicottaggio da Elton John per avere parlato, in un’intervista a Panorama, di bambini “sintetici”, a proposito dei figli avuti con utero in affitto e inseminazioni artificiali. E ancora gli insulti violenti a Lorella Cuccarini, rea di avere ritwittato, senza commenti, una foto di Piazza San Giovanni dello scorso 20 giugno, piena di gente alla manifestazione. Ma potremmo anche ricordare le contestazioni durissime nei confronti delle Sentinelle in Piedi: persone che dimostrano la loro contrarietà ai matrimoni gay leggendo in piedi un libro per un’ora, silenziosamente, nelle pubbliche piazze delle nostre città. Chiamarle contestazioni è un eufemismo. Si tratta di attacchi verbali violenti, spesso conditi da insulti, sputi, intimidazioni, e talvolta si va molto vicino alle aggressioni fisiche, tanto che le manifestazioni delle Sentinelle sono sempre assistite dalla polizia.

Il mondo LGBT militante, e il vasto ambiente intorno, chiama “provocazioni” le veglie silenziose delle sentinelle. Ma basta immaginare cosa accadrebbe se le parti fossero invertite: manifestanti gay silenziosi e composti che sono insultati e provocati da eterosessuali. Verrebbe giù il mondo (e giustamente). In compenso, alle parate del gay pride tutto è concesso ai manifestanti, a cui invece è sempre riconosciuto l’ovvio diritto di sfilare indisturbati, e anzi: sempre nel portale UNAR “Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT” destinate ai giornalisti, al paragrafo 10, titolato “se le immagini dicono più delle parole”, si legge:

“Sono purtroppo numerosi i casi in cui a testi che riguardano l’omofobia, le discriminazioni, i diritti, le trasformazioni sociali sono associate immagini del tutto inappropriate. […] Uno spazio particolare occupano gli LGBT PRIDE, che per molti anni sono stati una delle poche (se non l’unica) occasione di visibilità delle persone LGBT in Italia. Ad attirare giornalisti e fotografi sono state sempre le figure più trasgressive, luccicanti, svestite, ed è così che si è prodotto e riprodotto un immaginario intorno a queste manifestazioni che di anno in anno, già attraverso le immagini che le annunciano, mette in secondo piano il tema dei diritti. Non solo, ma le stesse immagini – spesso le più trasgressive – si possono ritrovare a illustrazione di articoli sui matrimoni o sulla genitorialità di coppie omosessuali”.

Forse sarebbe opportuno che all’UNAR, ma anche nelle associazioni LGBT, qualcuno facesse sommessamente notare che se un uomo e una donna regolarmente sposati fossero fotografati mentre ballano seminudi per strada, durante un corteo pro–family, con in testa piume colorate e brillanti paillettes appiccicate al tanga, quelle foto difficilmente convincerebbero gli assistenti sociali ad affidare loro bambini, e difficilmente i giornalisti parlerebbero dei diritti delle famiglie. Non si capisce perché invece certi atteggiamenti dovrebbero essere convincenti se a fare le stesse cose sono persone omosessuali: se vai in piazza con un perizoma, sei liberissimo di farlo, naturalmente, ma non ti stupire se poi qualcuno pubblica le foto. Sarebbe del resto difficile immaginare sindaci di città importanti sfilare sorridenti in cortei come quelli dei gay pride, se si trattasse di metalmeccanici svestiti o travestiti e non di omosessuali.

Nessuno ormai si scandalizza, ma forse andrebbe suggerito che se certe foto non sono gradite è sufficiente non sfilare in quel modo. E andrebbe anche suggerito che certe sfilate non evocano esattamente un’idea di affidabilità (per esempio per quel che riguarda la possibilità di adottare) di chi vi partecipa.

Ma forse anche dire questo può essere tacciato di omofobia.

L’omofobo è il fascista del XXI secolo, l’omofobia è la blasfemia della post–cristianità, stigmatizzata dai sacerdoti della religione dei “nuovi diritti” e dell’autodeterminazione, nei nostri paesi secolarizzati e “civilizzati”, e quindi la punizione prevista per chi si macchia di tale colpa non può che essere il massacro, per ora mediatico, l’impresentabilità intesa come morte civile, l’impossibilità di avere un ruolo pubblico. Ma ci sono anche le sanzioni, che cominciano a essere sempre più frequenti, come la multa di 500 sterline alla pasticceria dell’Irlanda del Nord che si è rifiutata di mettere decorazioni gay-friendly in una torta nunziale ordinata per la giornata contro l’omofobia. Il tribunale che ha deciso la multa ha spiegato “Gli imputati sono andati contro la legge discriminando la vittima in base all’orientamento sessuale. Questa è aperta discriminazione, per la quale non esiste giustificazione”. E d’altra parte è la Bibbia dei liberal, il New York Times, che in un editoriale del 10 luglio scorso, firmato addirittura dal comitato di redazione ha dichiarato serenamente che eventuali funzionari che si rifiutassero di celebrare nozze gay dovrebbero licenziarsi o essere licenziati, perché non si tratta di obiezione di coscienza ma di diritti civili.

Sono ancora gli Stati Uniti a mostrarci quale sia il prossimo passo: come ha ben spiegato recentemente Massimo Introvigne su “La Nuova Bussola Quotidiana”, dopo la sentenza della Corte Suprema che ha esteso a tutti gli stati federali il matrimonio omosessuale, lo scorso 23 luglio, su proposta dei democratici, è iniziato l’iter di approvazione di una nuova legge federale – quindi valida in tutti gli stati, se approvata. È l’Equality Act, e modifica tutte le attuali leggi federali contro la discriminazione razziale, aggiungendo la clausola “SOGI”, acronimo per Sexual Orientation and Gender Identity: concretamente, ogni legge che vieta di discriminare i neri, per lo stesso principio non potrà discriminare le persone LGBT.

Quindi, per esempio, se un fotografo o un ristorante o un albergo rifiutassero di lavorare per una festa per un matrimonio omosessuale, sarebbero trattati come se avessero opposto lo stesso rifiuto a una festa di afro-americani: condannati, per legge in tutti gli stati d’America. Chiaro l’obiettivo: così come un ufficiale pubblico non può rifiutarsi di celebrare un matrimonio fra un nero e una bianca, così non potrà rifiutarsi di farlo fra persone dello stesso sesso. E cosa accadrà se un pastore si rifiuterà di dare la sua benedizione a una coppia gay? La libertà religiosa non vale a fronte di norme antidiscriminatorie così sentite e diffuse negli USA come quelle a tutela delle minoranze nere. Per non parlare poi delle sanzioni nei confronti di chi esprime opinioni razziste: se il SOGI diverrà legge, non sarà di fatto possibile esprimere la propria contrarietà al matrimonio omosessuale. e cosa sarà possibile insegnare nelle scuole private? Si potrà ancora citare il catechismo della Chiesa cattolica, quando afferma “la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale”?

Libertà di educazione e libertà di espressione, quindi: questa è la posta in gioco, adesso.

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