Daesh e l’ideologia dell’Islamic State non si sconfiggono né con l’Islam moderato, né con le bombe, né con il benessere, ma con una diversa “radicalità” di vita

26 novembre 2015 13:07 0 comments

Di Andrea Lonardo

26 novembre 2015

gliscritti.it

Per definizione ciò che è “moderato” non è appassionante.

Noi stiamo dimenticando che i giovani non chiedono semplicemente di essere “moderati” – sia nel senso di avere un controllo che li moderi, sia nel senso dell’essere tali –, ma chiedono piuttosto un motivo valido per dare la vita. Per offrirla per un ideale, così come per donarla ad una nuova creatura, ad un figlio. Meglio ancora a tanti figli. La denatalità è il sintomo evidente di una “moderazione” mortifera. I giovani chiedono di essere “radicali”.

Per questo un Islam “moderato” non potrà molto. Non potrà fare molto un Islam che si limiti a dire “not in my name” e non si getti animo e corpo a rimuovere le profonde ingiustizie di tanti paesi musulmani, a partire dall’Arabia Saudita che mortifica le più elementari prospettive di una vita libera. Non andrà molto lontano un Islam moderato che non si impegni con tutto se stesso per la maturazione di una spiritualità che annunci la libertà e l’amore per Dio. Non otterrà frutti duraturi un Islam che non chieda una vera e propria “rivoluzione culturale” educativa, ammettendo le violenze compiute nel passato contro tanti popoli ed invocando una svolta di bene rispetto al passato.

Ma non serviranno a niente, allo stesso modo, una laicità ed un cristianesimo europei che non ritrovino la radicalità e la passione che li hanno contraddistinti. Se tutto ciò che noi proporremo ai figli di seconda, terza e quarta generazione di immigrati sarà un nuovo modello di IPhone, una confortevole vacanzetta e le distrazioni del sabato sera l’Europa non riuscirà mai e poi mai a sconfiggere la radicalità del terrorismo.

Se vogliamo comprendere una religione dobbiamo vedere come essa viene vissuta da persone che la vivono radicalmente. Dobbiamo vedere le scelte di una persona radicalmente cristiana come di una persona radicalmente musulmana per capire cosa è il cristianesimo e cosa è l’Islam.

Di mezze figure non sappiamo cosa fare.

La questione della radicalità incalza anche chi dichiara di essere “laico”. Chi sa bene cosa sia l’ideale di un mondo dove non si viva per il consumo, cosa sia la passione per la giustizia e per la lotta contro la povertà, cosa sia l’impegno per chi è nel bisogno, cosa sia lo slancio che permette a te e ai tuoi amici di ritrovarsi padri e madri di figli, per donare loro la vita come hanno fatto tutte le generazioni prima di noi. Chi sa cosa sia una rivoluzione interiore. Chi sa cosa voglia dire non vivere per se stessi, ma vivere per un altro più importante di te.

Di radicalità ha bisogno il mondo. Il cuore degli islamisti potrà esser conquistato da santi e da profeti che scelgono di offrire se stessi in nome della vita e di Dio, ma non da un’offerta di playstation, passatempi e cacabandole varie.

Una nuova alleanza fra cristiani e laici, un’alleanza non solo di “moderati”, bensì di “radicali” che esaltino il bisogno dell’uomo di sconfiggere il materialismo, che diano spazio al desiderio di offrire le proprie vite per i figli che nasceranno, che vivano la passione per tutta la bellezza prodotta nei secoli perché sia non solo conservata e trasmessa, ma vivificata, che offrano – in senso sacrificale – ciò che sono e ciò che hanno per vivere nella carità e nella misericordia, che amino la propria tradizione generata da un miscuglio di fede e di libertà a volte conflittuali ma sempre vicine come due facce di una stessa medaglia, di tutto questo ha bisogno l’Europa.

Questa rinnovata alleanza di sapienza (logos) radicale e di una carità (agape) radicale può interessare le giovani generazioni di musulmani. Questa rinnovata alleanza si può stringere anche con loro.

Non è un caso che i giovani amino Tolkien e Lewis, come un tempo i giovani greci amavano l’Iliade e l’Odissea: perché i giovani amano gli eroi.

Ebbene deve emergere una terza figura. Non deve esistere solo lo pseudo-eroe islamista che uccide impassibilmente, impasticcato di anfetamine, immolandosi per un dio della morte e del suicidio.
Ma non basta nemmeno il viveur, donnaiolo e consumatore, navigatore in solitaria di Internet e afferratore di ogni possibile piacere.

Il nostro tempo invoca la testimonianza di persone radicali, che mostrino che l’uomo non è fatto per gustare effimeri e transitori piaceri, bensì è nato per qualcosa di grande, per una vocazione, come già i suoi genitori ed i padri dei padri, capaci di dare la vita e di dare un significato alla vita, capaci di mostrare alle nuove generazioni perché la vita sia grande e con un destino eterno.

 

N.B. La moderazione verrà poi, perché anche di essa c’è bisogno. Ma si modera una passione, non il nulla.

Non posso tacere il debito del discepolo per il maestro, per F. Hadjadj, che ha ispirato queste considerazioni e le cui parole sono state in questi giorni un pungolo ed un’illuminazione. Così ha detto in un dialogo con Abdennour Bidar, su Le Figaro del 5/6/2015 (la traduzione è nostra):

«Il pericolo non è nell’immigrazione in quanto tale, ma in ciò che offriamo ai nuovi arrivati per integrarsi. Il supermercato tecno-liberale non è sufficiente per infondere lo slancio per una passione storica. Ma è proprio questo che i giovani si aspettano. Non desiderano diventare “moderati”, ma di entrare in una vera e propria radicalità (questa parola si riferisce alle radici, che non esistono per se stesse, ma per i fiori, i frutti e gli uccelli). I giovani hanno desiderio di eroismo. Ma i “valori commerciali” correnti nella République non propongono nulla di tutto questo, e questo vuoto nutre il terrorismo, così come nutre la xenofobia. Oggi dobbiamo ripensare alla Francia e all’essenza della République, mettendoli nell’ottica di una storia e di un’eredità che riconducano alla radicalità ebraico-cristiana».

E così ha scritto in un’editoriale di Famille chrétienne del 17/11/2015:

«Molti giovani si rivolgono all’Islam perché il cristianesimo che offriamo non contiene più nulla di eroico né di cavalleresco (mentre Tolkien è con noi), ma si riduce a delle garbate considerazioni di civismo e di comunicazione non-violenta.

Qual è il vero terreno di questa guerra? Alcuni vorrebbero farci credere che la forza dei terroristi dello scorso venerdì 13 consista nel fatto di essere stati addestrati, formati nei campi di Daesh, di modo che la battaglia sarebbe ancora quella della potenza tecnocapitalista per fabbricare un armamento più pesante. Ma in che modo un ragazzo bloccato alle uscite di sicurezza, e che si fa saltare in aria con degli esplosivi rudimentali, può essere un soldato navigato? Noi sappiamo – e lo ha provato l’esperienza recente di Israele – che chiunque può improvvisarsi assassino nel momento in cui è posseduto da un’intenzione suicidaria. Ciò che costituisce la sua forza di distruzione, pronta a esplodere in qualunque momento e luogo, non è la sua abilità militare, ma la sua sicurezza morale».

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