Manuale di Sopravvivenza al tempo del gender 4/8

15 dicembre 2015 08:26 2 comments

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redazione

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Di Assuntina Morresi

AGOSTO 2015

QUARTO CAPITOLO – L’equivoco dei valori morali

loccidentale.it

Ed è bene qui sottolineare un punto importante. Abbiamo detto che stiamo parlando di “questione antropologica” e non di “questione morale”, per sgombrare il campo da un equivoco che spesso è usato come alibi al disimpegno, specie in certo mondo cattolico che, considerando queste situazioni come un problema di valori cristiani, rifiuta di affrontarle con una presenza pubblica e un impegno quindi politico, e indica nella testimonianza personale dei credenti l’unica possibilità di risposta. Il senso è: è passato il tempo in cui il cristianesimo era fede comune e criterio condiviso di vita quotidiana, tempo in cui le leggi dello stato erano costruite secondo i valori cristiani, identificati soprattutto nelle leggi della morale sessuale – no al divorzio e all’aborto. A un mondo scristianizzato si risponde con una nuova evangelizzazione, partendo dall’essenziale, cioè dall’annuncio della buona novella. Si ricomincia da capo, insomma, il resto è tempo perso.

Se il problema fosse la difesa di valori cristiani mediante la legge, questa posizione avrebbe una sua legittimità: i cristiani non possono imporre il catechismo usando il parlamento. Così come sarebbe impensabile prevedere per legge la castità prematrimoniale o il divieto di contraccezione – sono libere scelte di vita, la sharia cattolica non esiste, fortunatamente – così non avrebbe senso vietare rapporti omosessuali o il matrimonio omosessuale, se la maggior parte della gente la pensa diversamente. Non avrebbe senso scendere in piazza per imporre per legge “valori morali”, tantomeno sarebbe convincente farne battaglie politiche, che inevitabilmente diventerebbero odiose campagne ideologiche.

Ma il punto è che non si tratta di valori morali.

Il cuore della questione non è morale, ma antropologico, nel senso che riguarda l’umano e la sua natura profonda, e quindi il bene comune; e riguarda le responsabilità che ci assumiamo nei confronti delle generazioni future. Sicuramente ci sono anche conseguenze morali, ma non è di queste che ci preoccupiamo adesso.
Avere due o tre o quattro mamme – una gestazionale, una legale e due genetiche, perché è possibile utilizzare il patrimonio genetico di due donne, e l’embrione finale avrà il Dna di tre persone – non è innanzitutto un problema morale, di valori cristiani non rispettati, ma una questione antropologica, che implica domande sull’identità dei bambini così concepiti, i quali non possono scegliere se nascere con un Dna “multiplo” e senza un’origine attingibile e certa. La certezza della genitorialità è data dal fatto di essere figlio di coloro che lo hanno generato fisicamente, da cui deriva il diritto a crescere con il proprio padre e la propria madre: un padre e una madre soltanto.

Se con l’utero in affitto, per la prima volta nella storia dell’umanità, una donna partorisce un figlio non suo e lo cede a terzi che glielo hanno commissionato facendole sottoscrivere un contratto commerciale, il problema che riguarda l’intera società non è il comportamento sessuale della coppia che lo ha commissionato o la sua moralità, ma il fatto che ci sia una legge che prevede che un bambino possa nascere a seguito di una transazione commerciale, e che la genitorialità sia incerta, stabilita da un accordo che rispetta leggi di mercato, e che prescinde da chi lo ha generato fisicamente. Il problema dei bambini che la legge riconosce come figli di due uomini (o due donne) è che la legge che li dovrebbe tutelare dice il falso proprio sulla loro origine, perché un bambino non può essere figlio di due uomini o di due donne, dato che due persone dello stesso sesso non possono avere un bambino.

Quelle che chiamiamo “teorie del gender”, insieme alle nuove tecnologie di procreazione assistita di tipo eterologo, determinano un cambiamento di paradigma per la comunità umana, che ne modifica sostanzialmente i tratti fondanti disegnando una società nuova, diversa da quella che abbiamo conosciuto da sempre, dove i bambini sapevano di essere nati da un padre e una madre. Tutti i bambini fanno esperienza di essere figli di un uomo e una donna, anche gli orfani, che comunque fanno esperienza di un’assenza, di una mancanza, ma sempre del proprio padre e della propria madre, chiaramente identificati. I bambini del Nuovo Mondo (il mondo che le nuove leggi e le nuove opzioni tecnologiche disegnano), figli di due madri o di due padri, crescono con l’idea che il padre o la madre possa anche non esserci, non è necessario che ci sia. Basta comprarsi un ovetto, un pancino, o un semino, per usare il linguaggi di certi libriccini destinati alle scuole materne.

Ma un bambino che non ha fatto esperienza del padre, che è stato educato a pensare che il padre può anche non esserci, perché bastano anche due donne, come si troverà a essere padre, una volta cresciuto?

Un bambino che sa che in giro per il mondo ci possono essere tanti suoi fratelli che non conoscerà mai, perché suo padre – o sua madre – hanno usato gameti comprati in una clinica, forniti da una persona che li vendeva perché aveva bisogno di soldi, e per contratto ha dichiarato di non voler mai sapere niente di chi eventualmente fosse nato: ecco, per questo bambino quale sarà il significato di “fratello”? E cosa penserà del padre o madre biologica, di cui avrà ereditato tratti somatici e caratteriali, insomma il patrimonio genetico, ma che non può conoscere? Potremmo continuare a lungo con le domande, anche perché oramai con l’aumento dei nati da eterologa, e di quelli che sanno di essere nati in questo modo, sono domande che si leggono in rete, in libri, interviste, testimonianze. Si tratta dei “nuovi peccati” associati ai “nuovi diritti”? No, né peccati né diritti. Ma una comunità umana radicalmente differente da quella che è sempre vissuta sulla faccia della terra.

Una modifica così drastica delle esperienze elementari fondanti di un essere umano, come quella di essere figlio, consapevole di essere generato da un padre e una madre perché ne ha fatto esperienza, non può che portare verso cambiamenti altrettanto profondi dell’umanità stessa.

Altro che valori morali! Non si tratta più neppure di contrapporre naturale e artificiale, tecnologico. Il problema che si pone adesso è: in queste nuove condizioni, cos’è, cosa sarà l’umano?

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