Il Club di Roma (coi maggiori scienziati) prevedeva 55 anni fa che «entro 40 anni le riserve di petrolio finiranno e noi saremo congelati». Fate voi

16 dicembre 2015 08:36 1 comment

Di Riccardo Ruggeri

15 dicembre 2015

italiaoggi.it

Il mio primo incontro con il «Clima» avvenne nel 1960. Ero giovane, innamorato di Lilli, lavoravo a Mirafiori, volevo sposarmi. Avido di tutto ciò che era scritto, lessi un documento scientifico sullo scenario del mondo dei successivi 40 anni (era tutta la mia vita, capite?). Lo avevano elaborato i più grandi scienziati del pianeta (mancava solo Einstein), riuniti nel Club di Roma, detto think-tank: ci misi anni a capire che era solo una bocciofila chic.

Cosa proclamava il nuovo vangelo illuminista? Questo: «Entro 40 anni le riserve di petrolio finiranno, l’umanità regredirà all’epoca delle caverne, per tre motivi: fine delle materie prime, insufficienza alimentare, stravolgimento del clima». E spiegavano questa certezza scientifica con report, diagrammi, tabelle (per raccontar bugie mancavano slide e storytelling). La certezza era che eravamo entrati in un periodo di raffreddamento globale. Perché? Ovvio, la forza del Sole si stava indebolendo per lo «schermo» che noi cittadini inquinatori creavamo con i nostri comportamenti sciagurati. L’esempio fatto dai super-scienziati era suggestivo: «pochi anni e Venezia non sarà più raggiungibile, se non con slitte e pattini» (sic!). In effetti, quell’anno a Torino la fontana di piazza Solferino ghiacciò. Malgrado la minaccia degli scienziati, noi, innamorati e sprezzanti del pericolo, ci sposammo lo stesso, per nostra fortuna nacquero Luca e Fabio. Non sapendo pattinare, andammo per l’ultima volta, a piedi, a Venezia (Lilli vi era nata). Fu per la festa del Redentore, speravamo di incontrarvi la marchesa Luisa Casati, immortalata da Man Ray, con a fianco i suoi due ghepardi.

Una ventina d’anni e il clima cambiò, i figli degli scienziati del Club di Roma, astuti, capirono che l’intuizione dei loro padri era stata geniale: campare (e molto bene), grazie a finanziamenti pubblici e privati, alta visibilità (e relativi sottoprodotti), disegnando scenari catastrofici, conseguenti al clima. Questa la business idea, avevano solo sbagliato analisi, il freddo come minaccia. Il «nero» non era uscito? I figli puntarono allora sul «rosso», cioè sul caldo, lo chiamarono «global warming». Funzionò fino al ’98 poi, come si diceva a Mirafiori, «si mise in pausa».

Intanto, i «figli» degli scienziati del ’60 erano campati a sbafo, e bene, ora toccava ai «nipoti», questi modificarono il modello di business. Sempre catastrofismo, in aggiunta un aspetto emotivo (trasferire un senso di colpa collettivo per il futuro dei bambini), uso di fotografie sconvolgenti, manipolazione dei dati quando non erano abbastanza catastrofici. E molte bugie, celebri quelle del professore inglese Phil Jones, del Nobel Pachauri, dell’imbarazzante Al Gore, tutte scoperte grazie ad hacker benedetti. Derisione e violenze verbali invece verso noi Ápoti, individui che avevamo il difetto di ricordare come nel medioevo i ghiacciai in Groenlandia (Terra Verde) non ci fossero.

Lo schema usato per squalificare noi Ápoti è quello dell’amico Piero Vietti del Foglio: se scienziato, chi non ci sta, viene messo ai margini dalla comunità scientifica internazionale, se grande scienziato è definito o «bollito» o «venduto», a noi plebe ci tocca invece la qualifica di «negazionista» (per un liberale come me, il peggiore degli insulti).Ma poiché costoro sono interessati solo al flusso dei quattrini per loro, convengo che la loro nuova business idea è geniale: catastrofismo puro, come prima, ma gli eventi li prevedono per una data più lontana, quando saremo tutti morti. Così, sollevati, tutti i leader dei 195 paesi, dopo un’ultima scorpacciata di ostriche (mese con “r”), hanno firmato.

Intanto, la tranche dei finanziamenti per lor signori fino al 2021 l’hanno messa in berta. E allora via ai sottoprodotti della minaccia clima, come lo spostamento da certi consumi ad altri per favorire certi business (quelli del Ttip gongolano).

Persino il mitico NYT (diventato vegano?) fa un curioso parallelo «per combattere il global warming meglio comprare verdura in Argentina che carne rossa e latte da una fattoria nel New Jersey». Ormai il politicamente corretto ha messo al bando persino le scorregge (pardon, flatulenze) delle vacche, secondo il colto quotidiano liberal ricchissime di gas serra. Però una buona notizia la dà: «cani e gatti non sono un problema, perché pur essendo carnivori sono nutriti con scarti di produzione». Non ci dice cosa succederà per loro quando saremo tutti vegani e non ci saranno più gli scarti animali. Finiamo con il mitico Barack Obama di due mesi fa: «I cambiamenti climatici sono una sfida più urgente della lotta al terrorismo». Al solito, aveva capito tutto.

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