Dacia Maraini e la legge criminogena

17 dicembre 2015 20:54 0 comments

Di Mario Adinolfi

16 dicembre 2015

facebook.com/LaCroceCommunity

La gaystapo colpisce ancora. Mentre è fresco di stampa l’appello delle femministe di “Se non ora quando” contro l’utero in affitto, il martellamento della lobby lgbt brutale e che usa come arma il principale quotidiano della buona borghesia italiana, il Corriere della Sera, riesce ad ottenere un altro scalpo. L’abiura arriva da Dacia Maraini, che aveva firmato quell’appello e ora per il Corsera verga la sua retromarcia con tanto di capo cosparso di cenere: “Vorrei chiedere scusa per avere accettato di firmare con troppa fretta e senza avere ascoltato tutte le voci e pensato alle conseguenze di una presa di posizione pubblica, l’appello di «Se non ora quando-Libere». Non per mancanza di stima: sono sempre stata vicina e partecipe alle scelte del movimento – ma perché non mi sento di dichiarare con tanta certezza che il problema non esiste e che tutto si possa risolvere con la imposizione di una legge restrittiva”.

Non c’è bisogno di imporre una legge restrittiva, per la verità, l’utero in affitto è esplicitamente vietato nell’ordinamento italiano. Quello che la Maraini sa e non dice, sa e non vuole dire, è che l’attuale legge in discussione sulle unioni civili omosessuali darebbe il via libera alla legittimazione della pratica dell’utero in affitto se compiuta all’estero. Lo sanno bene le femministe di “Se non ora quando”, che per questo hanno raccolto le firme contro quella pratica.

Ma poi ha cominciato ad agire la manganellatura e una dopo l’altra molte firmatarie si sono dileguate. Continuano a dire che la pratica dell’utero in affitto è un crimine, ma non hanno la forza di opporsi a una legge criminogena come il ddl Cirinnà, che serve a far sì che un senatore che ha svolto tale pratica comprando con valanghe di migliaia di dollari l’ovulo di una donna e l’utero di un’altra, fino a portarsi a casa il bambino acquistato strappandolo a chi lo ha partorito e negandogli il diritto ad avere una madre, possa facendo leva sull’articolo 5 di quella legge dichiarare all’anagrafe italiana che quel bimbo è figlio di due maschi e di nessuna mamma. Pratica ad oggi totalmente illegale nel nostro paese anche se compiuta all’estero. Ma è la “stepchild adoption”, bellezza. Cioè la fregatura anche linguistica, compiuta infatti in inglese, che è il cuore del ddl Cirinnà. Su cui il 12 gennaio si comincerà a discutere al Senato.

Per sostenere con una mobilitazione di massa il ddl Cirinnà il mondo lgbt ha anche organizzato una manifestazione di piazza sabato scorso a Roma, una “marcia per i diritti”. Si sono presentati in duecento e la marcia è diventata una marcetta. Si sono sforzati i giornalisti del Tg3 di fare inquadrature strettissime, ma poi persino le testate del mondo lgbt hanno dovuto ammettere il clamoroso flop. Il bello è che molti di costoro si sono dannati l’anima a misurare le superficie di piazza San Giovanni, a calcolare in maniera fasulla la densità di persone per metro quadro, pur di non ammettere che alla manifestazione di piazza San Giovanni del 20 giugno contro il ddl Cirinnà ha partecipato una marea umana. Poi alla marcetta di risposta “per i diritti” si presentano in duecento. Nessuno ha fatto i conti, stavolta.

Ecco però, la questione è emblematica e credo non possa non interrogare il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in giornate in cui il suo consenso e la sua credibilità vengono erosi dal caso banche e in cui si consuma una clamorosa frattura istituzionale sull’elezione dei giudici della Corte costituzionale. Renzi vuole rompere con il profondo sentire del popolo italiano, per coltivare solo i rapporti con alcune lobby, siano esse quelle dei banchieri o quelle dei colonnelli lgbt? Davvero messo davanti alla scelta, preferirà dare sponda politica a chi rappresenta la Sacra Famiglia con due San Giuseppe che si baciano, oltraggiando i simboli più cari al popolo italiano e dimostrando la finalità di fondo di Arcigay e compagnia, che è quella di irridere e devastare la famiglia?

La violenza della campagna dei sostenitori del ddl Cirinnà è piuttosto evidente in questi passaggi, dalla manganellatura con richiesta di abiura alle femministe dissenzienti all’oltraggio ai simboli familiari religiosi, con finalità blasfeme e allo stesso tempo identificative. Contro l’utero in affitto si scagliano tutti, a tutti è chiaro che è un crimine contro la dignità della donna far leva sulla sua condizione di bisogno per rendere la maternità un bene commerciabile, a tutti è evidente che trattare un bambino come un oggetto di compravendita e negargli per sempre il diritto ad avere una madre è un atto violento e vile contro il più debole degli esseri umani, il neonato. Eppure si vuole dare via libera a questa legge criminogena, si vuole offrire soddisfazione a questa piccola lobby prepotente e rumorosa, a costo di disarticolare il rapporto con il profondo sentire del popolo italiano. La domanda è: perché? Che logica ci può essere?

La risposta forse ce la offre il contorto ragionamento di Dacia Maraini che precede l’annuncio di ritiro della firma dall’appello delle femministe contro l’utero in affitto e di conseguenza contro la stepchild adoption contenuta nel ddl Cirinnà. Scrive Maraini: “La divisione dei punti di vista all’interno del mondo femminile più consapevole prova che la questione è scivolosa e non facilmente risolvibile. Fino a che punto la maternità è un evento etico oltre che naturale e quando le due cose possono essere separate per ragionamento? Dove comincia la costruzione di un figlio e quali sono i limiti che vogliamo imporci? Mettere a disposizione il proprio corpo per aiutare chi è sterile e desidera un bambino è solo un patto commerciale o può essere anche un modo di condividere le gioie della maternità? Perché troviamo accettabile la donazione del seme paterno e non la donazione di una gravidanza femminile? Non mi avventurerei nello scialo dei termini inglesi che trovo fuorvianti: la gente si confonde fra stepchild adoption, surrogacy, ecc. Forse non è un caso che la questione sia venuta fuori nel momento in cui si sta per approvare in Parlamento una legge che sancisce gli uguali diritti fra coppie eterosessuali e omosessuali. La questione diventa etica nel momento in cui si tocca la famiglia, o l’idea tradizionale della famiglia, che purtroppo è diventato, per statistica il luogo più pericoloso per le donne e i bambini. Ma c’è chi si oppone con tutte le forze a modificare la nozione abituale di famiglia, chi ha paura che introducendo nuovi modi di convivenza sanciti dalla legge, l’intero sistema di valori esploda e vada in pezzi, lasciando solo macerie sentimentali”.

Questa tirata della scrittrice dimostra tutta la fragilità dei ragionamenti che provano a giustificare la marcia indietro della Maraini stessi, si affacciano una raffica di punti interrogativi e con disonestà intellettuale si prova persino a raccontare quello che si sa essere un mero patto commerciale come un “condividere le gioie della maternità”? Ma condividere cosa? Uno compra, l’altro vende. Che cavolo di condivisione può esserci? Da una parte c’è un soggetto forte, la coppia ricca, dall’altra un soggetto debole, la donna che ha bisogno di quei denari. Proprio una donna di sinistra come la Maraini mi parla di condivisione partendo da questi presupposti? È una prepotenza del ricco sul bisognoso, tutto qui. E al centro c’è la devastazione dei diritti del debolissimo, il bambino, a cui è negato il diritto ad avere sua madre, che è violentemente strappato con conseguenze devastanti dal seno di chi l’ha partorito.

C’è poco da arzigogolare signora Maraini. Lei ha firmato quell’appello delle femministe perché lo sapeva giusto, poi ha inventato una raffica di confusi punti interrogativi per giustificare una marcia indietro vile e derivante da una forte pressione di persone e gruppi ben identificabili, che in questo momento tengono in scacco con un atteggiamento e un metodo di fatto violenti la sinistra italiana. Fino a quando potranno abusare della pazienza del popolo italiano?

La questione però da intellettuale si trasforma in politica. Se Renzi e il ministro Boschi insisteranno nel fornire una sorta di corsia preferenziale nel 2016 al ddl Cirinnà in Senato, bisognerà che quell’area spesso silente che sia chiama “mondo cattolico” faccia sentire la sua voce unita e unanime: mi aspetto che non ci sia solo La Croce o il comitato Difendiamo i nostri figli a gridare un no netto a questa legge criminogena.

Noi dopo il 20 giugno abbiamo vinto perché abbiamo convinto delle nostre ragioni persino la complessa e variopinta area del femminismo italiano, facendo talmente preoccupare la lobby lgbt da costringerla a intervenire con le manganellature individuali e le richieste d’abiura a mezzo stampa.

Ora tocca alla Conferenza episcopale italiana, al forum delle associazioni familiari, ai parlamentari che si dichiarano cattolici, essere uniti ed efficaci. Spiegando, con una linea unitaria, che se si insiste sulla via dell’approvazione del ddl Cirinnà la risposta politica non potrà che essere l’apertura di una crisi di governo operata dai cattolici per ragioni di principio, le più nobili su cui si possa costruire una battaglia politica in sintonia con il volere del popolo italiano.

Se questo non accadrà, se contro questa legge criminogena si farà la solita opposizione blanda e timorosa, se si sussurrerà o ci si limiterà a borbottare qualcosa di difficilmente comprensibile, alzeremo noi la voce e lo faremo in maniera forte e chiara. Sinceramente, stavolta vorremmo applaudire il coraggio altrui e poter semplicemente fare il nostro lavoro: raccontare una mobilitazione, aiutarla, sostenerla, senza doverla provocare.

Adesso tocca alla Chiesa dire parole chiare. Basta immaginare quel che avrebbe detto o fatto San Giovanni Paolo II in questo frangente storico e agire in continuità. Come ci disse lui, non bisogna avere paura e bisogna alzarsi in piedi, a difesa della famiglia e della vita. Tutto qui, altrimenti vince la lobby contro la vita e contro la famiglia e il massimo a cui potremo aspirare saranno i contorcimenti e le abiure indotte di donne e uomini senza coraggio, senza verità, senza amore per i più deboli.

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