Il “Sì” di Dio nei “no” dell’uomo d’oggi

21 dicembre 2015 16:33 30 comments

Conferenza Pietragalla (PZ) – 20 dicembre 2015

Relazione di Ylenia Fiorenza

PRESIDENTE DEL CENTRO CULTURALE INTERNAZIONALE “JOSEPH RATZINGER”

“Ho cresciuto dei figli, ma essi si sono ribellati contro di me”. (Is 1,2)

La vita di ciascuno procede da un ideale. Da una lanterna che si accende in piena notte. Se non fosse così, non saremmo qui stasera. Una volta gli uomini, radunati attorno alla sete di conoscenza si sforzavano di plasmarsi un loro dio. Se lo inventavano mescolando le loro stesse percezioni interne a quelle esterne, fino a farne più che altro una compagnia vestita di umori instabili, di impeti e furori emotivi, troppo vicina al quotidiano delle agorà, delle piazze dell’ordinario. Lì dove tutto aveva inizio e tutto aveva fine e ci si radunava per ragionare attorno all’esistenza, al principio che l’ha partorita, mettendo in circolo apprensioni e suggestioni umane, troppo umane di fronte ad un Dio ancora nascosto.

La questione che percorre da una parte all’altra i tempi, la storia è ancora la medesima: “l’uomo si è prodotto da se stesso o dipende da Dio?”. (cfr Caritas in Veritate, n. 74).

La formula che attualmente è in vigore è la seguente: l’uomo crede di prodursi da se e di fabbricarsi nientemeno che un dio secondo i propri gusti e le proprie immediate necessità.

Oggi la tendenza del sistema delle ideologie è orientata più che altro a rimuovere persino l’idea di Dio dal mondo. Tutto è risotto ad una rivendicazione dei diritti nel nome della dea “autonomia”. Oggi l’affanno è di smarrire il senso di Dio nella domanda dell’uomo.

Per questo il “sì” di Dio è in cerca di dimora. Il “sì” di Dio va cercando che il mondo lo accolga. Il “sì” di Dio cammina ancora per le nostre strade, pellegrino sulla via, che bussa per entrare. La Misericordia è questo “sì” da parte di Dio pronunciato instancabilmente al cuore impietrito dell’uomo.

Ma il “sì” di Dio non ha ancora dove appoggiare il capo (cfr Mt. 8,20): non habet ubi caput reclinet! Il mistero, la profondità di questo verbo in latino ci rappresenta la scena in maniera ineffabile: reclinet! È questo il senso stasera da approfondire, cui farci dentro e più dentro con la sensibilità della nostra comprensione.

Reclinet è il congiuntivo presente del verbo reclinare. E questo sta a significare che non c’è dove Cristo, il “sì” eterno di Dio all’uomo, possa deporre, appoggiare, adagiare, chinare il Suo volto, il Suo capo. Questo ci fa capire che Dio è in cerca di un luogo di calore che appartiene a noi, che è in noi. Lì dove Egli attende di abitare, di scendere, di abbandonarsi in quelle lacrime umane, sempre calde, proprio perché in esse piange Dio stesso.

Troverà riposo non sul cuore nostro. Ma quel capo si reclinerà, si piegherà amorevolmente sulla Croce. Nel reclinet c’è tutta la storia di Gesù. In esso è l’atto supremo dell’abbassamento di Cristo Liberatore. Dal gelo del legno alle braccia del Padre. Ma prima di questo c’è il reclinare di Dio stesso. Il Bimbo, il Figlio di Dio che si reclina nel calore dell’utero, sul seno della Vergine Maria, in un abbraccio che sincronizza le esistenze passate, presenti e future. L’eterno ha compimento in quel reclinet.

Il Te Deum canta, infatti, solennemente a Dio: “non horruisti Virginis uterum!”.

Dio che non trovò buio, oscuro, immeritevole l’utero della creatura, il suo intimo, la sua essenza, il suo centro. Mai si pronunciò una preghiera più dolce nei confronti di Dio. L’utero è il passaggio segreto scelto da Dio per attraversare il cielo ed entrare nella terra, dall’eternità nel tempo. Ecco perché il nostro è il Dio della carne, il Dio Persona che fa della nostra carne la Sua stessa carne. Passando per l’utero della donna è come se Dio riscattasse così tutte le nascite, passate, presenti, future del genere umano. Tutta l’umanità è ritrovata e per questo ricondotta a purezza e a verità splendente. Qui, considerando questa predilezione da parte di Dio, la vita ci sembra una conquista del senso più grande.

Il nostro è il Dio che passa, non nel senso che lo vediamo andare via da noi, sfuggente. È il Dio che passa per venirci incontro, per rivelarsi e attende che noi liberamente Gli chiediamo di restare, di non restare fuori dal nostro centro.

Ricordiamo allora vivida la confessione in lacrime di Gesù di fronte alle anime smarrite: bisogna che Io le raggiunga e le riconduca al sicuro (cfr Gv 10,16).

Quel che ci chiede il Signore è passare da un’ansia di libertà ad una scelta di liberazione.

Ma noi sempre più scegliamo di essere mescolati con compagnie inaffidabili e profane, lontane, ostili e nemiche, di perdizione.

Perché accade questo?

Le analisi possono essere molte e diversificate. Ma cerco di risalire ad una risposta piuttosto che tragica, spero rassicurante. È vero: siamo tutti spossati dagli innumerevoli opinionismi che svolazzano di qua e di là, anche per le nostre conferenze. Ma lo sguardo si sofferma a considerare con speranza che ciò che appare come naufragio, in verità, può scaturire ancora come un approdo. Faccio un esempio: la donna partoriente. Non c’è nascita senza travaglio. L’esultanza ed il dolore sono un unico grido.

Così chi coscientemente oscilla il cammino umano tra conversione e trasgressione.

Il nostro credo è quello della Presenza, della Profezia. La nostra confessione di fede è quella del Riconoscimento, della Beatitudine. La nostra religione è quella del Profondo come massima Elevazione, per mano della Croce! Il nostro non è l’ultimo Dio, ma il Dio ultimo! Non il Dio esigente. Ma il Dio indigente poiché infinita sorgente!

Farsi carico del “sì” di Dio in mezzo ai “no” dell’uomo d’oggi. Questo significa credere in Lui! Volgere lo sguardo sulle pietre vive del Calvario, quel sentiero da dove il mondo passa continuamente e cade e sanguina e si rialza davanti al Risorto.

Lasciato orfano da se stesso questo mondo poi si rammenta cireneicamente lungo le distorte vie della disobbedienza, che tradotta nella realtà diviene disordine, squilibrio, giro a vuoto.

Il mondo si è sganciato da Dio come una scialuppa dalla nave sicura.

È solo. Ha scelto di essere solo nella battaglia contro l’imprevedibile e le minacce dell’ignoto. Al governo dell’uomo sfugge continuamente il comando del timone. La scialuppa della sua vita, una volta separata dal naviglio della Verità, non naviga più le onde del mare aperto, ma il flutto spento della stagnazione. Nell’acqua morta del pantano non c’è indizio né movimento necessario per sentire il fluire della Promessa. Tutto è ridotto ad una corsa funzionale di come smaltire i rifiuti, spargendoli per lo spazio e fare del mondo una grande pattumiera di sogni abortiti.

Se facciamo caso, tutte le negazioni hanno del paludoso che isterilisce.

Ma qual è la causa?

“L’uomo fin dagli inizi della storia abusò della libertà sua, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio e si trova in se stesso diviso” (GS, 13).

“Dio svela l’uomo all’uomo; la ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale risplende la Ragione creatrice, indica la grandezza dell’uomo, ma anche la sua miseria quando egli disconosce il richiamo della verità morale” (cfr CiV, 75).

L’adultismo sfrenato, prematuro di una società di uomini e donne affetti di indipendentismo cardiaco che vanno rincorrendo una palingenesi, una rinascita senza il coinvolgimento di Colui che dà respiro, battito alle cose tutte.

La storia ha conosciuto molte lacrime per il suo raccolto danneggiato dalla violenza, dal dispotismo, dalle tirannidi. Ma il volto più triste e che ci rende più tristi lo sta esibendo il nuovo ateismo: l’Indifferenza.
Non c’è niente di più doloroso quanto gli occhi dell’indifferente, di chi non geme di compassione, di non nutre cura, compassione passando per le macerie della moltitudine affamata. L’impassibilità degli occhi che non guardano ci fa venire in mente quanto accusava il profeta Isaia (5,20): Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro. L’indifferente, infatti, non riconosce il bisogno altrui come tale perché la sua idea di bisogno è già contorta dalla sua chiusura, dall’assenza di attenzione, di sensibilità. L’indifferenza fa del cuore uno stagno morto. L’indifferenza conosce un solo modo di “onorare” la presenza dell’altro: ignorandolo, facendolo sentire oltre che consideralo, un niente.

La domanda che ci salva è questa: c’è in noi ancora qualcosa di Dio?

Qualcosa che ci fa restare vivi mentre moriamo, che ci fa respirare in mezzo a tanto soffocamento di cuore? Qualcosa che ci fa ricordare che Dio non verrà mai meno al Suo essere il nostro Dio, Creatore-Padre?

Qualcosa che ci porta ancora a metterci in ginocchio per invocare il Suo aiuto? Qualcosa che riesce a fiorire tra le spine dei nostri peccati? Qualcosa che ci fa ascoltare la Sua ninnananna mentre il Suo “sì” ci accoglieva alla Luce dicendoci: “È bello, è cosa buona e necessaria che tu esisti!”.

Non sono i nostri “no” che fanno soffrire chi ci ama. È piuttosto la nostra incapacità di accogliere il Suo “sì”. Di credere che c’è un “sì” d’amore che ci precede e che diventa continuamente una chiamata, un “sii” la creatura che Dio ha amato da sempre e per sempre vuole stretta a Sé.

Dio non vuole fare a meno di noi. Perché non ci ha creati invano, per puro divertimento o riempimento. Ci ha creati per il Suo Amore, affinché il Suo amore potesse amare e generare amore, infinitamente amabile.

Lasciamoci misurare da Dio per riuscire ad elevare ogni atto d’amore all’intelligenza delle azione, delle opere.

Che fine fa quella goccia d’acqua di fronte al vento del Sud? Il vento la fa sua. Così il cuore che si espone alla luce di Dio.

Ma chi è questa Luce che venne a mettere fine alle tenebre?

“La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste solo in virtù della negazione. È il “no”. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza. La luce di Dio vince buio e caos per donare vita.

Luce significa soprattutto conoscenza, significa verità in contrasto col buio della menzogna e dell’ignoranza”. (Ratzinger)

L’amarci in Misericordia, cioè in fedeltà eterna, è l’unica condizione di Dio.

Facemmo vela. Veleggiammo verso questa Verità che ci ridona battito in un cuore in frantumi per la troppa disobbedienza e cecità.

Facendo nostro il monito del Papa: “Non si possono, infatti, costruire ponti tra gli uomini, dimenticando Dio. Ma vale anche il contrario: non si possono vivere legami veri con Dio, ignorando gli altri”.
Impariamo che il mondo costruito senza Dio diverrà il mondo contro l’uomo.

Niente ha più valore per la nostra dignità di creature che voler costruire la storia insieme con il nostro Creatore.

È Cristo il “sì” di Dio su cui reclinare, far riposare le nostre vite, segnate e lacerate da tragici “no” a Dio. I nostri “no” non possono mai fare del Suo “sì” un “no” come il nostro. I nostri “no” non lo diminuiranno, non lo spegneranno, non lo vinceranno. Il sì” di Dio è immutabile.

Il mondo ha perso la sua bellezza quando la malizia del nemico si insinuò nello sguardo del cuore amato e da allora la reliquia della Verità è custodita da chi non smette di credere nell’Amore, malgrado il male a volte sembra vincere su ciò che non può conoscere fine.

Sia questo il nostro exultet incessante, di anime che vogliono Dio!

PONE ME IUXTA TE: Tienimi, o Dio, mentre sono in questo mondo, ben unito a Te. E non mi smarrirò. E non dimenticherò che Tu in me hai preparato la salvezza che viene dal Tuo “sì” perché sei morto e risorto per non essere ridotto a niente. A tutta la poesia dell’ascotarTi segua la prosa del mio quotidiano venire dietro al Tuo comando d’Amore.

Grazie e buon Natale!

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