“Riprendiamoci Dio!”

4 febbraio 2016 11:49 66 comments

di Ylenia Fiorenza

PRESIDENTE CENTRO CULTURALE INTERNAZIONALE “JOSEPH RATZINGER”

GIUBILEO DELLA VITA CONSACRATA

Santuario Santa Maria della Libera in Cercemaggiore (CB)

1 febbraio 2016

Chi contemplare

La “cosa nuova” con cui Dio ha a che fare è la Bellezza. In un tempo caratterizzato dal disincanto, dallo svilimento, dall’assenza di puntare alto, dal lasciarsi fin troppo sopraffare dal non-senso, fino a diventare “naufraghi dello spirito”, la contemplazione resta l’atto antico più liberante, che non permette alle nostre anime di invecchiare, di incupirsi, di paludarsi, di desertificarsi.

Il testo “Contemplate”, che ci ha presentato la Congregazione per gli Istituiti di Vita Consacrata e la Società di Vita Apostolica, alla fine di questo Anno dedicato ai Consacrati, innamora al primo sguardo, perché, per tutto il suo racconto, mantiene accesa la perpetua voglia di Dio, narrandone i benefici, la sublimità. E lo fa mediante l’ingresso nelle tre stanze della sequela trasfigurante: il Cercare, il Dimorare, il Formare.
Abbiamo visto nella prima lettera “Rallegratevi” il bisogno di riscoprire che la gioia è identitaria per la persona consacrata, come l’elemento fondamentale per far bene tutte le cose e per far “star bene” chiunque vede in noi i segni del Vangelo incarnato. Nella seconda lettera “Scrutare”, il modo vitale per stare nella storia è dato dalle tre dimensioni di fede autentica: la vigilanza, lo sguardo sugli orizzonti della vita e la capacità di interpretare profeticamente le sfumature del nostro tempo, sentendo che il cammino verso il cielo è la via per tornare all’origine.

Già la copertina, con la scelta del dipinto di Joseph von Fuhrich, contiene di per sé un messaggio particolare. Certo, sarebbe stato bello poter dare uno sguardo al dipinto per intero. Ma la ritengo comunque una scelta inaspettata e veramente straordinaria, azzeccata. Perché, in fondo, il bacio, che Giacobbe rivolge così teneramente alla timida e graziosa Rachele, trasmette, da subito, il modo di intendere un cammino di promessa, di attesa, di partenza verso un amore grande, nelle incalcolabili possibilità che Dio offre perché torniamo a Lui, attraverso il pellegrinaggio terreno, che non può fare a meno di questo sguardo pervaso di meraviglia su quanti rischiano nell’amore l’iniziativa di Dio stesso.

Il testo è composto in maniera raffinata in tre corposi capitoli, suddivisi in 74 paragrafi, costruiti sapientemente attorno a quanto continua a verificarsi nel giardino del Cantico dei Cantici, dove ogni consacrato accede per scoprire quanto Dio è mistero e amante tremendo, che tende il laccio della conquista verso quelle anime che Lui sceglie tutte per Sé, che chiama al Suo cospetto con appello ardente, esigente, espropriante. Il Cantico è il sacro talamo dell’anima consacrata! I consacrati sono, infatti, coloro che Dio ha voluto attirare un po’ più degli altri all’abisso d’amore che è in Lui. E schiudere loro così tutta la Sua sapienza. Ogni chiamata porta il segno della divina fecondità. Ma la consacrazione ha più vertigini e per questo è più esposta alla Sua eccedenza. Credo fortemente che Dio chiama alla consacrazione solo quelli che possono vivere il martirio della Sua sete e il privilegio della Sua magnificenza.

La consacrazione consiste nel riposarsi sulla Sua instancabilità, nell’assumere il compito arduo, definitivo, di non permettere, a costo della vita, che il Suo amore nel mondo non sia mai spento, nel restituire Dio all’uomo che lo ha rifiutato, ignorato, odiato. La persona consacrata più di tutte soffre questo tempo di separazione da Lui. Ma è questo il movente per cui dedica tutta la sua vita a cercarLo.
I capitoli del nostro libro “Contemplate” sono inseriti tra un prologo e un epilogo che fanno venire fuori con luce potente, in un’evidenza itinerante, la figura, la carne viva di Cristo, il più bello fra i figli dell’uomo: l’Uomo per gli altri, che vive perché tutti vivano di vita eterna. Colui che è creato in ogni cosa e senza il Quale nessuna cosa regna e sussiste.

La bellezza suscita desiderio, domande, ma in particolare va fiammando l’anima di ricordo, affinché l’atto del contemplare sia anzitutto un memorare, intimo, totale, davanti al volto di Dio in Cristo.
Ricordare è come riportare alla vita le cose perdute e dimenticate, quelle che vanno spegnendosi, scolorendosi, vagando in noi, spesso, senza approdo.

Il ricordare invece riporta al bisogno di sostare, di tornare lì, dove si è palpitato di emozioni, di verità, di esistenza; lì, dove il passato sta scritto tra le righe della fine dei tempi, dove ogni radice fa fiorire i suoi frutti. Su quella linea di confine, dove gli occhi del cuore sono abilitati a vedere più chiaramente. E’ lì che ricordare ci guarisce dal dimenticare!

Il testo non è improntato soltanto sulla verticalità della bellezza, ma soprattutto sull’orizzontalità, dove la creatura incontrante si espone finalmente all’avventura stupenda dell’incontrabile Dio. La bellezza, in fondo, è la dimensione dell’incontrabilità, dove chi contempla si scopre contemplato. E questo toglie il fiato, seduce, ci fa dire “sì” perché ricordiamo di chi siamo!

Si contempla per fede, non per visione

Nella contemplazione l’anima prova un duplice sentimento: lo struggimento da una parte, perché si contempla Colui che non si vede e dall’altra parte c’è il godimento della lode. La lampada splendente che non manca mai di olio, ma che ravviva la fiamma del ‘sì’, in attesa di quel chinarsi da parte di Dio per baciare l’anima che contempla il Suo amore per fede e non per visione, che invoca i baci della Sua bocca per diletto e non per immaginazione.

La contemplazione è quel tempo santo, di grazia che l’anima consacrata a Dio si riserva, mentre cammina in questa vita terrena.

Nel prologo di questa terza lettera “Contemplate” viene usata un’espressione che per noi, oggi, qui, ci fa porta aperta sul vincolo di quotidianità con il Signore.

La sequela richiede che “interroghiamo la dimensione contemplativa dei nostri giorni”. Dobbiamo, in poche parole, guardare al nostro vivere e lì chiederci se ci lasciamo traghettare, tutti i nostri giorni, in questo immenso mare della contemplazione, che si rivela a noi come “mistero che ci sostanzia, ci appassiona, ci trasfigura”. Sostanzia perché nutre. Appassiona perché motiva. Trasfigura perché impreziosisce. In che cosa? Verso che cosa? Nella certezza che siamo e scegliamo di essere “depositari di un bene che umanizza”, perché “ci dissetiamo alla fonte della contemplazione e da essa riceviamo ristoro e vigore” .
Contemplare Dio significa non stancarsi di cercarLo, di rincorrerLo, di fremere d’amore per Lui, che ci corre incontro. Dal nostro modo di contemplarLo viene allo scoperto l’ardore con cui Lo desideriamo, Lo ascoltiamo, Lo portiamo agli altri. La contemplazione reca all’anima quelle sfumature di intimità che abbracciano in silenzio ogni affanno, ogni timore, ogni lacrima, i nostri stessi voti di totale donazione a Lui, il Dio che non si risparmia.

Sulle carte sparse della vita soffia il Cantico dei Cantici

Come si può godere di ciò che non si possiede? Guardiamo al fiorire degli alberi, all’ondeggiare delle spighe nella brezza di giugno, alla luna piena, mentre il sole tramonta penetrandola e lei sovrana si eleva, fin nel centro del cielo, quasi ad assorbirne tutte le stelle. Non siamo noi, è vero, quei germogli, quelle spighe, quella luna. Eppure godiamo della loro bellezza, proprio perché ci sentiamo parte di un tutto che ci meraviglia, ci rapisce e ci allieta. Noi non viviamo solo nel mondo. Noi viviamo nel cuore di Dio e tutto ciò che Egli ha creato ci appartiene proprio perché a noi lo ha dedicato, per noi lo ha composto e a noi affidato. I nostri occhi vanno usati per vedere e per ammirare. Le mani per lavorare e per accarezzare. Il cuore per donare e per ricevere.

Nella lettera “Contemplate”, al numero 2, l’Amato è definito come il “ricercato”. Caratteristica dell’Amato è, infatti, il latitare, il suo farsi bramare dall’amata. Non lascia mai oziare o fare della sua presenza qualcosa di scontato. Ciò che sconvolge è che l’Amato sa essere presente perfino con la sua assenza, bruciante, lacerante per l’amata che languisce fino ad ammalarsi di amore. L’amata ha contratto la febbre dell’inquietudine. Quella che solo Dio possiede, perché “Lui è in cerca di noi ed è inquieto finché non ci abbia trovato” (J.Ratzinger). E Dio, quando si avvicina alle nostre vite, è di amore inquieto che ci assale, che ci infetta e ci contagia. Attrae, fino a strapparci l’anima. Ogni storia fatta di amore, di desiderio, di ricerca si fa “esodo”, tormento rovente, che spinge chi ama ad attraversare le strade e percorrere le piazze ,che rappresentano i momenti dove il rischio prende il sopravvento e sfidare gli spazi del pericolo e del passaggio dell’Amato sembra diventare l’unica norma per giungere alla meta e ritrovarLo. Al numero 11 questo diviene un imperativo: “L’inquietudine è all’origine del partire”. E’ lo start di chi sa chi raggiungere alla fine del cammino!

“Tendere all’approdo” equivale perciò a stringere l’Amato al proprio cuore, a gustare l’abisso della comunione, dell’appartenenza a Lui. Il Cantico ci dice chiaramente che la “dinamica sponsale” è il fulcro di tutto l’amore, della relazione amorosa che ci immette in un vero e proprio “processo di divinizzazione”, ma con tutto il carico della nostra umanità. All’Amata conviene schiudere il grembo a questo miracolo. Mentre all’Amato è richiesto di esserne il bacio. Questo inseguirsi è un duello non per dominare, ma per essere vinti dall’amore. Chi più ama, più ne è vinto! Essere vinti dall’amore è esaltarlo. Gli amanti “guariscono dalla solitudine, dal ripiegamento e dall’egoismo”, perché si concentrano a subire più che possono il flagello del donarsi, del divenire “uno”, in un per-sempre che trasuda di ardore inarrestabile.
Io sono per il mio Amato ed il mio Amato è per me (Ct2,16). Nessuno esiste per se stesso. Per essere, occorre esistere per qualcuno! E qui il numero 2 ci raggiunge con un colpo al cuore, quando ci dice che: “la vita non procede per imposizione di comandi o costrizioni, né per regole, ma in forza di un’estasi, di un incanto, di un rapimento”. Occorre che per un minuto sospiriamo tutti insieme questa frase, ripetendola, sentendola imprimersi a fuoco sul cuore, facendo memoria che la chiamata ad appartenere al Signore è un “esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (Deus Caritas est, n.6).

Solo se avanziamo per estasi incideremo e soprattutto tale procedere appassionante si trasformerà “in passione che intercede nella storia”. La vita consacrata non può poggiare su regole che non siano un cammino appassionante, pasquale, instancabilmente agapico, di confisca nei confronti dell’io.

Contemplate, ossia godete!

L’Anno della Vita consacrata ha concluso il suo lungo celebrarsi gridando a festa al mondo che “Credere a Dio è cedere alla Sua bellezza”! ContemplarLo è incarnarLo in bellezza. Il testo ora mette in guardia da un nemico che spesso sottovalutiamo: l’attivismo. Dio vuole contemplativi, non faccendieri del Suo Regno. La contemplazione non è mai qualcosa di superficiale, come lo è la scelta di un canto invece di un altro. Contemplare significa coinvolgersi anima e corpo. Farsi brivido sulla schiena di Dio. Inebriarlo cioè di affettuose parole, di dolci lacrime, perché noi contempliamo un Dio Persona, non un’idea. Al numero 3 sta scritto che: “Sia un attivismo, sia alcuni modi di vivere la contemplazione, possono rappresentare quasi una fuga da se stessi o dal reale, un vagabondaggio nevrotico, che genera vite di corsa e di scarto”. E’ questa un’analisi audace, nata certamente da una constatazione realissima. Chi contempla, non solo si concentra ad ascoltare meglio il mistero che si compie nella Parola, ma profetizza la bellezza di questo ascolto e si sforza a farla vedere, a farla percepire come qualcosa di possibile che sta in principio. Chi contempla non corre invano o in pazzi giri attorno a se stesso. Vola alto, nella fecondità di una vita che non resta appesa alle bandiere del mondo, ma spicca sulle vele dello Spirito Santo e penetra con occhi d’aquila che resistono al sole.

Ogni consacrata ed ogni consacrato ha avuto certamente modo, lungo questi mesi, di chiedersi a che punto è giunta la fiamma del suo “sì” a Dio. E’ aumentata nel suo splendore, nel suo ardore, nel suo fare luce? O è invece diminuita? Non sono domande, queste mie, che pretendono risposte. Ognuno penso che sia risposta a se stesso. Ma esse nascono dal bisogno di affermare che il problema non è tanto se questa fiamma, che è l’innamoramento dell’anima gettatasi in Dio, sia cresciuta o ristretta. Il nodo critico è più che altro se scopriamo che questa fiamma, piuttosto che ingrandirsi o restringersi, sia rimasta inalterata, al punto di partenza, là dove è iniziata. Invariata. Indisturbata. Chiusa ermeticamente, lasciata come sottovuoto. Non c’è peggiore dramma di questo. Ritengo che l’assenza di movimento, sia esso verso il basso o verso l’alto, rappresenti per la vita di un consacrato o di una consacrata una coperta tarmata sulle spalle nude della propria scelta.

Essa non protegge dal freddo come dovrebbe. Illude di farlo. Le tarme consumano lentamente. Solitamente assalgono i tessuti, quando essi si trovano chiusi tranquillamente negli armadi. E noi non ci accorgiamo di niente. Danneggiano i capi del vestiario, ovviamente, quando ottengono zone umide, sporche, ma nascoste, perché non tollerano la luce solare. Appartengono alla famiglia dei lepidotteri, ma come insetti differiscono dalle farfalle, anche se simili. Le tarme sono monocolori. Mentre le farfalle hanno le ali con sfumature splendenti che permette loro di mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Hanno ali più grandi. Volano all’aperto. Tignole e farfalle, entrambe, però, si sviluppano per metamorfosi. Pensate che esistono circa 165.000 specie di farfalle. Un po’ quante sono le congregazioni religiose! Ora voglio però creare attorno a questo un simbolismo che ci possa far capire meglio il senso della vita consacrata.

Le tarme si nascondono nella lana per logorarla. Questo elemento racconta la differenza che c’è tra lo stare e il dimorare.

La lana rappresenta, se vogliamo, una vita accomodante, ormai pianificata in tutti gli aspetti. Un convento che sopravvive coi i suoi riti, le sue abitudini, i suoi orari, le sue stagioni. Tutte cose belle, certamente, e pure perfezionanti a livello di costume o di morale, ma che mancano, talvolta, di inquietudine, ossia di quel richiamo costante ad abbandonare la remissività, quella forma di arrendevolezza, che può scaturire da un non confessato passivismo, che fa comodo, sì, che garantisce un tetto, un pasto caldo, un compito, un ruolo, una certezza, un alzarsi e un coricarsi placidamente. Ma che piano piano disattiva il codice vitale: la passione. Le ripetitività e la monotonia offrono un tranquillo assetto nell’agiatezza, In fondo, questo è lo “stare”, sì fondato, ma di certo non appassionato, che, spesso non ha più tempo per abbandonarsi a brividi nuovi, di corteggiamento vivificato con Dio. Quasi a dire che le “cose di Dio” sono più importanti di Dio stesso. Lo ‘stare’ è avere ormai tutto programmato rigorosamente. Quasi che a Dio debba bastare da noi la puntualità e non mai spendersi per un appuntamento da brivido, al buio con Lui, inteso come un incontrarsi non programmato, non da agenda o da scadenza. Lo ‘stare’ è un meccanicismo che non ha niente a che vedere con il fluttuare impetuoso della vocazione religiosa. Come, invece, lo è il “dimorare” che è l’arte di chi diventa esso stesso luogo santo, ovunque si muove, si sposta, respira. Dimorare significa, infatti, non ripetersi, sbalordire e non ristagnare, non fermarsi cioè soltanto a ciò che è regolamentarizzato da ritmi antropici. Dimorare è qualcosa di divino, di evangelico, cioè di sempre nuovo. La contemplazione ripudia una vita mediocre, ripetitiva e annoiata o peggio annoiante (cfr n.7).

Il Vangelo non porta tracce di comfort! Parla piuttosto di vite scheggiate dalla precarietà, dai morsi del disagio, parla insomma del “lasciare tutto”: dalle bisacce piene, ai morbidi sandali. Questo ci permette di fare i conti con questa prima verità: Dio prediligerà sempre stare per la via rincorrendo mascalzoni che vite perfette, che camminano ad orologio e sottobraccio al calendario, che fanno tutto sistematicamente, con l’affanno della superbia peggiore. Cioè quella di credere che Dio è contento se mi inginocchio alle solite ore, se ripeto a memoria preghiere e inni, se insomma ho ridotto il mio ‘sì’ a Lui ad un ordinato e strutturato “fare” con precisione ogni cosa. Ma è questa la fedeltà che Lui mi chiede?

Se è vero che la Consacrazione non è mai qualcosa che si può improvvisare ma è ascolto che vede, io come consacrato/a devo pormi questa domanda: sono farfalla o tarma?

Al numero 55 del testo questo concetto appare come un imperativo: “Le persone consacrate sono chiamate ad esercitarsi nel ‘pensiero aperto’”. Ad essere farfalle dalla libertà interiore che s’intrecciano strettamente, non tiepidamente, alla bellezza divina e ne risplendono con slancio ininterrotto sulle pagine del creato e del quotidiano, dove la consacrazione si misura tangibilmente col suo eroismo apostolico.
Veramente la mia vita con Lui si può basare su un metodo? E’ così che vuole essere veramente amato il Dio inquieto perché un Dio Amante?

Servire è una danza estrema in mezzo ai contrasti, alle tempeste dell’esistenza, struggente, che perde il fiato pur di celebrare ciò che ascolta, ciò che vede, ciò che desidera, ciò che la consuma nel sentire più profondo. Non è un confezionare la propria vita con ghirlande e cuoricini. Non è un imballarsi nel perfezionismo, cioè fra quattro mura, come se il Vangelo sia un risparmiarsi ad ogni costo alle cadute, alle tentazioni, agli affetti, alle follie amorose! I legami sono più delle rivoluzioni! E il Vangelo rivela quanto Dio in Cristo si è voluto legare a noi. La parola missione, in fondo, contiene questo duplice dinamismo. E’ composta da due forze: dall’emissione, e dall’immissione, cioè dall’uscire e dall’entrare. Emissione nel senso che fluisco, non resto chiusa e bloccata, ma emetto, spargo e diffondo me stessa, fino a sprecarmi sui piedi di Gesù e del prossimo, come quell’olio versato in mezzo a tante lacrime di conversione. E mi apro proprio a chi in me s’immette, s’incunea, a chi introduco nel mio cuore, a chi in me trova spazio, dimora d’amore. M’immetto, o Dio, come Tu ti sei emesso! Beato allora chi contempla, perché gode Dio.

La bellezza che eleva all’Ultimità

Insorgono sempre minacciosi i flutti contro la barca della nostra fede, quando in noi va raffreddandosi l’amore per la bellezza; quando altre attenzioni conserviamo tacite e nascoste accanto alla fiammella che non alimentiamo più con esclusività e diletto. Quando spiamo altri fuocherelli, perché il nostro non ci basta più. E’ allora che giungono alle pendici del cuore contraffazioni, mistificazioni, tiepidezze. Padroneggia la paura, l’ignavia, assurde convinzioni. Quando non si vive da casti, bensì da castigati! Quando non si vive da poveri, ma da miseri! Quando non si vive da obbedienti, ma da schiavi! Poiché ritengo che la vera bellezza possiede. E l’unico modo che essa concede noi per essere posseduta è l’essere contemplata.

L’espressione che ricorre nel testo è proprio “Guardarsi fissamente”. E’ la chiave per amarsi con rinnovata passione, senza mai distogliere lo sguardo da chi si ama. “Fissamente” è l’avverbio che descrive l’intensità, la modalità, il fine della mutua mendicanza d’amore tra l’amato e l’amata.

E l’altra cosa che ci tengo a sottolineare è la nota esplicita e sollecita che troviamo al numero 7: “la persona contemplativa è innanzitutto una persona di una fede incarnata!”, che porta cioè vivida in sé e fuori di sé la nostalgia di Dio e il fascino della bellezza divina. Invochiamo questa santa ultimità al Dio degli ultimi!

Poiché saper dare ragioni è saper dare bellezza! Corrisponderle, partecipandola in senso apologetico: come dimostrazione di difesa e di custodia di quello stupore proferito da Dio stesso quando ci ha creati: “E’ bello che tu sia qui ed esisti ai miei occhi!”. Questa scienza assunta lungo la sequela ha un nome: “ultimità”. Non è semplicemente l’essere ultimi o il non cercare i posti avanti. E’ più che altro un’attenzione alle cose ultime, creando con esse un legame celebrativo, cioè appassionato! L’ultimità è una tensione perenne alle cose ultime che determina tutto il resto. E in particolare va a minare quello strato nascosto, dove il duello tra pretesa e realizzazione disloca l’anima continuamente dal centro dell’ultimità, fino a rendere l’anima stessa fin troppo suscettibile, emotivamente vulnerabile e per questo distratta. Come risulta valido allora per i consacrati questo antico monito: “Il tempo sia la tua nave e non già la tua dimora!”.

La notte è desiderio

La cifra del Cantico è la passionalità, ossia il coinvolgimento pieno dei sensi. Perché il Cantico è un inno alla donazione totale per amore all’altro. Occorre sempre tenere a mente quello che segnalava Giovanni Paolo II a chiunque intraprendeva il sentiero estremo dell’amore: “La donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale, nella quale tutta la persona, anche nella sua dimensione temporale, è presente: se la persona si riservasse qualcosa o anche solo la possibilità di decidere altrimenti per il futuro,già per questo essa non si donerebbe totalmente”. Da qui, il passo fondamentale da compiere è su una sorta di chiarimento-superamento della famosa espressione paolina: “La carne ha desideri contrari allo spirito” (Gal 5,17). Che significa contrari? Che l’anima prega e crede per conto suo, mentre la carne resta come ripiegata sulle sue “decantate” inclinazioni? Certamente no! Partendo dal fatto che al Signore è volta tutta la nostra persona, tutto il nostro esistente, che risponde alla sua chiamata e non una parte, ritengo urgente mettere il giusto accento su questa umanissima confessio di san Paolo. Se è vero che l’anima vive in un modo completamente opposto e in dissidio a quanto invece vive il corpo, ciò denota che all’interno della persona chiamata c’è ancora un serio problema di dissociazione, di dualismo pericoloso. Siamo certi che le tentazioni coinvolgano soltanto la carne? E che la castità riguardi solo il corpo? E la povertà solo le tasche? E l’obbedienza solo gli orari? Occorre curare il corpo tanto quanto si cura l’anima. Perché sono inscindibili. Mi viene da porre qui una domanda ulteriore e più tagliente: come è chiamato a vivere l’umano la persona consacrata?

Perdonatemi, ma è necessario porci questo interrogativo, perché le ombre che spesso una vita di consacrazione riescono a filtrare hanno tutte il segno rattristante di deformazioni assurde, contrarie al comando di Dio e cioè che tutto sia luce, bellezza, armonia.

La consacrazione per nessuna ragione deve finire per essere il club delle “donne defemminizzate” o il circolo dei “maschi demaschilizzati”. Faccio mio, sempre più mio, il motto di san Bernardo, mio protettore assieme a santa Gemma: Ego, humanum non nego! IO NON NEGO L’UMANO, perché è IN ESSO che il DIVINO VIENE! E l’umano non va più, dopo la venuta di Cristo, considerato come la dimensione dove impera solo la fragilità, il limite, la concupiscenza. Ma lo spazio dove Dio passa col Suo fuoco ad illuminare, ad eccitare, a lenire, a ravvivare, a finalizzare, a risanare, ad infiammare.

Come possiamo mai dubitare di un Dio che muore al Suo Essere Perfetto per ridarci la vita? O mai ribellarci o non fidarci pienamente cioè di un Dio che va contro Sé stesso pur di dirci il Suo amore, dove arriva il Suo volerci, il Suo salvarci! (cfr Benedetto XVI, DCE 10). Questo ci dice che chi ama non diviene perfetto, ma più che semplicemente perfetto, cioè santo! La santità è più della perfezione, proprio perché il nostro Dio non è un’immagine mentale, una teoria, ma una Persona con i Suoi “sentimenti” estremi, col Suo sentire che è un vero e proprio “farsi sentire”, col Suo Essere che è un Esserci, che coinvolge tutta la creazione, in cui noi respiriamo, ci muoviamo e percepiamo il Suo gemito in ogni amore. Se pensiamo a cosa ha compiuto la potenza dello Spirito Santo una volta che ha dilatato l’utero umano della “donna” fatta “madre”, la Ma-donna, la Vergine Maria, tutto in noi sussulta di culmine. E da ciò campiamo allora che l’anima avrà desideri contrari alla carne finché perdura tra esse la scissione, lo squarcio de mondo, delle sue basse logiche.

Dobbiamo sentirci un tutt’uno, un unicum! Prima in noi per diventarlo veramente con Dio e con l’Umanità. Tenendo accesa questa fiaccola di verità ch ci sussurra nel silenzio del cuore che “La sequela del Signore non può essere impresa di navigatori solitari, ma è attuata nella comune barca di Pietro, che resiste nelle tempeste; e alla buona navigazione la persona consacrata darà il contributo di una fedeltà laboriosa e gioiosa”. (cfr Mutuae relationes, 34-35).

La persona consacrata solo così, col suo vivere, susciterà domande su Dio.

Quando la persona consacrata dice “Eccomi”, lo dice attraversando la notte, accettando “lo sfaldamento di ogni sicurezza”, perché non sa dove Dio la condurrà, a quale meraviglia assumere, a quale abito di beatitudine indossare, a quale sommità la accompagnerà per contemplarlo! Al numero 8 c’è a riguardo un gustare profondo quanto ho cercato di esprimervi fino a questo punto: “L’amore sfida la notte e i suoi pericoli perché è più grande di ogni paura!”. L’amore è persino più forte della morte. “La paura non si addice a chi è amato!” (Papa Francesco). Amare è guardare a Lui ed essere di luce rivestititi per affrontare la notte interiore della prova, come cammino di fede autentica, in cui avviene il faccia a faccia con l’Amato.

E’ notte per capire fino a che punto si vuole questo amore. E’ notte per affrontare la battaglia della disperazione e capire poi fino a che punto mi dono a questo amore. E’ notte per salire il monte dell’incontro fino alla fusione a questo amore. E’ notte per l’amplesso che unisce l’Amato all’Amata. E’ notte “compiacente” più dell’alba, dice san Giovanni della Croce, in cui i due che si amano si lasciano penetrare dall’arrendevolezza dell’amore che trasforma i due in uno.

L’indicazione di come affronta la notte l’amata nel Cantico è sconvolgente: pronunciando il nome dell’Amato, col nome dell’Amato sulle labbra va incontro ad ogni rischio perché lei è consapevole del legame che li unisce e perciò trasforma la stesa notte in desiderio, in ambito privilegiato per esprimere tutto il desiderio incontenibile per l’Amore del suo cuore. Questa è opera redentiva, dove nell’amore sponsale si riversa il vero comando di Dio per intero. L’amore fortifica, completa, ricapitola. Sempre! Chi ama e chi è amato! Perché l’Amore è il sacramento dei sacramenti.

La bellezza, l’altare della nudità divina

Di fronte all’Amato, definito al numero 12 come “l’assente Presenza”, il desiderio e la ricerca risultano per la persona consacrata “le esperienze dominanti”, allo scopo di “non accontentarsi mai di niente che sia meno di Dio” (J. Ratzinger). Ma il Cantico ci rivela una verità indispensabile alla vita devota e consacrata: “Dio non si trova una volta per tutte” (cfr n.13). Cosa salva dall’accidia, dallo smarrimento, dalla lontananza nella notte oscura dell’esilio, quando ci si sente inadeguati, sconfitti dalla fatica o dai dubbi? All’assenza dell’Amato l’antidoto salutare è proprio la nostalgia di Lui. Il testo dice proprio così: “la nostalgia è alimento necessario all’amore”, perché essa lo rende desto, mai pago, mai scontato, ma in ricerca senza riposo, in sospiro sempre innamorato. Dice sant’Agostino che: “Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo lo abbiamo sempre con noi. Prendi su di te il peso di chi cammina con te, e arriverai a colui con il quale vuoi rimanere”. Fino alla fine la persona consacrata deve portare la ferita della nostalgia di Dio come stimmate di fedeltà suprema a quell’amore che porta alla Croce della gloria immortale.

Perché questo? Al numero 16 è spiegato così: “La lode coinvolge tutto il corpo, luogo concreto di relazione con l’altro”…E ancora: “La pienezza del cuore si esprime attraverso il linguaggio celebrativo dei corpi. L’elogio della bellezza del corpo è letto attraverso il linguaggio della natura, dell’arte, delle emozioni”. Questo per dire una cosa fondamentale, rivoluzionaria finalmente, anche nel nostro ambiente cristiano: è il corpo che dà voce alle cose che riteniamo poi belle, come i quadri, le statue, i monumenti, la poesia, la musica. Se non ci fosse il corpo, la bellezza non avrebbe le parole, i suoni, i colori per esistere, per dirsi e darsi al mondo! Il corpo celebra la bellezza che è il nome di Dio nell’universo. Ecco perché il testo dichiara appunto che: “l’universo confluisce nel corpo di chi si ama e la persona amata appare presente nell’universo”.

Nel corpo della persona amata, io celebro, assisto al miracolo dell’universo in lui. Colgo cioè tutta la bellezza creata come riassunta nel corpo dell’Amato, che appare ai mie occhi e al mio contemplare come un capolavoro. Lì, lo qualifico bello, dolce, tenero, amabile come una risposta, perché è la bellezza che emerge e fluisce e m‘investe di esistenza, vera, espressivo, attrattiva.

Celebrare la bellezza è vivere la liturgia della comunione e del compiacimento. Qual è la missione della persona consacrata? E’ evidenziata al numero 19: riconoscere la bellezza dell’Amato e “restituire a bellezza ogni cosa” nel nome di quella bellezza di cui siamo forma e significazione, e che ci chiama a renderla visibile nella storia. Questo è il quotidiano impegno: passare dal contemplare la Bellezza, che culla in sé il Vero, ad essere bellezza ineffabile nel mondo, ovvero segni pasquali di quella Bellezza che è luogo teologico di compiutezza, spogliandoci definitivamente della non-bellezza mondana e senza volto, perché la bellezza ha il potere di originarsi concretamente come opera del Bene. Non una vita dal fiato corto, ma dallo sguardo lungo che interpreta e conserva la bellezza che narra Dio, che lo rivela nella Sua nudità, visibile con la Sua invisibilità, presente con la Sua assenza. Non abiti che nascondono, ma che rivelano che la bellezza è l’altare della nudità divina, dove veramente Dio si manifesta per com’è! E noi siamo frammenti splendenti di questa nudità epifanica.

Il poema dell’eros

Perché l’Amato e l’Amata corrono l’uno dietro all’altra? Perché quell’incalzarsi è la soluzione per superare il limite. E’ una corsa che racchiude il lungo viaggio dell’amore. La corsa tiene sveglio il cuore mentre lo fa sognare, lo inebria e lo rapisce quando lo abbandona al suo bisogno di amore. Incredibile, sì. E le metafore nel Cantico danno notizia di quanto il cercarsi è la scuola della fedeltà, del non stancarsi mai di attendersi, tanto al di qua, quanto al di là. Con la stessa intensità. Con quell’ansimarsi, con quel volersi respirare, e diventare respiro per l’altro con la stesa nuda verità con cui l’altro lo è per sé. Quante volte, in un rapporto affettivo, usiamo questo magnificat: “Respiro mio! Cuore mio! Vita mia! Tesoro mio! Amore mio!”. Ogni volta che pronunciamo il “ti amo!”, sulle nostre labbra scorre il nome di Dio! E’ questo che ci fa desiderare con tutta l’anima l’esperienza di unità, che il testo riporta chiaramente nella terza parte, dedicata al “formare”. Riporto qui la frase che c’è al numero 44, così carica di profezia e di afflato orante che mi ha trafitto l’anima di commozione: “I due che si amano si sentono uniti prima ancora di esserlo, e dopo l’unione desiderano che questa perduri. I due non desiderano regalarsi un’emozione passeggera, ma gustare il sapore dell’eternità attraverso un marchio, un sigillo sul cuore e sulla carne, che legga tutto nella prospettiva del per sempre di Dio. Questo segno nella carne è una ferità che fa desiderare eternamente l’amore”. E’ la sintesi di tutto il Cantico, il testamento che i due protagonisti sembrano volerci stasera consegnare, per più amare e avvinghiarci alla corsa verso l’Amato. Un ferita provoca quel sigillo invocato. Più di un bacio. Una ferita, sì, perché l’anima non è più propria, ma trasformata nella presenta dell’Amato in essa. “Voglio vederti con la luce nella tua luce”, dice santa Caterina. Ciò significa, voglio amarti nel desiderio che tu, con la tua amabilità, hai infuso in me. Questo ci porta a celebrare la forza insita all’amore. L’eros. (Ratzinger la definisce come sacra passione) Quella parte che ci enuncia che l’amore è pienezza mai paga! Un abisso che implora abisso! L’eros è l’antica dinamis, l’energia centrica, l’epilogo dell’amore stesso. Perché l’amore non può restare mai implicito, inespresso, ermetico. L’amore deve effondersi e diffondersi per creare amore. Ma l’eros ci ricorda anche che l’amore coinvolge e convoglia non solo i sensi spirituali, ma tutto il corpo, che è la lunga strada da percorrere con l’esperienza e la conoscenza. “L’amore – scrive nalla Deus Caritas est Benedetto XVI – esige un’intima compenetrazione e un profondo equilibrio tra corpo e anima, tra l’eros e l’agape, tra l’umano e il divino, poiché l’uomo non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono”.

Cosa pensiamo di presentare al mondo, alla città umana e alla Chiesa stessa senza questo eros che ci fa vibrare con tutto l’essere verso il Dio che non ci ha affatto imposto “routine, cammini ingrigiti, servizio funzionale, occhi semichiusi e semiaperti, o relazioni di superficie” (cfr n.51)?

Non ci chiede altro Dio che presentarci al mondo con questa ferita d’amore! Ben visibile! E se ci fidiamo di Lui, dobbiamo affrettarci a lasciarci colpire dal dardo della Sua bellezza, penetrare e ferire, travolgere e coinvolgere da quello che sant’Agostino chiama “amplesso interiore” nel pensare Dio, nei segreti incontri dell’anima che avvengono quando ci abbracciamo, ci baciamo e ci doniamo in tenerezza a chi amiamo, come Amore che, oltre ad amare, è amabile. Soggetto e oggetto nostro d’amore. Motivo, cioè origine, causa, fonte e insieme vetta, culmine, compimento della mia corsa. Non siamo dei tecnici della fede! Sradichiamo dalle nostre consuetudini il pragmatismo utilitaristico! Perché la Consacrazione è la corda che emana il suono dolce della presenza di Dio nel mondo, che sfida il buio, che supera la solitudine, che affronta guardie e cancelli, derisioni e percosse, pur di rischiare l’amore, pur di inneggiare anche con le proprie lacrime all’Amore degli amori. E’ questo che dobbiamo ripeterci mentre celebriamo questo giubileo della Vita Consacrata! Siamo cieli aperti che piovono la sapientia cordis come prossimità, misericordia, tenerezza, danza come amore all’amore. I consacrati non sono coloro che partecipano passivamente al banchetto nuziale di questo Amore, che si è dato a noi come Volto, il Verbo Incarnato. Chi lo segue, chi lo ama, chi lo testimonia rivela che è tutta la sua vita stessa una festa nuziale, perché si rallegra della dimensione sponsale della vita consacrata, che in una parole è vivere all’altezza del desiderio incessante dell’Amato, partecipare quello che Lui vuole e a cui chiama.

Dante, con la sua capacità di sintesi, disse così a san Bernardo, mentre provava a dire l’apoteosi del paradiso: “A sé mi fece atteso!…Saziando di sé, di sé asseta!”. L’amore dell’Amato è così: più ti colma, più hai desiderio di più amore, perché ti strappa dal tuo cuore stesso e ti suscita amore per l’amore.

Attenti a quella “bellezza che non risveglia la nostalgia per l’Indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere”. Perché la vera “bellezza colpisce la persona consacrata con lo strale della nostalgia per mettergli le ali”! (cfr Joseph Ratzinger, In cammino verso Gesù Cristo). Teniamo davvero presente che spesso “Rischiamo di conservare ‘memorie’ sacralizzate che rendono meno agevole l’uscita dalla caverna delle nostre sicurezze. Il Signore ci ama con affetto perenne (cf Is 54,8): tale fiducia ci chiama a libertà” (Scrutate n. 10). Qui la tarma che può logorare silenziosamente è l’accidia, la paura di cambiamento e il rifiuto di movimento! “Si profila, allora, il pericolo di diventare gestori della routine, rassegnati alla mediocrità, inibiti ad intervenire, privi del coraggio di additare le mete dell’autentica vita consacrata e correndo il rischio di smarrire l’amore delle origini e il desiderio di testimoniarlo” (Il servizio dell’autorità e l’obbedienza. Faciem tuam, Domine, requiram, n. 28). Restare nello sforzo spirituale più estremo come atto d’amore alla sequela scelta significa allora capire che “L’amorosa frequentazione quotidiana della Parola educa a scoprire le vie della vita e le modalità attraverso le quali Dio vuole liberare i suoi figli; alimenta l’istinto spirituale per le cose che piacciono a Dio; trasmette il senso e il gusto della sua volontà; dona la pace e la gioia di rimanergli fedeli, rendendo sensibili e pronti a tutte le espressioni dell’obbedienza: al Vangelo, alla fede, alla verità. (Il servizio dell’autorità e l’obbedienza. Faciem tuam, Domine, requiram, n.7).

I processi rigenerativi

Contemplare il Vivente. Lì è la vita, la conversione, l’altra riva.

Occorre trasformare la fissità nell’ora esatta per incontrare l’Amato. Ma qual è l’ora esatta: l’inquietudine, il desiderio di rivederlo!

E la strada eletta su cui ci dona appuntamento? E’ la contemplazione.

E il mezzo più veloce per raggiungerlo e non tardare? E’ la fedeltà al suo richiamo, al suo invito. E con quale abito presentarsi davanti a Lui? Indossando la bellezza.

Al Re piacerà la nostra bellezza, se vince come Verità, se muove come Armonia, se ossigena come Libertà, se trasfigura come Gioia, se regna come Amore.

Il mondo ha bisogno di consacrati e consacrati che vivono come:

Erranti, perché bisognosi di un Dio che ci accompagna.

Pellegrini, perché bisognosi di un Dio che ci ascolti.

Viaggiatori, perché bisognosi di un Dio che ci stupisca.

Per meglio amare Dio, lasciamoci amare da Lui. Riprendiamoci Dio, la Sua Bellezza che è Parole rivelatrice e il mondo accorrerà, senza più scuse o ribellioni! Grazie e buona corsa amorosa dietro a Dio.


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