Famiglia, alle radici della generazione

4 febbraio 2016 11:19 0 comments

Eugenia Scabini, Psicologa, docente emerito nell’Università Cattolica di Milano

Fabrice Hadjadj, filosofo e scrittore

Lorenza Violini, Docente di Diritto Costituzionale, Università degli Studi di Milano

Centro Culturale Milano

Sala Sant’Antonio di via Sant’Antonio 5, Milano

Lunedì 26 ottobre 2015

LORENZA VIOLINI: Buongiorno a tutti, cominciamo questo nostro incontro che prende le mosse da un tema su cui tanto si discute, cioè il tema della famiglia, che oggi ha un sapore particolare. Non è un sapore dialettico, non è un sapore di rivendicazione, di posizioni che si scontrano; ma vive della luce, che il Sinodo che si è concluso sabato, getta sul tema stesso. Sono rimasta particolarmente impressionata, leggendo il discorso conclusivo del papa ai padri sinodali.

Ovviamente il documento che i padri sinodali hanno consegnato al papa è ricchissimo e avremo modo questa sera, coi nostri ospiti, di approfondirne degli aspetti. Sono rimasta però particolarmente colpita per come il Santo Padre ha ringraziato i padri sinodali, cito: «Aver concluso questo Sinodo non significa aver concluso tutti i temi inerenti alla famiglia, né significa aver trovato soluzioni esaurienti, ma aver sollecitato tutti a comprendere l’importanza dell’istituzione del matrimonio tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità, e ad apprezzarla come base fondamentale della società e della vita umana. Significa aver ascoltato e fatto ascoltare le voci delle famiglie e dei pastori. Significa aver dato prova della vivacità della Chiesa, che non ha paura di scuotere le coscienze o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia» Io credo che questo metodo, quest’apertura radicale, papa Francesco la stia testimoniando in tantissime occasioni, ma in questa eminentemente. Così sia il cuore e lo sguardo con cui ci approcciamo ad ascoltare i nostri ospiti. È per noi questo momento, e quando dico noi dico una certa esperienza di famiglia, dico l’esperienza di famiglia che ci ha generato e che vogliamo proporre a tutti i nostri fratelli uomini. Dico un’esperienza che non abbiamo mai finito di comprendere, alla quale non abbiamo mai finito di appassionarci, ed è un’ esperienza che interessa a tutti. Leggendo la sentenza Obergefell, in cui la Corte Suprema Americana ha dato spazio al matrimonio omosessuale sotto la costituzione federale, mi colpivano i toni: toni appassionati e profondamente interessati all’esperienza famigliare che anche in quella condizione venivano usati. Quindi possiamo imparare da tutti e dobbiamo imparare da tutti, e gli ospiti di questa sera – sono certa – sono capaci di dirci di più, di dirci con competenza, ciascuno per il proprio settore, di che cosa stiamo parlando, qual è il cuore di quest’esperienza.

La parola ora a Fabrice Hadjadj che è scrittore, direttore dell’Istituto Philanthropos della Svizzera, membro del Pontificio Consiglio per i laici. Ha scritto di recente Ma che cos’è la famiglia? dell’edizione Ares, ed è su questo tema che noi vogliamo sentirlo e a cui do la parola.

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FABRICE HADJADJ: Grazie. Buonasera: è la prima parola del Papa!. Effettivamente, oggi siamo il giorno dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia. C’è qualcosa che possiamo rimproverare a questo Sinodo. Dico meglio, forse non c’è nulla da rimproverare. Ma se possiamo rimproverare qualcosa è di essersi qualche volta focalizzato su questioni antiche, o antiquate: questioni molto vecchie come se fossero nuove. Per esempio, ciò che chiamiamo divorziati, risposati. Si tratta di una questione molto vecchia, una questione antica, che si pone già nei Vangeli. Perché nei Vangeli gli Apostoli dicono che se le cose stanno così, è meglio per l’uomo non sposarsi. Abbordando la questione, si vorrebbe pretendere che sia una questione nuova e ci si sbaglia.

L’altra questione molto antica è la questione di quelli che chiamiamo «omosessuali». Ci sono sempre stati gli omosessuali, anche se nel passato non venivano chiamati così. E questo modo di essere «invertiti» è esistito anche all’interno della Chiesa, fino ai vertici alti della Chiesa. Non è una novità, è una questione molto antica. Dunque l’errore che possiamo subito denunciare è di aver creduto che si trattasse di questioni nuove. Allora, qual è la questione nuova che pone l’urgenza di queste domande sulla famiglia? Prima di abbordare queste questioni, vorrei fare delle osservazioni preliminari; ci sono, infatti, cose che possiamo rimproverare a noi stessi, e non al Sinodo. Una cosa che possiamo rimproverare a noi stessi è l’aver creduto che eravamo ancora in una lotta ideologica e, per proteggere la famiglia, era necessario combattere delle idee. Per esempio, l’ideologia del relativismo, oppure l’ideologia del gender. È un errore.

Non siamo più all’epoca delle ideologie. E credere che si tratti di denunciare l’ideologia del gender è sbagliare. Un’altra cosa che possiamo rimproverarci è di aver pensato che fosse giusto adottare un’ atteggiamento moralizzatore. È l’atteggiamento peggiore di tutti, quello del moralismo compassionevole. Bisogna aver coscienza che oggi, in nome del moralismo compassionevole, si diventa assassini. Bisogna anche ammettere, al giorno d’oggi, che la compassione, a prima vista, non è più dalla parte dei cristiani e che la vera carità appare sotto un aspetto di crudeltà. Noi siamo crudeli, sembreremmo crudeli; bisogna accettarlo. Cosa è successo? Dove siamo giunti? A che epoca siamo? Qual è la vera questione nuova?

Possiamo ritornare sulle due conclusioni principali del Sinodo; innanzitutto il richiamo al discernimento. E ciò che dobbiamo fare è tentare di discernere in una situazione nuova, una situazione senza precedenti. E la seconda conclusione del Sinodo è che bisogna ritornare all’Humanae Vitae, perché l’enciclica Humanae Vitae era un’enciclica profetica. Cosa diceva Paolo IV nella Humanae Vitae? Quando Paolo VI evoca gli aspetti nuovi del problema, menziona il problema principale, e dice: «Infine, e soprattutto, l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita». Ciò che attacca al giorno d’oggi le radici del generare è l’innovazione tecnologica; siamo in un’ epoca tecnologica e non ideologica. Il relativismo non è un’ ideologia; il relativismo antico dei greci era una dottrina, ma il relativismo di oggi è una conseguenza del dispositivo tecnologico. Andate alla televisione; bisogna che il vostro discorso sia corto, breve e spettacolare. Un discorso tipo slogan pubblicitario … e bisogna essere polemici. Questa è la distruzione del pensiero e questo impone una forma di relativismo.

Dunque, non è un relativismo dottrinale, è un relativismo che è una conseguenza della tecnologia. Le teorie del gender sono anch’esse un effetto del dispositivo tecnologico, perché questo dispositivo ci fa porre delle questioni, delle domande assolutamente nuove. Ciò che era una necessità per gli antichi diventa una scelta per noi: per esempio, «Volete invecchiare oppure no? Volete essere immortali? O volete piuttosto morire in un meraviglioso orgasmo. Volete avere dei bambini per via sessuale, che è una via un po’ casuale, o piuttosto avere dei figli sani o selezionati in un laboratorio? Volete ancora rimanere nel vostro corpo di carne, o piuttosto moltiplicare i vostri alter ego, o avatar virtuali? Volete ancora stare nel “locale”, mentre potete stare nel “mondiale”»? Volete rimanere nelle relazioni in cui c’è ancora un vicino e un lontano, o entrare nel nuovo tipo di relazioni misteriose, in cui non c’è né vicino né lontano?».

Le relazioni informatiche, le relazioni della rete, sono questioni assolutamente nuove. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare la morte, anzi dovevano far fronte al fatto che l’uomo doveva morire. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare che un uomo nasceva da un uomo e una donna; era un fatto naturale che non richiedeva nessuna legittimazione. Al giorno d’oggi, dobbiamo legittimare ciò che in altri tempi era un’evidenza. Questo vuol dire, per esempio, legittimare la morte, vuol dire legittimare la sofferenza. Perché se un bambino nasce da un uomo e una donna per via sessuale può essere handicappato, può soffrire; comunque, dal momento che è nato dai suoi genitori, è necessariamente di fronte a persone che sono incompetenti, perché sono diventati suoi genitori soltanto per l’atto sessuale e non perché hanno avuto un titolo di studio, di competenza pedagogica. Dunque soffrirà e i suoi genitori soffriranno ancora di più. Come rendere legittimo tutto questo? È una domanda assolutamente nuova. E uno che cerca di legittimare la morte, la vecchiaia e la sofferenza sembra crudele. E siccome la Chiesa tenta di legittimare tutto ciò sembra il luogo della crudeltà e non più il luogo della compassione. La compassione sembra che sia dalla parte della tecnologia. Perché – vi si dirà – il bambino che è stato selezionato per via tecnologica potrà meglio adattarsi alla società. E perché si pretenderà di abolire la sofferenza e la morte per via tecnologica. E dunque i cristiani sono ormai i più crudeli.

Voi avete già fatto quest’esperienza a casa vostra: per esempio, siete genitori e non permettete a vostro figlio di avere un tablet elettronico. Vostro figlio è persuaso che voi siate un mostro e piangerà. Siccome voi credete di essere dal lato della compassione, alla fine glielo darete. Ma se siete cristiani, dovreste restare dal lato della crudeltà. Se voi avete un figlio, non diciamo handicappato ma che abbia qualche difetto, il figlio potrà rimproverarvi il fatto che non l’abbiate fatto nascere in provetta. Poteva essere Superman e purtroppo è soltanto lui, un adolescente con dei genitori incapaci. Allora piangerà e voi sarete persone crudeli. Il tablet e la provetta sono i due dispositivi tecnologici che distruggono la famiglia. Il tablet distrugge la tavola famigliare: ciascuno sta davanti al suo schermo e non c’è più un luogo dove si tesse la vita famigliare, non c’è più un luogo di convergenza per la famiglia. Ma se voi dite che la tavola è meglio del tablet sembrate reazionari e crudeli. La contraccezione, la procreazione assistita dai medici, la fecondazione in vitro per tutti propone di fare dei figli perfettamente adattati e rende obsoleta la generazione sessuale. La contraccezione – che era la questione dell’Humanae Vitae – era già un dispositivo compassionevole, tecnologico e compassionevole. Compassione nei confronti della donna che non deve essere una donna che porta molti figli, che ha bisogno di essere liberata per diventare un proletario come qualsiasi uomo. E poi mancanza di compassione nei confronti del bambino, perché il bambino non è stato scelto, non è stato concepito all’interno di un progetto genitoriale responsabile. Dunque, si comincia a capire qual è la questione nuova. È l’asservimento della natura al paradigma tecno-economico. È questo il paradigma tecno-economico che assoggetta tutta la natura, compresa la natura umana e specialmente la famiglia come il luogo di comparsa naturale, della natura umana. Per questo, il più grande documento del Sinodo è stato dato prima del Sinodo. È l’enciclica Laudato si’. Questa enciclica opera una critica radicale al paradigma tecno-economico e spiega che non siamo semplicemente né in un combattimento ideologico, né in una questione di moralismo individuale, ma in un cambiamento di epoca, al quale non potremmo resistere se non cambiando il modo di vivere.

Seconda punto: come legittimare la famiglia data dalla sessualità? La prima constatazione che bisogna fare è ciò che distrugge la famiglia nel suo dato naturale: ed è la morale dei valori. Tutti, al giorno d’oggi, valorizzano la famiglia: i cristiani ma anche i non cristiani, anche quelli che chiamiamo omosessuali. In effetti, non amo questo nome, «omosessualità» è un termine recente del XIX secolo. In altri tempi non si diceva così. Per gli antichi greci, la pederastia era il contrario della sessualità, era un modo di sfuggire alla sessualità, che era vista come animale. Nel XVIII secolo, Casanova utilizza il termine «anti-fisico», ed è un termine giusto, perché è un certo modo di andare contro la natura sessuale, senza per questo porre un giudizio di valore: giusto una descrizione della cosa. Quando voi cominciate a dire «omosessuale» inventate qualcosa, soprattutto una seconda cosa che è peggiore: l’eterosessuale. Se mi domandano sei omosessuale? Sei omo (in francese omosessuale, in latino uomo)?, rispondo “è proprio così”. Se mi domandano se sono eterosessuale, dico «no sono “sessuale”».

Ora l’eterosessualità è interamente dominata dal paradigma tecno-economico, perché si pensa che l’essenziale sia stare con delle femmine, se siete un uomo, ma non si pensa al modo di essere con queste donne: può essere un modo totalmente consumista. Sono eterosessuale, consumo delle femmine e funziona, questo il vero problema! Con questo termine si manca l’essenza della sessualità e si è già sotto il dominio del paradigma consumista. Allora i valori sono nichilisti, perché i valori sono una concezione del bene separata dall’essere. Si può impiegare il termine «valori» in un modo giusto, in un modo non nichilista (lo dico perché nel magistero spesso si utilizza la parola valori), ma, al giorno d’oggi, nella maggior parte dei casi l’utilizzo dei termine «valori» è un utilizzo nichilista. Se voi valorizzate la vita vuol dire che la vita in se stessa non ha valore; e se valorizzate la famiglia vuol dire che la famiglia in se stessa non ha valore. Se dite che la famiglia è il luogo dell’amore, dell’educazione e della libertà, valorizzate la famiglia a partire da tre valori che sono esterni alla famiglia, e, quando definite la famiglia in questo modo, avete definito un buon orfanotrofio, perché in un buon orfanotrofio si amano i bambini, probabilmente li si educano meglio di come farebbero dei genitori. In un orfanotrofio ci sono tutti gli esperti possibili: lo psicologo, il pedagogo, l’insegnate di sport e il professore di informatica, evidentemente. E se dite che è il luogo della libertà, un orfanotrofio lo è ancora di più, è evidente: tutti i rapporti sono sotto contratto.

Dunque, vedete, i cristiani stessi hanno voluto valorizzare la famiglia a partire dai valori ‒ l’amore, l’educazione, la libertà ‒ ma hanno contribuito in questo modo a dissolvere la famiglia. In modo generale è perché ci si è messi a cercare il bene del bambino che si è distrutta la famiglia: si è ricercato il bene del bambino contro l’essere del bambino. L’essere del bambino è nascere da una padre e una madre, ma il bene del bambino qual’é? Se cominciate a considerare il bene del bambino, dimenticando l’essere del bambino, direte che è meglio che non ci siano un padre e una madre, è meglio per lui essere fabbricato senza difetti in un laboratorio di esperti. È meglio che abbia un pedagogo uno psicologo, ecc. piuttosto che un padre e una madre.

Vedete il nichilismo dei valori, dei valori separati dall’essere, il nichilismo della valorizzazione della famiglia. Bisogna dunque pensare la famiglia nel suo essere, senza cercare soluzioni. È possibile che qualcuno di voi sia venuto per sentire delle soluzioni: soluzioni tecniche. Ma se cercate delle soluzioni, una ricetta per la buona famiglia cristiana, siete già sotto il dominio della tecnica. Non c’è una ricetta per la famiglia, non ci sono soluzioni. Non ci sono soluzioni per la vita perché la vita non è un problema: se cercate una soluzione per la vita è perché la vita è un problema; se cercate una soluzione per la famiglia è perché la famiglia è un problema e perché, in fin dei conti, si rifiuta la famiglia come luogo di vita. Un luogo di vita è sempre un luogo di dramma, ed è un luogo di dramma perché un luogo di dono. Ciò che è donato è ciò che non abbiamo costruito, e ciò che non abbiamo costruito è qualcosa che sfugge ai nostri progetti e ha sempre una dimensione drammatica. La famiglia è il luogo di un dono che ci sfugge. La vita, che è donata attraverso noi genitori e non è costruita, ci sfugge, non ne capiamo nulla: è per questo che siamo maldestri con i figli. Anche per questo siamo talvolta brutali con i nostri figli; però siamo brutali con loro perché gli abbiamo fatto il dono grezzo della vita.

Ora guardate bene come si giocano le cose all’interno della famiglia, dalle radici della generazione. La prima cosa è che la madre accoglie la vita secondo un processo oscuro che per giunta deforma il suo corpo. Non è la stessa cosa che fabbricare un prodotto. Quando fabbricate un prodotto, lo fabbricate al di fuori di voi, non lo accogliete in voi stessi, e il prodotto viene fabbricato secondo un piano e una proiezione trasparenti. Si è in una logica di controllo per fare un prodotto senza difetti. Una madre, invece, non è in una logica di controllo, sta in una logica di fiducia: una fiducia senza controllo che sta al cuore della maternità, una fiducia così profonda che accetta la deformazione del corpo. Fiducia senza controllo. Dal lato del padre: il padre non ha competenza, non è un pedagogo, non è un esperto, uno specialista dell’educazione e, nonostante ciò, è padre: essere padre è la radice dell’autorità. Autorità viene da augeo, che non vuol dire soltanto «far crescere», ma anche «essere all’origine di». Il padre ha l’autorità, ma è un’autorità senza competenza. Allora la madre è «fiducia senza controllo» e il padre «autorità senza competenza». Partendo da qui, non ci possono essere che disastri, fallimenti, divisioni. Si potrebbe allora dire: perché non razionalizzare mediante la tecnica tutte queste relazioni?

Perché in questo caso ciò che sarebbe dato non sarebbe più la vita, ma un «programma di vita». La madre, tramite la sua fiducia senza controllo, e il padre, tramite la sua autorità senza competenza, trasmettono la vita, non trasmettono però la loro comprensione della vita. Trasmettono una vita più grande che la loro comprensione ed è per questo che il figlio non è un prodotto che dominano, ma un altro che gli sta di fronte. E la divisione, il dramma che necessariamente ci sarà nella famiglia è senza soluzioni ed è questo che fa della famiglia il luogo della misericordia.
Bisogna bene che ci sia della miseria perché ci possa essere della misericordia. Nell’ultimo discorso dopo il Sinodo, il Papa ha parlato del legame della famiglia e della misericordia. Se sono padre, sto in un’autorità che non ha competenza, dunque sbaglierò, e mi metterò a urlare per dire a mio figlio che non deve urlare; comincerò a scuotere mio figlio per dirgli di smettere di essere violento, gli dirò di non giocare con i videogiochi mentre ho tra le mani il mio telefonino.

Sempre si è in questo tipo di contraddizioni quando si è padre, perché non ci sono ricette per la vita, non ci sono soluzioni; la vita non è un problema, è un dramma e un mistero.

Allora cosa può fare un padre che l’esperto pedagogo non può fare? Che cosa può fare il padre che uno che ha il controllo non potrà fare? Domandare perdono, perché il compito del padre non è quello di essere il principio assoluto, non è quello di essere il padre perfetto, perché non è il padre perfetto. Il padre perfetto è il Padre da cui tutte le paternità provengono. Attraverso il suo fallimento, attraverso la sua autorità senza competenza, il padre può volgere suo figlio con lui verso il Padre Eterno. Ed è così che non soffoca il figlio, che non lo intrappola nei suoi progetti, nelle sue valorizzazioni; è così che dà veramente la vita, una vita che lo attraversa, che lo supera, che supera sia lui che suo figlio Ed è così che può stabilire una relazione viva e profonda con suo figlio.

Ecco cose sulle quali dobbiamo riflettere al giorno d’oggi, perché la tecnica ci spinge a porre nuove domande. E anche per questo, la nostra epoca è un’epoca meravigliosa per il pensiero, perché fino adesso tutti abbiamo avuto tendenza a cercare soluzioni – la mentalità tecnica e disincarnata ci ha contaminato tutti -, perché ci si rende conto che anche la filosofia ha completamente mancato questa cosa, e anche la teologia. La filosofia ha sempre parlato dell’uomo, dimenticando che c’erano uomini e donne, ha parlato del soggetto autonomo e cosciente di se stesso dimenticando che questo soggetto era prima di tutto un figlio; non si parlava della filialità né in Cartesio né in Kant. E per la teologia è stato necessario attendere molto tempo per il riconoscimento che la famiglia è il luogo della manifestazione dell’immagine di Dio. Questo è scritto nei primi versetti della Genesi e nello stesso tempo è qualcosa che i Padri della Chiesa hanno raramente affermato: è stato necessario attendere Giovanni Paolo II, perché ciò si affermasse con molta forza. Queste nuove questioni chiamano a un rinnovamento del pensiero; ed è per questo che il mistero dell’Incarnazione, il mistero della Trinità, il mistero della Santa Famiglia non sono mai stati più attuali di oggi.

Grazie.

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LORENZA VIOLINI: Siamo davvero chiamati a una riflessione, come ci richiedeva anche il Sinodo, che riponga al centro le grandi domande sul significato dell’essere uomini: in questo senso è una modernità che ci viene sollecitata ed è una modernità il cui esercizio ci è stato testimoniato nell’intervento di Fabrice. Adesso do la parola a Eugenia Scabini che è professore emerito di psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, studiosa della famiglia nelle sue relazioni, del senso e della dimensione simbolica delle relazioni famigliari; simbolica non nel senso di vuota, ma nel senso di piena di significato per l’esistenza.

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EUGENIA SCABINI: Chiunque può capire che è un po’ difficile parlare dopo l’intervento che mi ha preceduto, cercherò di fare del mio meglio. Mettendomi in questa linea, cercherò di dire con parole diverse, più legate alla mia sensibilità psicologico-sociale, il tema che è stato posto, che esprimerei così: qual è il valore aggiunto della famiglia?

Nel 2010, come Centro Studi e Ricerca sulla Famiglia, abbiamo editato un volume che si chiama La ricchezza delle famiglie, naturalmente riecheggiando il tema de La ricchezza delle Nazioni. È stato un volume provocatorio, perché si parla della ricchezza delle famiglie in piena crisi. Qual è la ricchezza delle famiglie? Quali beni produce la famiglia e in che senso la famiglia produce un certo tipo di ricchezza che nessun’altra struttura naturale può porre, come è stato evidenziato? Lo dico con la parola di uno psicologo che cito spesso, Urie Bronfenbrenner: «La famiglia rende umani gli esseri umani, umanizza ciò che in lei nasce»; quello che è stato detto fin ora.

Papa Francesco ha detto una frase significativa il 21 ottobre 2015; nessun altro parla di “umanizzazione”, un termine che la dottrina sociale della Chiesa usa spesso. La famiglia come “prima scuola di umanità” ricorre nella Familiaris Consortio: c’è l’idea che tu nasci umano ma non tutto il nascere ti fa essere veramente umano. Che cosa ti fa realizzare questa tua ricchezza potenziale? Francesco dice: «Nessuna scuola può insegnare la verità dell’amore se la famiglia non lo fa, nessuna legge può imporre la bellezza e l’eredità di questo tesoro della dignità umana, se il legame personale tra amore e generazione non lo scrive nella nostra carne». Mi pare proprio perfetto: è il tema del corpo, così centrale nel pensiero di Hadjadj, che va rivalutato, ripreso, ed è poi il tema centrale della nostra società.

Allora cosa vuol dire “rendere umani gli esseri umani”, cosa vuol dire umanizzare, cosa vuol dire essere una “scuola di umanità”? Con le mie parole dico che la famiglia non solo accudisce, perché l’accudimento può avvenire in tanti modi: gli esempi che si sono fatti prima della tecnologia sono esempi e sono già avvenuti anche senza la tecnologia. Tutti forse ricorderete negli anni Sessanta e Settanta, quando addirittura nei Kibbutz c’era l’idea che, per procurare una crescita migliore ai figli, dovessero essere tolti precocemente dalla famiglia e forniti di tutta una serie di competenze e di cure anche senza la tecnologia; questo mito della famiglia come “luogo delle competenze” è sempre stato vivo. Esito: le persone ne uscivano furibonde, arrabbiatissime, non felici di vivere, con un’aggressività e una violenza per cui si è corso ai ripari e i figli sono stati rimessi nelle loro famiglie. Quindi non è l’accudimento, è un prendersi cura che nasce da questo rapporto di carne e ha una caratteristica peculiare: ti prendi cura di tutta la persona e non solo di un ruolo; si dice “ruolo del padre”, si dice “ruolo del figlio”, ma in realtà è un modo di dire, perché non è un ruolo, perché tu stai nella famiglia, l’unico luogo in cui tu stai tutto intero, non per un pezzo. «Morto un papa se ne fa un altro», si dice; nessuno potrebbe dire: «Morto un figlio lo sostituisco con un altro». La specie Homo sapiens genera, non riproduce, e generando mantiene la specie, ma non mantiene solo la specie, perché ciascuno è unico e irrepetibile, è insostituibile.

Vediamo il discorso che Hadjadj ha fatto a livello dei genitori, dal punto di vista del figlio, anzi dal punto di vista del generato. Perché non ci sono i genitori nel senso del ruolo genitoriale, ci sono dei generanti e allora vediamo questo generato: qual è il sapere del generato, qual è lo statuto del generato, che lo rende umano, che non lo rende un piccolo animaletto competente, un piccolo robot sapiente. Lui sa chi è se è riconosciuto, se ha un posto non rimpiazzabile. Sa chi è, e questo è il sapere che dà la famiglia, che dà solo la famiglia, che può dare anche una famiglia non competente, che non ha fatto le scuole superiori. Questa è l’esperienza elementare di tutti noi, ma anche della vita dei grandi di cui leggiamo grandi cose: andiamo a vedere la vita familiare e scopriamo che avevano alle spalle famiglie molto semplici e che presumibilmente non avevano particolari competenze. Che cosa gli hanno trasmesso insieme al latte materno, insieme allo sguardo attento paterno, insieme all’accudimento e a questa autorità senza competenza? Ecco, sa chi è non solo se ha ricevuto cure adeguate ‒ è meglio se ci sono anche le cure adeguate, ovviamente ‒ ma se può riconoscersi nel suo punto di origine, che è dato da quel padre e quella madre. Se sa riconoscersi come frutto di un congiungimento tra un padre e una madre che sono a loro volta generati, quindi se è dentro una catena generazionale. Questo è il sapere che dà la famiglia, questo è il sapere del figlio; se non sa chi è, è un figlio di N.N.: una volta c’era ancora N.N. ed era una cosa terribile, “figlio di N.N.”, sei un ignoto. Tu non sei un bambino, sei un figlio, la famiglia fa figli, non fa bambini. Nella famiglia tecnologica o nelle unioni cosiddette “civili” ‒ mi colpisce sempre questa storia del civile: ci si separa “civilmente”, con questa idea del controllo ‒ sono bambini, non sono figli. Il dramma del vuoto d’origine è un dramma ineliminabile; non credo che questi bambini diranno ai genitori «perché non mi hai fatto perfetto?», ma potranno dire «perché mi hai messo non nel dramma della famiglia, ma nella tragedia di non sapere da dove vengo?».

Questa è la cosa più terribile che possa capitare all’essere umano. Gli esseri umani hanno persino inventato la lupa per dire l’origine della città. Il tema dell’origine segna il generato, gli dà identità. Certamente noi possiamo fare delle lezioni ‒ come si usa adesso ‒ di autostima: sembrano tante volte delle scimmiette ammaestrate a cui diciamo «Bravo! Bravo! Bravo!». Sì, si incoraggia, ma la stima che dai, la fiducia è che tu sai da dove vieni, hai un’origine, hai un posto e questo posto è non rimpiazzabile. Tu puoi essere un bambino handicappato, ma se sei figlio di una famiglia non sei sostituibile e questo è un sapere elementare di cui qualsiasi genitore credo possa testimoniare e di cui il figlio è portatore. Ecco, questo mi parrebbe il punto fondamentale che solo la famiglia può dare; nessun’altra agenzia può sostituire questo, perché può dare un’origine solo artificiale, un’origine monca, un’origine anonima. Questo punto va recuperato.

Ma anche il tema dell’eterologa tocca questo punto, a mio parere con grande superficialità della drammaticità di queste scelte: si imboccano queste strade, ma anche lì verrà il momento in cui c’è un buco nella storia della persona e questo tipo di domanda sarà senza risposta. Ecco allora la famiglia: il figlio nasce da questo riconoscimento. Metterei il tema del riconoscimento come essenziale ‒ vedo qui Francesco Botturi, che l’ha richiamato molte volte anche nei suoi scritti ‒ e da qui può nascere poi questo riconoscimento. È un riconoscimento plurimo, che non si fa tutte le volte, è un riconoscimento sempre messo alla prova. I figli quante volte dicono: «Non vorrei riavere questi genitori!», quindi vorrebbero disconoscere i genitori, e i genitori certe volte messi alla prova vorrebbero disconoscere un po’ i figli e dire: «Beh, insomma, vorrei un figlio migliore…». Ma non puoi sostituirlo, quindi questo ridare riconoscimento è qualche cosa che è costantemente messo alla prova in un lavoro famigliare. Il lavoro educativo della famiglia è artigianale, fatto per tentativi ed errori, quindi sempre soggetto a possibili scacchi. Per questo noi diciamo che l’educazione è il proseguimento della generazione, perché quello che dà la famiglia poi va “accompagnato” da un lavoro di altre fonti benefiche, di altre fonti generative sul primitivo riconoscimento di «chi sono io? Da dove vengo?», la prima modalità per cui uno dice «da dove vengo?» è «da dove sono generato?». La famiglia fa tutto questo.

Nella Lumen Fidei c’è un punto su questo: la famiglia dà la vita e il nome. Ve lo leggo: «La persona vive sempre in relazione, viene da altri, appartiene ad altri, la sua vita si fa più grande nell’incontro con altri. E anche la propria conoscenza è di tipo relazionale ed è legata ad altri che ci hanno preceduto, in primo luogo i genitori che ci hanno dato la vita e il nome».

Dare il nome, tutte le culture danno un nome, è un modo con cui dai un destino, sigli l’irrepetibilità, il volto specifico della persona. Io trovo molto poetica questa frase: «Tu dai la vita e il nome», cioè tu sei tu con tutto te stesso e non puoi essere rimpiazzato. Bene, questo è un lavoro che può fare solo la famiglia e che prosegue negli anni attraverso prove, tentativi ed errori, con tutto l’impegno e il sacrificio che tutte le famiglie, più o meno maldestre, conoscono, e che porta a consegnare alla società ciò che hanno generato: questo «bene comune», questo «capitale sociale primario». Il professor Campiglio, un’economista, dice: «Il bene comune del nostro futuro, ma il cui costo è in gran parte responsabilità privata delle famiglie anziché parte di una condivisione sociale». Bene, le famiglie fanno questo, per questo sono il bene della società, consegnano questo «generato», che è il capitale fondamentale della società, che sarà poi un generante perché questo generato non finisce qui, lui sarà a sua volta un generante. Quando Papa Giovanni Paolo II ha parlato ai giovani sulla famiglia ho trovato un pezzo in cui lui commenta «Abbandonerai tuo padre e tua madre» e dice: «Abbandonando il padre e la madre, quindi la famiglia, ognuno di voi porta dentro di sé questo patrimonio, e quindi ognuno di voi rimane legato con un’eredità che lo lega stabilmente a coloro che l’hanno trasmessa a lui e ai quali deve così tanto. Ed egli stesso, lei o lui, continuerà a trasmettere la sua eredità». Cioè se tu sai da dove vieni, se tu sei un generato, potrai essere un generante, cioè qualcuno che a sua volta trasmetterà questo. Il bene che la famiglia consegna al sociale, dunque, non è un bene che finisce, che è consumato, ma è un bene che riprodurrà un altro bene. Questo è un momento in cui, mi pare, vada ripreso il tema non dei valori che fondano una famiglia, ma il valore della famiglia come qualcosa che vale, perché «valore» vuol dire che vale. Quando dico: «che vale» devo ridire una cosa che Marco Martini mi ha detto e che non dimenticherò mai: ha detto «valore», poi si è fermato e ha ripetuto: «valore, vale la pena, c’è sempre un po’ di pena nel valore». Il valore ha dentro anche una fatica, come dire, un sacrificio. Allora «dare onore sociale alla Chiesa», di nuovo Papa Francesco qualche giorno fa ha ridetto: «… è necessario dare onore sociale alla famiglia, nella gioia del dolore, dare valore alla fedeltà dell’amore, alla promessa – e dice – è necessario sottrarre alla clandestinità il quotidiano miracolo – miracolo perché è un miracolo – di milioni e milioni di donne e uomini che rigenerano il fondamento famigliare del quale ogni società vive senza essere in grado di garantirlo in nessun altro modo».
Quindi questo tema del riconoscimento secondo me va ripreso con forza: questo bene paradossale così generato che è il miracolo della vita, che costituisce l’identità, il figlio quindi, è tale in quanto riconosciuto. Allo stesso tempo anche la famiglia deve essere riconosciuta perché se non è riconosciuta dal sociale non può sapere chi è.

L’ultima parola è sul tema del dramma già citato che è la fragilità. Si usa questa parola «fragilità» che è una bella parola, ma a me non piace quando identifica una categoria di famiglie come se ci fossero le «famiglie fragili». Vi faccio una domanda: «Chi qua si ritiene una famiglia non fragile?». Cos’è la fragilità? La fragilità della famiglia è perché la famiglia produce un bene prezioso, è la fragilità dei beni preziosi.
Martha Nussbaum ha scritto un libro che si chiama La fragilità del bene. Dice: «Chiunque ama un figlio si fa vulnerabile» e l’amore per il figlio è un bene autentico. C’è una fragilità e un dramma che è insito nei legami famigliari perché uno espone totalmente se stesso. Certo il figlio è dentro in tutto il suo essere nella famiglia, ma ognuno di noi espone totalmente se stesso.

L’uomo espone totalmente se stesso alla donna e viceversa; questa esposizione totale può essere oggetto di grandi ferite, sappiamo tutti che le più grandi ferite che ci diamo, ce le diamo nelle famiglie perché dopo un po’ uno dice: «Bè buona sera… chiudo la porta e ti dimentico…». Sono beni fragili perché sono beni preziosi, perché uno si espone totalmente.

Al giorno d’oggi è scoperchiata la categoria della sottomissione che parecchi decenni fa costringeva il rapporto uomo-donna oppure la relazione genitori-figli e sostituita nell’avventura di un mito, di una parità, parola che non mi piace: Giovanni Paolo II ha inventato la parola «unidualità» per dire della differenza radicale che c’è tra uomo e donna, insieme all’«unità» in questa differenza, che è ben altra cosa che una semplice parità. In questo contesto l’avventura della consegna ad un altro da sé, questa esposizione all’altro – che è altro da te come uomo o donna e altro da te come figlio – nella generazione della vita è sicuramente una cosa fragile, però preziosa.

Allora io direi che oggi noi siamo di fronte alla scelta di percorrere la strada sterile del così detto diritto dell’individuo di autorealizzarsi, illudendosi che qualsiasi tipo di legame possa davvero essere generativo, oppure possiamo avventurarci, avere il coraggio ancora di avventurarci, trascinando in questo anche i nostri fratelli che vivono vicini, nella vita delle famiglie, supportandone l’impagabile compito di creare la ricchezza del futuro. Non si tratta di innovazione, il generato è una novità, come ricorda Hannah Arendt, quindi non è un’innovazione, non è la strada dell’innovazione ma è la strada dell’assoluta novità che compare quando un essere nuovo viene al mondo.

Questa impresa può essere fatta solo dalle famiglie ma non dalle famiglie lasciate sole, perché i valori fondativi del famigliare, che sono attualmente in crisi nelle stesse famiglie, attendono di essere ripresi e riconosciuti nel sociale, nella comunità, perché possano di nuovo vivere. Perché non è dato che un popolo o una cultura possano rigenerarsi e quindi arricchirsi affidando tutto a norme contrattuali, a difesa dei diritti dei singoli e a regole di trasparenza che colgono solo, a mio parere, la superficie dei problemi umani.

***

LORENZA VIOLINI: Avendo trascorso parte della giornata leggendo l’importante documento che il Sinodo ha offerto al Papa, i suoi svariati punti, i suoi svariati capitoli, tutte le declinazioni che sono ivi contenute, penso che questa serata possa aiutarci a entrare con più competenza, con più intelligenza e con tante domande sulla nostra esperienza proprio in quello che la Chiesa oggi ci dice, quello che il Papa, la Chiesa, in questo grande momento ci dicono. Credo che la cosa più preziosa che io porto a casa è che sarebbe molto interessante continuare questo dialogo. Mi sembra che non abbiamo chiuso questioni, ma che le abbiamo aperte; abbiamo un pochino illuminato la nostra esperienza ma come diceva la Professoressa Scabini prima mentre discutevamo, oggi non è più neanche tanto «Il tempo dei competenti», è proprio invece il momento in cui possiamo riscoprire la profondità della nostra esperienza, della nostra esperienza singolare. Io per questo ringrazio i nostri due relatori, ringrazio anche il traduttore che ci ha consentito di entrare in modo così vivo nel linguaggio e nel parlare di Fabrice, e ringrazio anche tutti voi per l’attenzione.

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