Manuale di Sopravvivenza al tempo del gender 8/8

16 febbraio 2016 08:55 3 comments

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redazione

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Di Assuntina Morresi

AGOSTO 2015

OTTAVO CAPITOLO – I cattolici e la politica, al tempo del gender

loccidentale.it

Molti hanno chiamato la manifestazione del 20 giugno scorso “Family Day”, come fosse la seconda edizione del Family Day del 2007. Ma in comune i due eventi hanno avuto solo la Piazza, sempre quella San Giovanni. Per il resto, non avrebbero potuto essere più diverse, nonostante siano passati solo otto anni fra le due.

Un dato su tutti: nel 2007 in piazza i politici c’erano tutti, anche se a titolo personale, tranne quelli che avevano direttamente promosso i Di.Co. Era importante esserci perché era evidente che il voto cattolico pesava, in modo determinante. L’unità politica dei cattolici, nel senso di un unico partito di riferimento a cui la Chiesa delegava l’azione politica, era finita con l’abbattimento della DC da parte di “Mani pulite”, e sotto la guida della CEI del Card. Ruini si era trasformata in unità intorno ai temi della rivoluzione antropologica, e in genere sui “principi non negoziabili”. I cattolici si candidavano in partiti diversi, anche se soprattutto in quelli di centro-destra, ma erano tenuti a essere insieme in queste specifiche battaglie, sganciati dai partiti di riferimento. Era il modo in cui si era attuata l’“eccezione italiana”: mentre negli altri paesi la Chiesa era già in ritirata di fronte all’avanzata della secolarizzazione, in Italia i cattolici erano molto presenti nell’arena pubblica e nella politica, visibilmente riuniti, appunto, insieme e guidati dai loro vescovi, attorno ai “principi non negoziabili”.

Durante il governo Prodi, ad esempio, non si riuscì a fare la legge sul testamento biologico, nonostante Ignazio Marino ce l’abbia messa tutta, perché in parlamento anche diversi cattolici di sinistra remarono contro. Contro le unioni civili la CEI intervenne direttamente, e i Di.Co. naufragarono nell’impatto con Piazza San Giovanni, dove comunque non erano pochi i cattolici di sinistra presenti, per distinguersi pubblicamente dalla posizione del proprio governo, compreso un giovane Matteo Renzi, che, non a caso, all’epoca volle proclamare tutta la sua convinta adesione. E la precedente campagna referendaria per confermare la legge 40 sulla procreazione assistita – legge approvata dalla maggioranza del governo Berlusconi, nel 2004 – sempre condotta dall’associazionismo cattolico a guida CEI di Camillo Ruini, era riuscita a portare con sé una buona parte del mondo laico, scombinando parecchio il panorama culturale.

L’ultimo atto di quel mondo è stata la battaglia sul caso Englaro, che se non è riuscita a salvare Eluana dai pronunciamenti della magistratura ha però coinvolto la politica in tutti i suoi livelli – dai consigli comunali a quelli regionali fino allo scontro ai massimi livelli istituzionali, fra il governo Berlusconi e il Presidente della Repubblica Napolitano – e quindi l’intero paese in una vicenda drammatica che comunque non si è più replicata in altri casi simili.

Il Consiglio dei Ministri che votò unanimemente per il decreto salva-Eluana – decreto che poi Napolitano non volle firmare, dicendo che non c’erano le condizioni di urgenza – era l’espressione di una classe politica che, nell’ambito dei “principi non negoziabili”, riconosceva la leadership dei cattolici, e anzi a quei politici cattolici si affiancavano anche diversi laici.

***

Lo scorso 20 giugno invece in Piazza San Giovanni i politici erano pochissimi, perché raccogliere quell’invito non era vantaggioso, ma, al contrario, un atto di coraggio: sostenere certe posizioni, in parlamento, adesso porta inevitabilmente all’isolamento politico, anche all’interno del proprio partito. Pensate veramente che la presenza in quella piazza abbia portato vantaggi a Giovanardi e Sacconi, per esempio?

Pensate veramente che i 28 deputati, su quasi seicento, che hanno votato contro il divorzio breve, ne abbiano avuto un qualche tornaconto politico, dentro e fuori i rispettivi partiti di appartenenza, o comunque in parlamento?

Un parlamento dove in un paio di giorni più di duecento deputati hanno sottoscritto una proposta di legge a favore della legalizzazione della cannabis. Un parlamento dove la presenza cattolica è ridotta al lumicino.

Perché questo cambiamento, in soli otto anni?

Sicuramente è in atto un pesante processo di secolarizzazione, che però nel nostro caso non è il motivo principale: la presenza dei cattolici in politica è stata indebolita dall’interno del mondo cattolico stesso. Era il partito di Berlusconi a raccogliere la gran parte di questo voto, ed era dentro Forza Italia, e poi Pdl, il più consistente gruppo di parlamentari di riferimento di quel mondo.
Il problema è scoppiato con le note vicende personali di Berlusconi, che risultarono imbarazzanti e poco digeribili anche da molti cristiani, compresi molti di quei vescovi che fino a quel momento l’avevano sostenuto, proprio in forza dell’agibilità politica che Berlusconi aveva dato ai cattolici nel suo partito e nei suoi governi. Non mancò chi in nome della distinzione fra “peccato” e “reato” ha continuato a sostenere vigorosamente l’uomo di Arcore (compreso chi scrive, che all’epoca è intervenuta convintamente a un famoso evento pubblico al teatro dal Verme di Milano, organizzato da Giuliano Ferrara, che aveva proprio questo obiettivo). La rottura del mondo cattolico con Berlusconi fu graduale e irreversibile. Furono proprio quelle circostanze a favorire la rovinosa “operazione Todi”, nella quale un gruppo di cattolici provenienti per lo più dai tradizionali ambiti associativi – dalle ACLI a Sant’Egidio, passando per Scienza & Vita –, si proposero per una “nuova stagione dei cattolici in politica”, e lo fecero, incredibilmente, in nome di quella che fino ad allora, secondo loro, era stata l’irrilevanza dei credenti nella scena pubblica. Un’irrilevanza che era piuttosto la loro, visto che la gran parte si riferiva a quell’area progressista marginalizzata dall’avvento di Berlusconi.

È stato sostanzialmente il tentativo di un gruppo di cristiani – quelli “di Todi” – di sostituirsi a un altro gruppo – quelli del PdL – che fino a quel momento ne aveva avuto la leadership politica, vincente.
Il risultato è purtroppo noto: raccolti sotto l’ombrello di Mario Monti, i protagonisti di Todi sono riusciti a togliere parte dei voti cattolici a Berlusconi, indebolendo la leadership del gruppo dei cattolici al suo interno, ma ottenendo in compenso anche ruoli di spicco nel governo Monti. Segni della loro presenza politica: non pervenuti. Il fallimento di Monti (che ha coinvolto anche loro, e ad essere malevoli si potrebbe dire che è un fallimento a cui hanno contribuito) ha portato alcuni a chiamarsi fuori dalla politica, mentre chi è rimasto si è disperso in gruppi differenti, sempre in area progressista, nella generale irrilevanza. Dall’altra parte, i sopravvissuti del centro destra, molto diminuiti numericamente, sono quasi tutti passati nel Nuovo Centro Destra di Alfano, confluiti poi in Area Popolare (Ap, insieme a quel che resta dell’ Udc).

L’operazione Todi ha quindi contribuito a delegittimare Berlusconi, e insieme a lui ha fiaccato fortemente la presenza di quei cattolici che pure avevano lasciato il segno in tante circostanze, ma dei quali non è mai stata riconosciuta pubblicamente l’azione incisiva e il peso esercitato.

Alle mutate condizioni politiche si è affiancato un grande cambiamento anche all’interno della chiesa stessa, sottoposta prima a pesantissimi attacchi interni ed esterni, e scossa poi dalle dimissioni di Benedetto XVI. Con Papa Francesco tutto è cambiato: il pontefice venuto dalla fine del mondo ha parlato più volte, per esempio, contro la “teoria gender”, e pure con estrema durezza, ma la piazza “stop al gender” dello scorso 20 giugno non è stata convocata dalla CEI, come otto anni fa.

Ap ora è alleata del governo Renzi, e con lei i resti di quel gruppo di cattolici che pure con il governo Berlusconi si era distinto, ma lo scenario attuale rende tutto radicalmente diverso rispetto a otto anni fa.

Il peso dei cattolici è infinitamente minore, anche se il Presidente del Consiglio ha bisogno dei voti di Ap. Condizioni tanto diverse portano necessariamente a politiche differenti, pur essendo immutati i convincimenti.

Innanzitutto, viste le proporzioni in parlamento, adesso è necessario porsi con chiarezza le priorità, ed agire di conseguenza. Il che non significa seguire il criterio del “male minore”, ma cercare di ottenere risultati.

Il caso della “buona scuola” di cui abbiamo già parlato è molto indicativo: come già spiegato in precedenza, si poteva decidere di far cadere il governo per il comma 16, in cui è inserita la citazione di una legge che già c’è, come chiedevano a gran voce tanti manifestanti di piazza San Giovanni. Se Ap l’avesse fatto, i suoi politici al governo sarebbero stati semplicemente sostituiti con altri di FI, o con il gruppo di Verdini al Senato (alla Camera il Pd non ha bisogno dei suoi alleati per avere la maggioranza) e Ap sarebbe andata all’opposizione, senza più alcun peso politico da fare valere sulla legge Cirinnà, o per la liberalizzazione della cannabis, tanto per fare qualche esempio. Cioè si sarebbe tirato a una mosca con un cannone, per trovarsi disarmati nella guerra contro l’esercito nemico.

Non aver capito questo, da parte di tanti cattolici, ha significato per il gruppo dei cattolici dentro Ap essere stretto fra due fuochi: quello dell’alleato e principale azionista di governo, il Pd renziano, che ha posto il voto di fiducia sulla “buona scuola”, e quello del fuoco amico di tanti cattolici. Cattolici che, invece di sostenere hanno paradossalmente isolato ancora di più quei pochi che ancora li rappresentano, rafforzando chi sostiene che la “teoria gender” non è un problema, e che le piazze non vanno ascoltate.

Il problema è che alcuni non si rendono conto della profonda e radicale trasformazione politica avvenuta, che nel parlamento è molto più accentuata rispetto al sentire della società. Senza questa consapevolezza, però, il rischio è di azzerare anche quella residua presenza cristiana che, drasticamente ridimensionata rispetto al passato, conserva un unico punto di forza, quello che le dà l’essere alleato indispensabile di governo.

Voglio essere estremamente chiara: i numeri dei cattolici in parlamento sono del tutto inadeguati per ottenere un qualsiasi risultato in termini politici. La loro presenza numerica è talmente ridimensionata rispetto al passato che, se non fossero al governo, nessuno si accorgerebbe della loro esistenza: ricordiamo ancora una volta i 28 contro il divorzio breve. Quello è l’ordine di grandezza, voto più, voto meno. L’unico peso che hanno è quello di essere alleati indispensabili, anche se “di minoranza”, nel governo Renzi. Ed è bene anche essere consapevoli che una crisi di governo adesso probabilmente non porterebbe alle elezioni, ma, vista la frammentazione in parlamento, ad una sostituzione di un gruppo parlamentare con un altro, che non sarebbe certo di riferimento per i cristiani (area Verdini, per esempio).

Oggi l’unica possibilità di portare qualche risultato sulle tematiche di cui stiamo parlando è proprio la presenza al governo. L’abbiamo visto per esempio con lo stop alla legge Scalfarotto sull’omofobia, o anche con le circolari del Ministro Alfano ai prefetti, contro le trascrizioni dei matrimoni gay all’estero – a cui si sono opposti alcuni sindaci di peso del Pd – ma anche la stessa circolare esplicativa del Ministro Giannini sulla “buona scuola” rispetto alla “teoria gender” e l’ostruzionismo per il ddl Cirinnà, sono alcuni esempi, che non ci sarebbero stati, senza quel peso che dà la partecipazione al governo.
È vero che dai banchi dell’opposizione c’è chi sembra condividere certe battaglie: pensiamo alla Lega e a Fratelli d’Italia, per esempio. Ma è necessario essere intellettualmente onesti: senza mettere in dubbio le sincere convinzioni personali di molti, è bene capire che la loro è la logica delle opposizioni al governo, in generale, nell’interesse del proprio partito, come è anche legittimo e comprensibile che sia, e non del raggiungimento di alcuni obiettivi concreti, a prescindere dal partito.

Porto ad esempio un episodio secondario ma secondo me rivelatore: in piazza San Giovanni la Meloni è arrivata da sola e da sola si è fatta riprendere da giornali e tv, per evidenziare la presenza del proprio partito, mentre il gruppo dei “parlamentari per la famiglia”, iniziativa nata per contrastare trasversalmente il ddl Cirinnà, è andato insieme – da Giovanardi e Quagliariello a Malan e Gigli, le presenze erano miste, maggioranza e opposizione – per dare invece risalto alla trasversalità, rafforzando l’obiettivo comune.

Un esempio ancora più chiaro è proprio quello del ddl sulla buona scuola. Alla Camera, durante il primo passaggio della legge, la Lega non ha fatto osservazioni sul “pericolo gender”. Chi ha sollevato il problema? Soltanto il gruppo Ncd-Ap, che ha condizionato il proprio voto favorevole all’approvazione dell’ordine del giorno Roccella sulla libertà di educazione, chiedendo inoltre al ministro di esprimersi pubblicamente in aula sul tema (cosa che la Giannini ha fatto). Solo quando il ddl è tornato alla Camera dopo essere passato per il voto del Senato, la Lega ha scatenato un’enorme bagarre, cioè quando la problematica era emersa a livello nazionale, c’era stata la manifestazione del 20 giugno, e uno scontro plateale avrebbe garantito visibilità e consenso. Una visibilità e un consenso funzionali al partito, sicuramente, che però non hanno portato alcun risultato concreto, anche perché né la Lega né Fratelli d’Italia hanno appoggiato la richiesta alla Giannini della circolare. Cosa che avrebbero potuto fare, dando più forza alla richiesta, anche votando contro la legge.

Ma la possibilità di esprimere e manifestare liberamente le proprie idee deve restare l’obiettivo primario e non negoziabile in tutta questa faccenda “gender”. Di clima intimidatorio abbiamo già parlato. E nei paesi in cui le nozze gay si sono affermate, sia per via referendaria, come in Irlanda, che mediante un pronunciamento di una corte, come negli Stati Uniti, fin da subito sono emersi problemi per chi comunque non condivide non solo il risultato finale – le nozze gay, appunto – ma, ovviamente, anche le premesse culturali e/o ideologiche.

La rivoluzione antropologica in atto, di cui la “teoria gender” è solo un aspetto, finora ha sempre portato con sé un forte tratto di intolleranza e intimidazione da parte di minoranze – come quella LGBT –sovrarappresentate dai media. Straordinariamente indicativo a proposito, per comprendere quanto sta accadendo a proposito, l’articolo scritto da John Waters, leader del fronte del no al referendum irlandese, il giorno prima del voto.

Un articolo molto significativo anche dal punto di vista del rapporto fra cattolici e politica al tempo della rivoluzione antropologica: nelle dovute differenze storiche e di contesto culturale e politico, gli aspetti fondamentali delle vicende raccontate sono senza dubbio comuni a tutti coloro che si trovano a combattere certe battaglie, soprattutto cattolici, e fanno davvero riflettere.

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