Le 5 mosse da compiere, per non sbagliare proprio ora

17 febbraio 2016 14:50 17 comments

Di Mario Adinolfi

17 febbraio 2016

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Il ddl sulle unioni gay subisce l’ennesimo rinvio, stavolta a martedì 23 febbraio, ma i proponenti hanno facce da funerale e avvertono il vento della sconfitta. Cirinnà e Scalfarotto, Lo Giudice e Orlando entravano tronfi nell’aula del Senato all’avvio del dibattito appena due settimane fa, certi di avere in pugno la vittoria. Lo Giudice si lasciava andare ad un’intervista a Le Iene che era un clamoroso autogol in cui il compagno ammetteva candidamente che il ddl gli serviva per legittimare attraverso la stepchild adoption la pratica di utero in affitto compiuta con centomila euro negli Stati Uniti; il ministro Orlando si dimenticava del ruolo istituzionale e faceva il tifoso della maternità surrogata mascherata dall’articolo 5 del ddl difendendolo a oltranza; addirittura l’europarlamentare gay Daniele Viotti si lasciava andare a plateali e volgarissimi insulti per iscritto contro i cattolici eletti nel suo stesso partito, con un timeng perfetto, dimostrando che la politica non è attività adatta ai poco intelligenti.

Il resto ormai è storia e chi ha letto i 250 numeri de La Croce sa che abbiamo spiegato praticamente tutti i giorni che il ddl Cirinnà era molto fragile e sbagliava chi proponeva di non combattere secondo la teoria che avevamo già perso. Indicavamo come principale elemento di fragilità politica il fatto che il ddl poggiasse su un asse politico innaturale Pd-M5S i cui interessi sono evidentemente confliggenti e i grillini non avevano alcun vantaggio a regalare una vittoria a Matteo Renzi. Così, è accaduto quel che doveva accadere, perché la politica ha una sua logica: l’asse Pd-M5S si è polverizzato sul passaggio più arrogante, quello del “super-canguro” clamorosamente incostituzionale e prepotente, che puntava addirittura a strozzare il dibattito parlamentare impedendo la discussione degli emendamenti. Si è trattato di un pretesto colto furbescamente da Grillo e Casaleggio? Non lo so, certo è che i grillini avrebbero perso molta credibilità avallando un passaggio così, visto che i “canguri” li avevano sempre osteggiati.

Piuttosto ingenuo, invece, chi si è messo nelle mani del M5S in maniera così fideistica. Monica Cirinnà ora fa mea culpa, Luigi Zanda che pure è tipo esperto ha guidato il suo gruppo verso un disastro politico, Ivan Scalfarotto sempre più fesso prima delle votazioni decisivi andava dal senatore grillino Airola confessando apertamente: “Siamo nelle vostre mani”. Matteo Renzi, di ritorno dal viaggio in Sud America, sarà infuriato con tanta insipienza politica e anche con il suo giglio magico, visto che la war room di Palazzo Chigi attivata da Luca Lotti e Maria Elena Boschi per convincere uno ad uno i riottosi senatori cattolici del Pd non ha portato alcun risultato concreto. Gongolava alla fine anche Miguel Gotor, bersaniano e a favore del ddl Cirinnà, che però preferirebbe e molto vedere Renzi nella polvere. Il che spiega che il premier ha ficcato le mani in un alveare e le vespe che ora vorrebbero conficcargli il pungiglione nella pelle sono molte.

Come si può salvare Renzi? Seguendo le cinque mosse che chiunque abbia a cuore il recupero di serenità di un’Italia che il ddl Cirinnà non lo voleva e non lo vuole dovrebbe aiutare a compiere, a partire dal comitato Difendiamo i nostri figli e da chi ha partecipato alle grandi manifestazioni del 20 giugno e del 30 gennaio, che sono la ragione per cui quella legge, che doveva essere legge prima della pausa estiva del 2015, non è legge manco a fine febbraio 2016.

La discussione del ddl Cirinnà è stata rinviata a martedì 23 febbraio dal presidente del Senato, Pietro Grasso, arbitro non proprio imparziale della partita che per una fase è sembrato letteralmente prendere ordini (ordini ondivaghi peraltro) dalla war room di Palazzo Chigi. Questo a proposito di chi difendeva l’autonomia della seconda carica dello Stato a proposito di presunte ingerenze determinate da una frase e mezza pronunciata a difesa della libertà dei parlamentari da parte del cardinale Angelo Bagnasco.

Prima del 23 febbraio occorrerà mettere in atto questi cinque passaggi chiarificatori:

1. LO STRALCIO NON È UNA SOLUZIONE. L’ipotesi secondo cui ora il Pd potrebbe passare da un’intesa con il M5S ad un accordo con i più affidabili (e addomesticati nei giorni scorsi a colpi di poltrone) alfaniani e verdiniani deve essere bloccata sul nascere. L’accordo verrebbe realizzato stralciando l’articolo 5, quello sulla stepchild adoption, ma la soluzione realizzata scontenterebbe tutti: sia i proponenti che sarebbero presi a pietrate dal mondo Lgbt di riferimento, che la piazza del 30 gennaio che con chiarezza ha fatto risuonare al Circo Massimo una sola richiesta, il ritiro della legge. A chi giova varare una norma che non piace a nessuno?

2. PER LA PRIMA VOLTA RENZI NON HA I NUMERI. Dovrà essere evidente nel dibattito pubblico quello che su La Croce abbiamo scritto molte volte: incaponendosi su una legge orrenda, incostituzionale e violatrice dei diritti dei bambini e delle donne, Renzi si è infilato in un vicolo cieco che non poteva che portare agli esiti ormai accertati. Per la prima volta su un provvedimento il premier si ritrova in minoranza: contava di sostituire i voti mancanti degli alfaniani con il soccorso grillino, ma mai calcolo fu più ingenuo. Grillo si è mascherato da tigre, ha artigliato i suoi e imposto loro di non fare regali a Renzi. Una legge così non ha la maggioranza dei consensi nel Paese, non può averla neanche in Parlamento. Perché incaponirsi?

3. LA LEGGE È PLATEALMENTE INCOSTITUZIONALE. Se pure fosse andato tutto liscio in questi giorni al Senato (e, per le ragioni indicate, non poteva accadere) il ddl Cirinnà è una proposta di legge platealmente incostituzionale e l’allerta del Quirinale era già dato per piuttosto alto. Dopo le fallite forzature sul piano parlamentare, davvero Renzi potrebbe sostenere poi una valutazione negativa da parte di Sergio Mattarella, una eventuale negazione della firma presidenziale sulla legge con conseguente rinvio alle Camere? Le ragioni di incostituzionalità della legge sono infinite e anche la procedura parlamentare ha violato clamorosamente l’articolo 72. Perché esporsi a uno smacco del genere?

4. IL REFERENDUM SULLA RIFORMA È TRA 7 MESI. Le innumerevoli forzature costituzionali e sul regolamento del Senato tentate in maniera fallimentare dal Pd in questi giorni per arrivare di prepotenza all’approvazione del ddl Cirinnà hanno lasciato un retrogusto amaro: la sensazione che Renzi volesse ignorare del tutto il parere popolare, contrario alle unioni gay con punte dell’ottanta per cento sulla stepchild adottino. Per chi tra sette mesi chiederà il voto su una riforma costituzionale che aumenterebbe in maniera esponenziale i poteri del premier, fiaccando tutti i contrappesi e con una sola Camera di fatto a propria disposizione, non si tratta di un buon biglietto da visita. Non a caso i primi sondaggi di questi giorni, con tanto di richiesta alla Rai di silenziarli, danno Renzi sotto di venti punti sul referendum costituzionale di ottobre. Efficace lo striscione del Circo Massimo: Renzi ci ricorderemo. Ricordarlo, in questa settimana.

5. L’INFORMAZIONE FACCIA MEA CULPA E SI RIEQUILIBRI. In questi mesi giornali, telegiornali, trasmissioni radiotelevisive di informazione e di intrattenimento sono stati a senso unico. Non si può accendere un programma senza ascoltare i conduttori in premessa far capire o dichiarare apertamente di essere a favore delle unioni gay, fino alla farsa del festival di Sanremo trasformato in un gay Pride. Ma come a Sanremo hanno vinto i soli che non si sono uniformati alla sfilata del nastrino arcobaleno obbligatorio, così in Parlamento l’esito che secondo radio e tv e giornali era scontato, non è avvenuto. Ora però, a partire da questa settimana, si provi a dare conto in maniera equilibrata delle diverse posizioni nel paese. Ricordando che l’esclusione dei cattolici dall’agone pubblico è un principio che alcuni auspicano, ma che per ora non può essere realizzato. I cattolici ci sono e vanno ascoltati anche se “hanno rotto il cazzo” (copyright Daniele Viotti, che Dio ce lo conservi in salute) e forse rompendolo stanno salvando l’Italia da una legge disastro. Ah, se poi qualcuno alla Santa Sede ritenesse che è ora di dire una parola a difesa della famiglia naturale contro una legge orrenda come quella che martedì 23 febbraio riproveranno a far passare, sarà parola benedetta e forse determinante. Il lavoro sporco l’abbiamo fatto noi, quelli cattivi siamo noi. Ora abbiamo messo la palla sulla linea della porta, serve solo qualcuno che abbia voglia di spingerla in rete.

Un gol alla volta, un gol alla volta, la rimonta impossibile è sotto i nostri occhi. Merito di chi ci ha creduto, merito di chi non si è mai scoraggiato.

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