I cattolici in Messico, spinti in sacrestia da persecuzioni, compromessi e «rassegnazione»

23 febbraio 2016 20:53 0 comments

Di Benedetta Frigerio

18 Febbraio 2016

tempi.it

Martedì scorso nello stadio messicano di Morelia, dove 20 mila persone si sono radunate per la visita del Pontefice, una parola è rimbombata più volte, la parola “rassegnazione”. Papa Francesco l’ha indicata come il pericolo maggiore per la Chiesa locale, per «i laici ma anche l’episcopato» di fronte agli «ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione e dal traffico di droghe».

PRETI ASSASSINATI. Nei giorni precedenti alla visita, i giornali avevano ripreso il rapporto elaborato dal Centro cattolico multimediale della Chiesa locale, da cui emerge che il Messico è ancora uno dei paesi in cui la religione cattolica è più perseguitata. Negli ultimi 10 anni gli omicidi sono cresciuti del 275 per cento, con 28 preti assassinati, 1.520 casi di estorsione, 3.220 chiese profanate e danni per 10 milioni di pesos. Andando a leggere i fatti di cronaca riportati dai giornali non si trovano, però, denunce del fenomeno né prese di posizione pubbliche della Chiesa di fronte alle violenze.

LE SICUREZZE «APPARENTI». Domandando quale sia la tentazione davanti a «una realtà che sembra inamovibile», il Papa ha spiegato che la rassegnazione «non soltanto ci spaventa» ma «ci trincera nelle nostre “sacrestie” e apparenti sicurezze», «ci impedisce di progettare» e «di rischiare e di trasformare le cose». In un paese dove ancora l’81 per cento degli abitanti si professa cattolico (e dove il protestantesimo non si è diffuso come negli altri paesi dell’America latina), la Chiesa sembra infatti soffrire di una sorta di complesso di inferiorità per cui i cattolici sono scomparsi dalla scena pubblica. E mentre i sacerdoti celebrano i sacramenti e si dedicano alle attività caritative, sono pressoché scomparse le opere educative e culturali, così come gli intellettuali e i politici pronti a “rendere ragione della propria fede” nei rispettivi ambienti.

LA VIOLENZA. È questo uno dei temi cari al giornalista messicano Jorge Traslosheros, che ne ha scritto a più riprese sulle colonne del quotidiano La Razón. In un articolo del gennaio dell’anno scorso intitolato “La grande sfida per i cattolici messicani” ha descritto «il divorzio tra la fede e la testimonianza pubblica» come il frutto di una «schizofrenia spirituale provocata dalla cultura laicista radicale». Una schizofrenia le cui cause lo stesso Taslosheros approfondisce in un altro articolo, pubblicato alla fine di gennaio e intitolato “Genesi e superamento del cattolicesimo della vergogna”: «Il cattolicesimo della vergogna è il risultato di due grandi persecuzioni religiose in Messico. La prima, aperta e più violenta (1914-1938), ci ha lasciato però la testimonianza di tanti martiri». All’epoca infatti la persecuzione armata scatenata contro la Chiesa dal presidente massone Plutarco Elías Calles non riuscì a intimidire un popolo disposto a combattere la “Cristiada” e a morire piuttosto che rinunciare alla propria presenza.

L’AUTOCENSURA. Fu al contrario il compromesso imposto dalle autorità ecclesiastiche per mettere fine al conflitto armato a produrre, secondo Taslosheros, una persecuzione anche peggiore, «di più bassa intensità, continuata fino a oggi, che ha minato il cuore di non pochi cattolici fino a riempirli di timore e insicurezza, pregiudicando la nostra speranza». Secondo il giornalista è così che si è raggiunto più facilmente l’obiettivo della prima offensiva antireligiosa: «Espellere il cristianesimo dalla vita pubblica e quindi estirparlo dal cuore di ogni cittadino», contando sulla «collaborazione stessa dei cattolici che assumono una posizione vergonosa e timida». Taslosheros ribadisce che il danno non è solo per la società civile, che necessità del contributo di tutti per definirsi democratica, ma per la fede stessa, perché il cattolico pratica «la religione nell’incontro tra ragione e fede».

LO SPAZIO NON MANCA. Traslosheros fa notare che la scelta dei cattolici messicani di autoespellersi dalla vita pubblica è ingiustificabile oggi più ancora che in passato. Infatti, scrive, «nel 1992 è stato riconosciuto lo status giuridico alle chiese per normalizzare la loro esistenza all’interno della società civile. Nel 2011 la riforma dei diritti umani ha aperto la porta alla comprensione della libertà religiosa», e adesso in Messico «la Chiesa è parte sostanziale della società civile e i cattolici potrebbero esercitare la loro libertà religiosa in pubblico e in privato, se solo volessero».

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