Una pastorale anti pastorale

18 marzo 2016 11:48 1 comment

Di Riccardo Zenobi

23 febbraio 2016

campariedemaistre.com

Chi scrive sa perfettamente che il Papa è puntualmente e sistematicamente travisato dai media, e che i suoi discorsi sono sempre riportati in modo tendenzioso e in maniera intellettualmente disonesta da giornali, televisioni, etc. Sono anche ben conscio del fatto che, se uno va a controllare i discorsi nella loro integrità e non nel taglia e cuci con cui sono pubblicati dalla stampa, se ne può ricavare un testo compatibile con la dottrina cattolica. Questo a parole.

Ma i fatti mostrano che il Papa si lascia tranquillamente travisare dai media, e nonostante ciò avvenga sempre ad ogni cosa che dica, non fa nulla per farsi capire, per disambiguare, per dire “no, guardate che non state capendo nulla di ciò che dico”. Niente di tutto ciò, né da parte del Papa né da parte della Curia Romana o di qualche organismo della Santa Sede, che almeno alzi il sospetto che la stampa sta prendendo in giro tutti.

Insomma, questo Papa si esprime in maniera volutamente ambigua, perché se lo facesse inconsapevolmente si sarebbe almeno corretto in qualche punto o si metterebbe a soppesare di più le parole. Ma nonostante tutto, continua con il metodo di fare discorsi che, puntualmente travisati, altrettanto puntualmente non trovano alcuna riformulazione o rettifica interpretativa. Il Papa non fa nulla per farsi capire, e ciò confonde enormemente le coscienze dei fedeli (compresa la mia), mentre il suo compito è di confermare nella fede i credenti cattolici.

Ora, da ciò traggo alcune considerazioni.

In primis, il Papa sa che i media lo travisano facendo dei danni incalcolabili; tuttavia mantiene volutamente l’ambiguità. E questa è la domanda che mi pongo: perché tutto ciò? Perché usare una strategia comunicativa fallimentare e distruttiva, ben sapendo che non ottiene alcun risultato positivo?

Discutendo di ciò con un conoscente, si è giunti alla conclusione che il Papa crede davvero che l’unico modo possibile per parlare di Cristo ad un mondo scristianizzato sia quello di mettere la pastorale e il dialogo prima della Persona di Cristo e di chi Egli è. È del resto una strategia che la Chiesa segue da 50 anni, con risultati clamorosamente fallimentari.

Ma Bergoglio è il primo Papa del post concilio che non ha partecipato al Vaticano II (aveva 29 anni quando si concluse l’assise conciliare, essendo del 1936), per cui è vissuto e si è formato nel clima dell’ubriacatura ideologica che metteva il dialogo prima di tutto, e purtroppo ragiona solo in tali termini, senza nemmeno considerare di cambiare strategia perché ritiene tutti gli altri modi di comunicare il Vangelo condannati a priori al fallimento, all’incomprensione e al rifiuto. In sostanza, questo Papa ha recepito pienamente le istanze del Concilio, e nonostante sappia che le sue azioni stanno devastando la Chiesa, è convinto che sia l’unico modo di agire rimasto possibile ad un sacerdote cristiano nel mondo d’oggi (ed è in nutritissima compagnia di molti preti/vescovi/cardinali).

Ma il cristianesimo non è cercare di piacere o di farsi capire dal mondo. Il cristiano deve evangelicamente parlare “sì, sì, no, no”, e deve sapere che se il mondo lo odia, è perché prima ha odiato Cristo (cfr. Gv 15, 18). E la strategia della “pastorale prima di tutto” non ha portato alcun risultato positivo nemmeno a livello pastorale. Anzi, il “dialogo a tutti i costi” ha fatto sì che solo i cattolici pagassero il costo del dialogo, appiattendosi alle opinioni del mondo, il quale non è diventato più cristiano. È il fallimento totale di ogni velleità pastorale scaturita dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

E Bergoglio può ben essere definito il Papa del Concilio, visto che mentre i suoi predecessori si trovavano tra le mani la gestione del post-concilio, Francesco è invece uno dei “frutti del Concilio”, poiché ha visto unicamente quel tipo di pastorale e di modo di porsi nei confronti del mondo da parte della Chiesa.

***

Va da sé che il Vaticano II non è un “concilio eretico” o da rifiutare in toto. Ma essendo il primo concilio pastorale della storia, è a livello di pastorale che va giudicato, e i risultati ottenuti sono del tutto negativi. Inoltre l’intento del Concilio non era quello di definire delle Verità Rivelate, ma solo di cambiare metodo di approccio al mondo, perciò non è sostenibile la tesi che il Vaticano II sia “eretico”: per essere tali, occorre definire delle eresie, e il Concilio ha deliberatamente evitato di definire.

Ma la pastorale che ne è uscita è stata del tutto controproducente. Se si vuole uscire da questa confusione, nata da documenti conciliari che si prestano a interpretazioni ambigue, occorre tornare al metodo definitorio, e tornare ad annunciare la Verità della Persona di Cristo sine glossa, senza pensare a priori a quel sarà l’effetto sul mondo.

Non è in potere di noi cattolici il dare successo ad un qualsiasi “piano pastorale”, quello sta solo a Dio. Dobbiamo quindi abbandonare ogni mania di “dialogo ad oltranza” e semplicemente tornare ad adorare Nostro Signore Gesù Cristo, dicendo a tutti chi Egli è.

È l’unica cosa che possiamo fare, anche perché tutto il resto ha mostrato di essere un fallimento totale.

Ci è rimasto solo Dio, non abbiamo più alcun pretesto per illuderci che possiamo demandare l’evangelizzazione alla pastorale in sé stessa.

Torniamo ad adorare Dio e il suo divin Figlio Gesù Cristo, se vogliamo rimanere cattolici e cristiani.

L’influenza nella vita civile, sociale e culturale ci è stata tolta, non ci sono più dei mezzi per fare pastorale. E questa è la lezione che ci sta impartendo involontariamente il presente pontificato.

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