Per un’Europa umana, cristiana, riconciliata

21 marzo 2016 06:45 2 comments

Di Emiliano Fumaneri

2 marzo 2016

lacrocequotidiano.it

È uscito da poco nelle librerie un saggio di Rémi Brague e di Elisa Grimi. Il titolo è accattivante: Contro il cristianismo e l’umanismo. Il perdono dell’Occidente (Cantagalli, 2015). Si tratta di un testo prezioso, fondamentale per fare luce sui temi cosiddetti essenziali.

Le sollecitazioni di questo libro sono numerose. Ne abbiamo parlato proprio con Elisa Grimi, dell’Université de Neuchâtel, direttrice responsabile della rivista internazionale di filosofia Philosophical News e project manager della piattaforma di interconnessione accademica Philojotter.com. Oltre al libro scritto a quattro mani con Rémi Brague, tra le sue pubblicazioni c’è la prima monografia italiana “G.E.M. Anscombe. The Dragon Lady”, con testimonianze inedite (Cantagalli, 2012). Ha curato inoltre il volume “Tradition as the Future for Innovation” (CSP, 2014). Nel 2014 è stata insignita del Primo Premio della Fondazione Paolo Michele Erede con un lavoro su “Politics and Network”.

***

Dottoressa Elisa Grimi, lei è autrice assieme a Rémi Brague del libro Contro il cristianismo e l’umanismo. Il perdono dell’Occidente. Vuole spiegare ai lettori della Croce cosa si intende per «cristianismo» e «umanismo»? Perché è importante differenziarli dalle più tradizionali nozioni di cristianesimo e di umanesimo?

Cristianismo è una espressione coniata da Rémi Brague anni fa in occasione di una intervista rilasciata al mensile 30Giorni con cui si indica l’atteggiamento di coloro che credono, non a Cristo, cosa che fanno i cristiani, cosa che costituisce il cristianesimo, ma ai “valori cristiani”, al ruolo positivo della “civiltà cristiana”. Il cristianismo è cioè quella tendenza a rendere la propria fede cristiana una sorta di audiolibro perfetto, una ninna nanna conciliante. Se l’umanesimo consiste nell’affermare e difendere il valore di ciò che è umano, con umanismo invece si intende quel fenomeno per cui si tenta di creare un mondo fondato sulla considerazione esclusiva dell’uomo e l’eliminazione di Dio. L’autentico humanist è colui che pone sé al posto di Dio. E questo – osserva Brague – mentre la storia ci mostra l’ampiezza di quello che abbiamo ricevuto e la biologia mostra la costituzione dell’essere umano.

Brague mostra di non disprezzare affatto la presenza dei «cristianisti», limitandosi ad evidenziare i limiti della loro ideologia. Ma l’ideologia cristianista non rischia di portare anche a una nuova teologia politica dove la fede religiosa diventa garanzia e giustificazione di un ordine politico mondano? Sarebbe un ritorno a quanto accadeva al tempo degli imperi pagani. Pensiamo solo a Roma, dove gli dèi – ai quali non di rado gli stessi romani non credevano – erano garanzia del successo politico di Roma. Il Pantheon rispecchiava la gloria dell’impero, celebrava la sua gloria. Sant’Agostino criticò aspramente la teologia politica, una critica ripresa in tempi più recenti da Erik Peterson e da Joseph Ratzinger, in Italia da Massimo Borghesi. La teologia politica ha forte presa nel mondo islamico. Ma non c’è questo pericolo anche nel mondo post-cristiano, soprattutto dopo l’11 settembre? Il cristianismo, secondo questa prospettiva, sarebbe un «occidentalismo» che battezza la propria volontà di potenza. Il cristianismo può essere una specie di gemello eterozigote dell’umanismo? È una lettura plausibile questa?

Il problema dell’Occidente è che dinnanzi all’attacco alla sua libertà innalza cori alla John Lennon. Per cui, vede, si vorrebbe immaginare un mondo migliore, di pace, in cui si è tutti fratelli, in cui l’Europa è una grande community che raccoglie e ammette come leciti tutti i leit-motiv che sono frutto delle proprie emozioni. Noi viviamo in una cultura in cui il linguaggio non trova più la sua connessione con la realtà. Ciò che conta, anche dinnanzi alla peggiore violenza, non è dare un nome al male, così come al bene, ma convivere in una mescolanza. Nel libro citato chiamo questo andamento sociale la “cultura della facilitazione”. Perché certamente è gioco facile non dichiarare la propria identità innanzi a chi si sa che non può accettarla. Pertanto è divenuto addiritutta scandalo nel nostro tempo potere parlare di madre e padre, innanzi a chi tenta di costruire una realtà di convivenza fittizia in cui il nome di madre, o di padre, non corrisponde più alla realtà della madre o del padre. Si inventa qualcosa che li può sostituire. Ma questo ha una conseguenza grave. Che la nuova realtà che si crea, poiché priva del suo significato, è estremamente debole. L’Europa si sta, con le sue stesse mani, con il suo volere negandol’origine storica che l’ha generata, indebolendo sempre di più, in particolare agli occhi del barbaro invasore. La libertà, la dignità e il diritto dell’uomo trovano la loro stessa origine nell’origine dell’Europa. Se la comunità europea fosse astuta, dovrebbe tenersela cara quell’origine.

D’altro canto, si legge spesso nel libro, la Chiesa è «romana» perché ripete nei riguardi di Gerusalemme l’operazione condotta da Roma nei confronti di Atene. In qualche modo la Chiesa si vuole «secondaria», in posizione gregaria rispetto a Israele. Per questo, si legge nel libro, il cristianesimo non può essere considerato solo una delle altre componenti della cultura europea, come l’eredità classica o quella ebraica. Esso appare piuttosto come la forma della cultura europea. Il cristianesimo, si afferma, impone un modo particolarissimo di rapportarsi all’eredità culturale: il modello della «secondarietà». Pare di capire che l’autoreferenzialità è estranea al genuino spirito europeo. È così?

L’autoreferenzialità sarebbe già un grande traguardo, perché vorrebbe dire guardare a sé e quando si guarda a sé dopo ci si annoia e ci si domanda quale sia l’origine di questo sé. La cultura europea purtroppo oggi, e questo lo vediamo in modo evidente nella scarsa quasi nulla attenzione che si riserva alle discipline umanistiche, non è più consapevole della ricchezza che la cultura ebraica, greca e romana ci hanno portato e continuano a portarci. Non c’è educazione alla bellezza di questa cultura, non c’è educazione alla musica e all’arte. Questo credo sia una grave mancanza nelle nuove generazioni. Bisogna ricordare che nell’apprendimento di qualsiasi disciplina si è secondari, ma non nel senso che si viene ad essere considerati al secondo posto, ma che si può acquistare il primo posto proprio in virtù di una secondarietà. È una educazione che manca in Europa, non si ha più la consapevolezza di essere figli e figlie, consapevolezza che si acquista solo dinnanzi ai propri genitori. In Occidente invece si assiste alla cultura dell’indipendenza: paradossalmente si può avere dei figli ed essere indipendenti, se ne può mettere al mondo senza esserne responsabili.

Un certo laicismo, è cosa nota, vorrebbe confinare la Chiesa in sacrestia. Anche un malinteso intimismo concorre talora ad alimentare l’isolazionismo dei cristiani, esortandoli a rinserrarsi nella sfera privata. Eppure la Chiesa sembra avere a cuore anche le sorti di un sano umanesimo. Giusto di recente papa Francesco ha manifestato la propria preoccupazione per l’Europa, che «rischia di perdere quello spirito umanistico che pure ama e difende». Perché l’Europa sta smarrendo il vero significato dell’umanesimo? E perché mai un cristiano dovrebbe preoccuparsene?

Nel libro riprendo uno splendido passaggio di Papa Francesco che nel lontano 2005 parlava di una stanchezza della trascendenza all’origine di qualunque atteggiamento corrotto (J.M. Bergoglio, Corrupción y pecado. Algunas reflexiones en torno al tema de la corrupción, Editorial Clarentiana, Buenos Aires 2005). «Di fronte a Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono». Il problema dunque è quando il cuore è corrotto. Occorre invece stare attaccati alla ricerca della verità, anzi meglio, occorre essere un po’ filosofi, amare cioè questa tensione al vero. Poi sarà questione di libertà.

La grande discussione odierna attorno agli importanti temi etici, quale la famiglia e le adozioni di bambini da parte di coppie dello stesso sesso, credo custodisca non poca supponenza da parte del mondo laico. I cattolici sono visti come i grandi oppositori dell’avanzamento sociale, attaccati in modo morboso e bigotto alla tradizione. A essi si imputa tutto ciò che impedisce ad una nazione di “avanzare”. Questa è una enorme menzogna! Non solo contraddice la storia dell’Occidente ma è un dato di fatto che l’interesse dei cattolici per i temi etici derivi da una vera attenzione al concetto di umano. Quello su cui invece occorrerebbe portare l’attenzione è la mancanza imperante di una unità culturale tra pensatori cristiani. Perché si verifica questo? Per dirla con l’espressione cara a Brague, perché si tratta di cristianisti e non di cristiani. Poi si dovrebbe parlare di responsabilità, ma San Giovanni Paolo II poneva l’amore prima della responsabilità… Occorrerebbe lavorare su questo.

Brague ricorda che gli antichi e i medievali giustificavano in termini finalistici la postura eretta dell’uomo, la caratteristica che lo distingue dagli animali. Lo sguardo umano, dicevano, è fatto per rivolgersi alle stelle. L’uomo è quell’essere capace di sollevarsi dall’ancoraggio terrestre per guardare verso l’alto. Il suo stesso desiderio – che secondo una nota etimologia si compone di «de» e di «sidus» (stella) – pare testimoniare di questa nostalgia per il cielo stellato. L’essere umano, a differenza del mondo non umano, è un «animale teorico», dice Brague. È capace di interessarsi anche a ciò che non riguarda direttamente la propria esistenza. In un certo senso la natura umana è già apertura al più-che-umano. Oggi, viceversa, il collasso dell’umanesimo sembra aver lasciato in eredità un cupo cinismo. Oggi trionfa quella che Simone Weil usava chiamare pesanteur, la pesantezza, la forza deifuga che tutto trascina verso il basso. Di conseguenza l’uomo, così «appesantito», non guarda più che il proprio ombelico. C’è speranza di tornare a «riveder le stelle»? E se sì, dove e in chi ricercare i segni di questa speranza?

Scriveva uno dei più grandi pensatori e poeti francesi che la contemporaneità ci ha donato che “Tutti gli inchini del mondo non valgono la genuflessione diritta di un uomo libero” (Charles Peguy, “Un uomo libero”). L’uomo dalla tradizione occidentale si è abituato alla logica degli inchini del mondo. Pertanto di fronte ai più grandi colossi nella comunicazione e nel commercio, presta il suo inchino in cambio di poca miseria terrestre. Per vedere le stelle invece occorre alzare lo sguardo da ciò che è terrestre e rivolgerlo al cielo. A quel cielo a cui da piccini ci insegnano ad affidarci e a scrutare i nostri cari che non ci sono più. A quel cielo capace di colorare il mare e di farci restare incantati per interi istanti. L’uomo contemporaneo è impaziente, è educato al click frenetico, al tutto subito: ma quanto è bello talvolta contemplare la bellezza del cielo. Ho sempre ammirato quelle collezioni di fotografi di immagini del cielo: non c’è foto uguale l’una con l’altra. Il cielo è testimone del tempo.

Emerge, dal vostro saggio, che l’Europa ha un problema di identità. Ma emerge anche che il vecchio continente ha smarrito il senso del perdono. Oggi anche molti governi secolari recitano il mea culpa, chiedendo perdono per i misfatti del passato. Il sospetto però è che qualcosa effettivamente non torni, dato che le richieste di scuse si accompagnano a un clima di autofustigazione. L’Europa chiede perdono ma non sa perdonarsi, tanto che Joseph Ratzinger aveva parlato nel 2003 di «un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro». Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne?

Benedetto XVI esortava al rispetto nei confronti di ciò che è sacro quale elemento portante di una società, e sottolineava, esserlo anche per colui che non è disposto a credere in Dio. Oggi si assiste, e non solo da parte di una politica ottusa ma soprattutto da parte della nuova giovane generazione scarsamente formata, alla totale mancanza di tale rispetto. La vita in quanto tale è sacra. E dire che la vita è sacra significa riconoscere che è un dono.

Quello che è in atto oggi è la filosofia del compromesso. Pertanto si può avere una vita “al top”, senza riconoscere ciò che sta al “top”. La società occidentale è una società che ripudia il sacrificio. Una donna manager, carrierista irrefrenabile, oggi può incaricare un’altra donna della sua gravidanza, allo stesso modo in cui commissiona a una donna che fa le pulizie, di pulirle il pavimento. Io sfido ciascuna donna che consulta uno dei siti sulla surrogacy a non provare un forte sentimento di contraddizione. Mi chiedo se sarà mai possibile chiedere perdono della violenza che stanno facendo a questi bambini destinati, addirittura in certi casi, a non conoscere il nome della madre o del padre.

«Parsifal imparerà mai che solo l’umiltà può trovare il Graal?». Così il biologo Stephen Jay Gould auspicava a riguardo della tecnoscienza, una delle “braccia” della volontà di potenza occidentale. Quanto è importante recuperare un pensiero umile?

Il recupero di un pensiero umile credo sia una via reale percorribile per l’Europa. Ne abbiamo avuto una recente grande testimonianza con l’incontro storico tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill. Avere un pensiero umile significa potere ripartire e potere costruire qualcosa di stabile. L’umiltà in tal senso non è affatto una virtù per deboli, ma ciò che di più forte possa darsi: essa è la premessa del futuro.

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