“Letiziare l’Amore”

16 maggio 2016 12:20 7 comments

Amarsi tra le piume della quotidianità e le strettoie del per-sempre.

Di Ylenia Fiorenza – Presidente del Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger”

RELAZIONE TENUTA AL RITIRO DELLE SUORE E DELLE CONSACRATE DELL’ARCIDIOCESI DI CAMPOBASSO-BOJANO (8 maggio 2016).

 

Presso la perpetua memoria è il credere

La fede che pensa genera sempre, dal suo ventre fecondo, il sogno di Dio e dona una casa di amore al Cristo, che cammina sulle strade del mondo. La gioia dell’Amore non è altro che l’iniziativa libera di Dio con cui Egli ci crea, ci plasma e ci rinnova, facendoci nascere dall’alto. E la Chiesa è la stanza di Colei, la fede, che ci concepisce (cfr Ct 3,1-4) al mistero delle nozze mistiche.
La prima gioia che il credente prova è nel sentirsi chiamato per nome da Dio. In questo sperimenta la figliolanza. Nulla di più grande inizia a vivere in sé del sentirsi desiderato alla vita. E a quella piena. Sono questi gli accorgimenti iniziali, necessari, che ci avviano a mettere cuore nella comprensione dell’esortazione di Papa Francesco, “Amoris laetitia”.

La proposta strutturale è recuperabile sostanzialmente nell’espressione di sintesi, che diventa il vero e inviolabile imperativo di tutto il messaggio: “Nessuno si senta solo!”. (AL n. 321). Tutta l’esortazione si concentra in questo impegno a costruire, a desiderare un mondo, dove nessuno resti fuori dalla gioia dell’Amore, dove tutti possano invece trovarla o ritrovarla, in gratuità e misericordia.

E’ triste chi avendo gli occhi non vede. E dotato di cuore, neppure ama. Il Cristianesimo è differente, fa cioè sostanzialmente la differenza, perché non racconta ciò che gli uomini si adoperano a fare per Dio, ma rivela ciò che Dio fa grandemente per tutti gli uomini. Ed è questo che ci permette di cogliere il motivo per cui questo testo esortativo è impregnato dell’olio esultante della vita fondata sul mistero pasquale del Nostro Signore Gesù Cristo. Mediante questo passaggio privilegiato, possiamo ricorrere alla grazia di Dio, ottenere il Suo perdono, ogni volta che sentiamo il bisogno di tornare mondi dal peccato e graditi ai Suoi occhi.

Il fare memoria del Suo essere nostro Padre è principio di ogni sapienza che ci salva e ci libera, perché è emendazione di vita sempre nuova.

La gioia è la trasparenza del volto del Dio-Amore

L’unità della persona è la premessa per comprendere la gioia dell’amore. La dissociazione non fa parte della vita di fede nell’Incarnazione. Crea piuttosto sproporzione, dissonanza. Ciò che conta è passare dalla consapevolezza di essere creati a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), a volerci a “immagine e gloria di Dio” (1 Cor 11,7).

Essere ciò per cui Dio ci ha creati è la più grande impresa e la più alta vocazione. Ce l’ha rivelato la Madre di Dio, la Vergine Maria pronunciando la preghiera più potente, quella che cambiò il mondo in una vera storia di amore e di reale presenza: “Avvenga di me!”. In questa espressione avviene la sacramentalizzazione, cioè la piena celebrazione dell’amore, in cui la creatura amata si riconosce ordinata ad incontrarsi con Dio perché Maria ha fatto del suo grembo il talamo per l’umano col divino.

L’Amoris Laetitia vuole essere perciò una porta giubilare che non si apre dall’esterno all’interno, ma dall’interno all’esterno. La Chiesa spalanca la porta della misericordia di Dio dal suo interno verso tutte le storie ferite, strappate alla pace, al balsamo di una vita dignitosa e intarsiata di unità e bellezza. E compiendo questo effonde la dilatatio Christi, che per noi credenti dietro a Lui diviene dilatatio cordis. Reale cominciamento senza fine della definitività, assunta in ogni istante dell’oggi, in novità di vita e di fiducia reciproca. Ciò che dilata il nostro cuore di credenti è il saperci amati, voluti, attesi, perpetuamente da Dio. Nell’architettura dell’Amoris Laetitia ci accompagna questa certezza, che si propone, in fondo, come itinerario di maturazione nella vocazione all’amore.

Il messaggio centrale è perciò un atteggiamento dinamico che comunica che “nessuno si senta escluso”, che tutti si sentano oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita” (AL 297).

Siamo, possiamo dire, di fronte all’undicesimo comandamento: “NESSUNO SIA LASCIATO SOLO!”.

E’ la solitudine, infatti, il lucchetto che va a sfondare questa potentissima gioia profusa dall’amore, accolto e donato. Amore al quale non basta farsi percepire. E’ Amore che passa invece attraverso i muri dell’abbandono e della disperazione e si spinge, come respiro vitale, a recuperare tra i rovi del mondo tutte quelle gemme scartate dai giudizi del mondo. A strappare ai rovi taglienti dell’isolamento le pecore smarrite. Poste in salvo da una responsabilità di grazia che s’impegna a rendere concreto e visibile lo stare accanto di Dio alle sue creature, che restano comunque e nonostante tutto amate e per questo incessantemente cercate e strappate al pericolo, al pianto.

In che consiste questa responsabilità di grazia se non in quello cui ci esorta san Paolo: “Comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”. (Ef 4,1)

L’attenzione più grande è riservata, per questo, all’alleanza sponsale da cui sgorgano o la consacrazione o il matrimonio, in quanto, quest’ultimo, segno incarnatorio e sacramento di così ‘grande Mistero’ (Ef 5,25-32), che porta i segni del “VENITE E VEDRETE” di Gesù, che poi sarà il Christus pendens in ligno, che trionfa e risorge perché abbiamo definitivamente chiara la risposta da parte di Dio, che discende per farci ascendere da ogni abisso di morte.

Recupero qui un pensiero suggestivo di Padre Bertoldo di Ratisbona, uno dei maggiori e più stimati predicatori in Germania: “Dio ha santificato il matrimonio più di ogni altro ordine nel mondo, più dei frati scalzi, più dei domenicani, perché lo ha comandato, mentre gli altri sono solo consigliati”. L’altissima dignità del matrimonio è data da Dio stesso. Continua p.Bertoldo: “Voi che restate nel mondo, affrettatevi a sposarvi! Perché l’onore di un tanto grande sacramento esiste dal principio del mondo per volere di Dio”. Niente possiamo fare di eterno. Solo amarci.

La pastorale della gioia, secondo il cuore di Dio

L’esortazione Amoris Laetitia s’inserisce nel quadro delle urgenze del nostro secolo che noi possiamo riassumere in queste grandi sfide e certezze, in dodici punti fondamentali tratti direttamente dal testo, come le dodici stelle, primizia della Nuova Creazione:

1. “L’uomo non può vivere senza amore” (AL 161).

2. L’Amore è la decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza” (AL 163).

3. “Amare l’altro è presentarlo alla società degno di essere amato incondizionatamente”. (AL 132)

4. “Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (AL37).

5. “Essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (AL 79).

6. “La relazione intima e la reciproca appartenenza comportano la necessità di ritornare a scegliersi a più riprese” (AL 163).

7. “Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti…non rinunciamo a cercare la pienezza di amore e di comunione che ci è stata promessa” (AL 325).

8. “Ogni crisi nasconde una buona notizia che dobbiamo imparare ad ascoltare affinando l’udito del cuore” (AL 232).

9. “La forza della famiglia risiede essenzialmente nella sua capacità di amare e di insegnare ad amare” (AL 53).

10. “L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità”. (AL 96)

11. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui. (AL 129)

12. “Darsi tempo, tempo di qualità, che consiste nell’ascoltare con pazienza e attenzione, finché l’altro abbia espresso tutto quello che aveva bisogno di esprimere”. (AL 137).

Passare dal labirinto incantato al castello incantato

Ogni uomo è chiamato ad esprimere l’amore. Nell’eros spieghiamo il divino attraverso l’umano. Nell’agape, invece, l’umano attraverso il divino. Dell’Amore l’eros è la potentia. L’agape ne è la scientia. In questa fusione consiste la capacità di “Non rattristate lo Spirito Santo di Dio” (Ef 4,30).

Non trascuriamolo. Non spegniamolo. Non soffochiamolo. Perché lasciare solo qualcuno significa peccare contro lo Spirito Santo, procurargli questa tristezza. E il Papa mette in guardia da questo dramma, quando dice che: “Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio. Il narcisismo rende le persone incapaci di guardare al di là di sé stesse, dei propri desideri e necessità” (AL 39).

Perché la nostra anima è fatta per cantare la grandezza del Signore. E sa che Amare è creare gioia nella vita di chi si ama. Il Vangelo non è per chi non rischia tutto in questo Letiziare l’Amore, che significa magnificare, percepire quanto è grande l’amore di Dio e lodarlo, incarnarlo, senza mai passare in rassegna il piacere di appartenerGli.

I tre voti, castità, povertà, obbedienza, sono la potenza regale di Cristo nel mondo. Dove la persona consacrata a Lui per questa fecondità regale è chiamata a generare al cielo chi si è perduto dietro al mondo. Perché amare è superare l’ostacolo della morte. Per questo è indispensabile passare dal labirinto incantato degli egoismi al castello incantato dello sprecarci in amore. E Dio vuole che gli chiediamo sempre ciò che noi umanamente non possiamo. La morte della tristezza è l’amarsi in Colui che ci ama fino alla consumazione totale. La gioia di amare ci riconcilia con la nostra essenza e ci fa udire l’eschaton di cui è gravida la nostra fede: “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno. Poiché così dice il Signore: “Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca” (Is 66,10-14).

“Qualunque cosa è in Dio è sostanza di Lui”, diceva Savonarola. Hai tutto perché sei creatura amata, ma non hai niente finché non ami!

Savonarola è la figura che qui mi aiuta ad esprimere il cuore pulsante della esortazione. Padre Gerolamo era assai tentato e tormentato dalla Tristezza. Lo induceva a disperare, a pensare al suicidio, a non credere che la vita termina con una nuova alba, invece che col tramonto. Riporto qui una pagina delle sue orazioni notturne che penso possa aiutarci ad individuare insieme e gradualmente la potenza che può infondere la “gioia dell’amore” quando essa si rivela a noi come mano di Misericordia che ci difende, ci solleva e ci accarezza.

“Se Tu sei caduto, alzati su e la misericordia ti accoglierà. Tu sei caduto in rovina, chiama e la misericordia verrà a te. Tu sei caduto un’altra volta e di nuovo sei in rovina, convertiti al Signore, e le viscere della sua misericordia si apriranno a te. Tu sei caduto e precipitato la terza e la quarta volta, piangi e la misericordia non ti abbandonerà. Quante volte tu pecchi, altrettante volte alzati  e la misericordia non avrà fine”. Ci torna in mente che “Nell’atto di fede l’uomo conosce la bontà di Dio e comincia ad amarlo, ma l’amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama” (Donum veritatis, 7). Ecco perché Savonarola impenna il suo spirito sulle onde di questa fiducia e prega così: “La bontà tua m’invita: la misericordia tua mi attira. O quanta degnazione! Io mi rallegro certo, né mi resta altra consolazione. Felice è certamente questa necessità che mi costringe a venire a Dio, la quale mi sforza a parlare con Lui, che mi sospinge a pregare… Strappami, Signore, dalla mano del Maligno; liberami dal legame del peccato; tirami fuori dal laccio della morte; portami fuori dal profondo dell’inferno; salvami dall’oppressione e dalla dura schiavitù della tristezza, perché l’anima mia si rialzi su e si rallegri in te e ti benedica tutti i giorni della sua vita. Non ti è già venuta incontro la misericordia? Non t’ha essa baciato? Ecco che tu sei caduto e non ti sei fatto male e rotto. A ogni tentazione, a ogni tribolazione e finalmente a ogni necessità di qualunque ragione, aprimi, Signore, la casa del tuo rifugio; aprimi il seno della tua pietà; si manifestino le viscere della tua misericordia, cosicchè tu mi salvi. Qui non verrà il tentatore; il calunniatore non vi salirà; il pessimo accusatore dei fratelli non vi giungerà. Io vi starò sicuro, e quasi già mi pare essere sicuro. Grazie a te, buon Gesù, che mi mandasti la speranza, la quale mi ha resuscitato dalla polvere e mi ha tolto dallo sterco e mi ha posto dinanzi a te, perché tu mi sia come Dio protettore e come casa di rifugio e mi salvi”… senza mai stancarti, o Dio, di farmi tuo.

Il significato del titolo ‘Amoris Laetitia’:

Sappiamo che il termine ‘gioia’ nella Bibbia ricorre 72 volte nel Nuovo Testamento e per 225 volte nell’Antico Testamento.

Le sfumature semantiche del termine “letizia” divengono per noi un’esortazione alla gioia di Dio stesso:

- Dal latino scopriamo due verbi: Laetificare che significa proprio lenire, rassicurare, e insieme far lieto, assumere splendore per far luce. E poi c’è l’altro: Laetiscere che nella forma transitiva è Aver letizia; in quella intransitiva è l’Essere in letizia.

- Dal greco abbiamo altri due verni: Agallesthai, che l’atto di meravigliarsi, di provare stupore, di incontrare l’oltre; ed Eufrainesthai: il far festa (Lc 15,24), nel senso che si riprende a gioire, perché si è perdonato, ri-accolto cioè nel proprio cuore, quasi dire un farsi presenti di fronte all’assenza dell’altro che non conosce l’amore.

- Dall’ebraico risaliamo al termine Samah. Andare a nozze, danzare, esultare, ascendere, deliziare l’amore, corrispondere allo Sposo, che io traduco semplicemente come ritirarsi nel bacio di Dio nei sentieri eterni dell’amore.

Rendere lieto, riempire di letizia è deliziare l’Amore, godendo con lui e di lui. Perché l’amore è l’Alleluia della nostra vita di credenti e consacrati al Signore. E siamo infinitamente gioiosi perché siamo di Dio e questo ci fa comprendere che siamo complementari e che solo l’amore ci fonde in se stesso per farci uno.

Vantarsi secondo la gioia di Dio che ci manda come creature che ben conoscono la scienza dell’amore e la comunicano al mondo che si oppone al Suo comando.

Il messaggio compiuto dell’Amoris Laetitia è fortificare il desiderio di permanenza nell’appartenenza reciproca e resa vitale da una scelta d’amore definitivo. Tutto di noi deve concorrere all’amore. Ecco la fecondità, la vitalità dell’amore. Perché quando si ama, si vede l’altro in termini di luce, si accoglie come un frammento di paradiso. E la persona amata resta la pienezza attesa per tutta la vita.

L’amore è desiderio, infatti, non bisogno. Per questo permane. Per questo cerca radici. E i modi dell’amore diventano i moti del cuore. La forza profetica dell’uscire di Papa Francesco ci propone questo versante contemplativo, di salita per conquistare l’amore di sé, per gli altri e in Dio. In una quotidianità caratterizzata e animata da questa verità che ci sussurra che: “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo” (AL 129). In questo è il sigillo del Vangelo, il maranatha dell’amata verso l’amato, il segno dell’essere in comunione, il pane di cui il mondo ha veramente bisogno. Resti questa la nostra suprema vocazione: la letizia come schola amoris.

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