Bonus bebè, ecco perché non funzionerà

18 maggio 2016 16:25 13 comments

Di Riccardo Cascioli

16 maggio 2016

lanuovabq.it

Raddoppieranno i bonus bebé per incentivare la natalità. È l’annuncio fatto ieri dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin in un’intervista a Repubblica, ma allo stato attuale si tratta solo di una proposta il cui esito è tutt’altro che scontato. Dato che la crisi demografica è una vera e propria emergenza e il ministro Lorenzin ha dimostrato in tempi non sospetti un reale interesse per la questione, esaminiamo seriamente il fenomeno superando una sgradevole sensazione che questo annuncio ci lascia. Vale a dire che non solo arriva durante una campagna elettorale ma anche all’indomani delle (giuste) feroci critiche al Nuovo Centro Destra per aver contribuito all’approvazione della legge Cirinnà, il che autorizza a pensare – vedi anche l’intervento di Maurizio Lupi su Il Giornale – che si voglia riguadagnare consensi elargendo elemosine.

Ma come si diceva, superiamo questo aspetto per concentrarci sul tema che è certamente il più importante per il futuro del nostro Paese e non solo, visto che quella demografica è un’emergenza mondiale.

***

Intanto vediamo qual è la proposta: portare a 160 euro al mese (dalle 80 attuali) e fino al compimento dei 3 anni l’assegno mensile per le coppie che mettono al mondo un figlio e hanno in Isee inferiore ai 25mila euro, e a 320 euro il contributo per le coppie con Isee inferiore ai 7mila euro. Nel caso di un secondo figlio il bonus aumenterebbe rispettivamente a 240 e 400 euro. La cifra è di tutto rispetto e sicuramente un segnale positivo, ma al momento si tratta solo di una proposta da inserire nella prossima Legge di stabilità, quindi è tutt’altro che certa.

Ha certamente ragione la Lorenzin quando parla di catastrofe pensando alle prospettive demografiche in Italia: «Se andiamo avanti con questo trend nel 2026 nasceranno nel nostro Paese meno di 350mila bambini all’anno, il 40% in meno del 2010 (…) Se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un Paese moribondo». Più difficile essere d’accordo sull’analisi delle ragioni di questo trend: dice infatti il ministro che c’è una sicura correlazione con la crisi economica per cui diventa necessaria «una politica di sostegno delle nascite che si basi su aiuti diretti».

Se il ministro studiasse bene l’andamento demografico in Italia scoprirebbe invece che la realtà è opposta: è il calo demografico ad aver causato la crisi economica e non viceversa.

Basta guardare le cifre: il crollo più clamoroso delle nascite si è avuto nel decennio tra il 1970 e il 1980: da 906mila bambini nati in un anno (2,38 figli per donna) a 644mila. Da allora c’è stato un lento, inarrestabile declino fino al 2015 quando per la prima volta le nascite sono scese sotto le 500mila (1,4 figli per donna).

Tutto si potrà dire meno che negli anni ’70 le condizioni di vita degli italiani fossero peggiorate.

Anzi, se proprio si deve parlare di economia e lavoro si deve dire che con lo Statuto dei lavoratori (1970) anche le fasce più deboli guadagnavano garanzie nell’occupazione prima sconosciute. Quindi, stando al ragionamento del ministro, le nascite sarebbero dovute aumentare. E invece no.

Cosa è accaduto dunque in quel decennio, tale che da Paese con tassi di fecondità più alti della media europea l’Italia è crollata agli ultimissimi posti?

Il fatto più importante è stato l’introduzione del divorzio, guarda caso proprio nel 1970, che ha rappresentato una vera e propria rivoluzione culturale: nel 1970 si celebravano ancora 385 mila matrimoni, nel 1980 erano crollati a 305mila, con il massimo decremento nella seconda metà del decennio (il referendum sul divorzio fu nel 1974).

Abbiamo dunque un primo elemento che aiuta a comprendere il disastro italiano: la crisi del matrimonio e della famiglia, addirittura perseguita attraverso la legge. Questo elemento a sua volta è stato accompagnato e favorito dal forte processo di secolarizzazione, che si è accelerato nel dopo Concilio Vaticano II per una serie di ragioni che non è qui il luogo per analizzare.

Per capire meglio questo dato, bisogna aggiungere almeno un’altra considerazione: molto spesso si parla di nascite come se si trattasse di gesti meccanici, tipo metto un gettone ed esce un bambino, offro dei soldi e aumento le nascite.

Nella realtà non funziona così e infatti il ministro Lorenzin mostra stupore nel notare che le nascite diminuiscono malgrado il bonus bebè: il fatto è che malgrado le tecniche artificiali oggi possibili, le nascite avvengono generalmente in un contesto di amore, di un rapporto affettivo che diventa progetto di vita stabile, una stabilità largamente favorita dal matrimonio. È per questo che malgrado una percentuale sempre maggiore di bambini nasca al di fuori del matrimonio, con il calare dei matrimoni si abbassano nascite e tassi di fecondità. Parimenti bisognerebbe ricordare che non basta mettere al mondo dei figli, li si deve anche educare. E, di nuovo, l’educazione è favorita da famiglie stabili, con un padre e una madre.

In altre parole: questo governo potrà dare anche il bonus bebè, potrà anche raddoppiarlo, ma è un’elemosina rispetto alla gravità dei danni che sta facendo con il promuovere stili di vita (vedi unioni gay) che distruggono matrimonio e famiglia.

Ma non è finita qui: ridurre la questione delle nascite a un fattore economico, impedisce anche di agire su un dato demografico molto importante. In effetti il discorso economico vale generalmente per le coppie che hanno già dei figli, uno o più.

Vale a dire che incide sul numero dei figli da avere, non se averli.

Si potrebbe dire allora che i soldi sarebbero meglio spesi sostenendo le famiglie numerose e se, almeno in parte, fossero dati ai Centri di Aiuto alla Vita dove giorno per giorno si strappano bambini alla morte e si offre compagnia oltre al sostegno economico (nella decisione di tenere il figlio conta più la prima che il secondo).

Ma soprattutto il bonus bebè non dice nulla al numero crescente di donne che, per motivi diversi, non vogliono avere alcun bambino. In Italia, ci dicono le statistiche, ben il 25% delle donne arriva alla fine del ciclo fertile senza aver avuto un bambino (contro il 14% negli Usa e il 10% in Francia). E considerate quelle che nel 2015 avevano 50 anni, la percentuale delle donne senza figli è di 10 punti percentuali superiori a quelle di 5 anni più anziane.

Questo è un dato davvero drammatico su cui l’aspetto economico incide poco o nulla: il problema è culturale, è venuta meno una cultura della vita e, possiamo dire, è venuta meno anche la fede, l’unica esperienza in grado di generare una vera cultura della vita.

Si tratta quindi di un problema che richiede una soluzione che va ben oltre la politica, ma che la politica non può ignorare, perché è chiamata a favorire e collaborare con chi genera una cultura aperta alla vita.

Non sembra proprio l’indirizzo di questo governo.

Un altro punto importante riguarda i servizi alla famiglia.

Dice il ministro Lorenzin che «è importante il tema dei servizi, come gli asilo nido, che devono essere abbastanza per permettere ai genitori di continuare a lavorare quando hanno bambini piccoli». Anche qui emerge un approccio che, al di là delle intenzioni, non va nella direzione della famiglia. Per come sono concepiti e strutturati, gli asili nido infatti non sono finalizzati alla famiglia ma al lavoro. Ovviamente non si dice qui che gli asilo nido sia bene eliminarli, ma allo stesso tempo non si può non riconoscere che un certo approccio nasce da un’idea negativa dell’essere madre – che è ben più che portare avanti la gravidanza – e quindi la preoccupazione di disturbare meno possibile il ciclo lavorativo.

Allo stesso tempo lo Stato “strappa” i figli ai genitori sin dalla più tenera età, e non è certo questa una misura che incentiva le nascite. Al proposito basterebbe esaminare attentamente i dati dei paesi del Nord Europa. Al contrario, per quanto detto più sopra, ciò che servirebbe è anzitutto la possibilità di scegliere tra vita familiare e vita su un luogo di lavoro, e poi una maggiore flessibilità del lavoro per consentire alle madri (e poi anche ai padri) la vicinanza ai figli nel periodo più delicato della crescita: part-time, periodi adeguati di aspettativa, telelavoro e così via.

In conclusione, è certamente positivo che ci sia almeno un ministro che abbia capito la gravità della situazione demografica.

Purtroppo fa parte di un governo la cui ostinazione a distruggere la famiglia non ha precedenti.

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