Che cosa possiamo aspettarci dalla famiglia?

31 maggio 2016 12:07 0 comments

Di Gerhard L. Müller

Una cultura di speranza per la famiglia, partendo dalla “Amoris laetitia”. Seminario Conciliare di Oviedo, 4 maggio 2016. L’autore è cardinale prefetto della congregazione per la dottrina della fede

Introduzione

Che cosa possiamo aspettarci dalla famiglia? Le indagini rilevano che il desiderio di avere una famiglia è molto grande nel nostro tempo: e ciò significa che ancora si aspetta molto da essa. Ebbene, è questa una speranza fondata? Un grande desiderio, da solo, non garantisce la felicità che cerca. Infatti, osservando la crisi della famiglia, vediamo che molti di questi desideri alla fine naufragano. Ricordiamo con dolore la crisi di tante famiglia distrutte, dell’allarmante calo di natalità in molti paesi, dei bambini che non sono né accolti né educati dai loro genitori… Questo ci inviterebbe a capovolgere la domanda: su chi può sperare la famiglia? Che fondamento esiste per sostenere questo grande desiderio di famiglia che vibra nei cuori? C’è in questi interrogativi una sfida per i cristiani: può la famiglia sperare nella Chiesa? E che cosa può aspettarsi da essa?

Nel presentare questa parte del mio libro “Rapporto sulla speranza”, riferendomi a quanto possiamo attenderci dalla famiglia, posso basarmi sul messaggio di speranza per la famiglia che papa Francesco ci ha lasciato nella sua esortazione apostolica postsinodale “Amoris Laetitia”. Mi piacerebbe iniziare, come fa il Santo Padre, non con un’analisi sociologica, bensì con un racconto biblico della famiglia, facendo così risuonare la Parola di Dio.

 

1. Chiesa e famiglia: l’arca di Noè

La storia di Noè è un racconto di famiglia, poiché in essa Dio non salva soltanto l’individuo isolato. Ci sono Noè, sua moglie, i suoi figli e le sue nuore. La stessa arca non ha forma di nave, ma di casa, simbolo della famiglia (Gen 6, 15), e come tale è stata rappresentata dall’arte cristiana.

D’altra parte, anche il tempo di Noè era pieno di minacce per la famiglia e per l’intera società. Un’antica leggenda ebraica descrive la generazione del diluvio come molto prospera e privilegiata: l’uomo navigava nell’abbondanza, dipendeva soltanto da sé stesso, aveva la capacità di manipolare la natura. Ma lentamente iniziò a dimenticarsi di Dio e intanto le gravidanze duravano poco, i bambini nascevano già forti e grandi e persino aiutavano loro stessi a tagliare il cordone ombelicale delle loro madri. È questa un’immagine ricca di espressività: quegli uomini, autosufficienti, non appartenevano a una famiglia e non avevano bisogno di imparare da altri, poiché vivevano rinchiusi nella loro autosufficienza. In questo panorama il diluvio appare, più che come punizione divina, come conseguenza logica del peccato.

In questa situazione, soltanto la misericordia di Dio può generare una speranza. Dio trasformò la sofferenza del diluvio in fecondità: attraverso le acque, simbolo del grembo materno, rinacque un popolo nuovo, purificato dal male. Dio espresse la sua misericordia attraverso una famiglia e la sua dimora, l’arca, dove si scoprì e visse nuovamente un amore vero. Dio benedisse Noè in un modo simile a come in origine aveva benedetto Adamo ed Eva (Gen 8, 15-17).

Una prima lezione di questo racconto è che riscoprire il progetto originario di Dio sulla famiglia comporta riscoprire la speranza. In essa, Dio offre un fondamento al desiderio di pienezza che sperimentano gli uomini: Dio costruisce per il desiderio una dimora, un’arca dove ogni persona possa riconoscere la sua origine ed il suo destino. Per questo, ogni famiglia custodisce le impronte delle mani divine, della sua cura sapiente, del suo amore originario gratuito. Nell’arca famigliare impariamo nuovamente ad essere figli, a essere ricevuti da un’altro, ad accogliere il proprio corpo come testimone del dono primigenio di Dio, a parlare il linguaggio della differenza sessuale nell’apertura alla vita (cf. AL 285).

Il mare del diluvio, da parte sua, ci parla dei rapporti liquidi della postmodernità, privi di forma e sempre instabili, che ricominciano una volta dopo l’altra in molteplici unioni sconnesse. Il desiderio di famiglia dell’uomo d’oggi, se non trova nessun altro riferimento, finisce chiuso in sé stesso ed è incapace di crescere verso la meta che promette. È ovvio che questo desiderio si moltiplichi poi nei cosiddetti “modelli” o tipi variopinti di famiglia, nei quali il desiderio, disorientato, si smarrisce. In questo diluvio ideologico, la dimora famigliare, l’arca di Noè, appare come l’ambito dove il desiderio è suscitato, accolto, guarito e rafforzato verso la sua meta.

Ma possiamo chiederci: non salva Dio soltanto pochi privilegiati? Contemplando il racconto della famiglia di Noè nell’insieme della storia biblica, osserviamo che Dio vuole la salvezza di molti attraverso pochi. In questo resto di otto persone si trova il seme di una nuova umanità. Infatti, non si tratta soltanto di una famiglia, bensì di un popolo intero che colonizzerà nuovamente la terra. L’arca, questo ambiente famigliare in cui l’uomo incontra la sua vocazione ed il suo destino, non si riduce a una famiglia isolata, ma si presenta con vocazione sociale: tutta la società è chiamata a diventare ambiente e cultura in cui si faccia memoria dell’amore originario di Dio e dove sia possibile l’amore per sempre. Se quest’arca sociale o “cultura della famiglia” sparisse, a poco servirebbero gli sforzi dei singoli per sfuggire dal diluvio dell’amore liquido.

In questo modo, una prima lettura della “Amoris Laetitia” ci aiuta a scoprire che il problema della famiglia odierna non si riduce a sforzi individuali, a convinzioni personali e a impegni isolati. La grande sfida è superare la mancanza di un’ambiente e di un tessuto di rapporti dove possa crescere e germogliare il desiderio degli uomini. Lo ricorda l’arca di Noè, con la sua struttura disegnata da Dio, allo stesso tempo dimora e nave che si apre la strada nelle acque. Queste tavole di legno ben unite e impermeabili, con i loro piani diversi, rappresentano la cultura della famiglia. Questa è custodita anzitutto nell’amore indissolubile di un uomo e di una donna aperti alla trasmissione e all’educazione della vita. E poi vive in un popolo che accompagna le famiglie e fortifica i loro rapporti.

Scorgiamo qui la grande missione e la sfida della Chiesa per la famiglia. La tradizione cristiana ha visto nell’arca di Noè un’immagine della Chiesa: questa è resto, sacramento della salvezza e rifugio per tutti gli uomini salvati dal diluvio. Come la famiglia è l’ambiente dove nasce e germoglia l’amore, dove si orienta e si purifica il desiderio, così la Chiesa è chiamata ad essere una grande famiglia, un grande ambiente, una grande arca di Noè, dove tutte le famiglie possano trovare un luogo dove germogliare. La famiglia ha bisogno di vivere all’interno della chiesa, dove gli si ricordi la grande vocazione che ha ricevuto e dove si faccia memoria dell’amore che la anima e la sostiene. Da parte sua, in uno scenario di relazioni liquide, la Chiesa deve saper creare dimora, ambiente e cultura favorevoli, nei quali la famiglia cresca.

È questa sfida possibile? Quale speranza nuova la Chiesa comunica alla famiglia e, attraverso questa, alla società? La risposta la possiamo scoprire nell’originale disegno dell’arca della Chiesa.

 

2. L’architettura dell’arca: l’amore di Cristo vissuto nella famiglia

“Amoris Laetitia”, nel suo capitolo quarto, ha riassunto la speranza della famiglia attraverso l’esegesi della prima lettera ai Corinti, capitlolo 13, e questa intuizione, a mio giudizio, è la chiave di lettura del documento. Stando ad essa, solo alla luce dell’amore vero e genuino (AL 67) è possibile “imparare ad amare” (AL 208) e costruire una dimora al desiderio.

Tra l’abbondanza di consigli pratici che questo commento offre, vorrei sottolineare un elemento chiave: le forze per perdonare si trovano nel perdono che ciascuno ha ricevuto da Dio in Cristo. Questa affermazione cristologica la troviamo anche in san Paolo: “mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5, 8) o anche: “chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. San Paolo non intende l’amore come un’astrazione o una bella meta, comunque lontana e praticamente inaccessibile. Al contrario, l’amore ha nome e cognome, volto e tono di voce, poiché è Gesù di Nazaret in persona, “il mio amore crocifisso”. Quando l’inno di Corinti 13 conclude che “l’amore non passa mai”, capiamo perfettamente a che cosa si riferisce: si tratta dell’amore di Cristo, “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rom 5, 5).

Su questa “speranza che non delude” (Rom 5, 5), su questa sicura colonna portante, Francesco propone di costruire una solida cultura della famiglia. Anche l’arca di Noè fu letta dai Padri della Chiesa a partire da Cristo: consegnandosi nella croce per salvarci, aveva attraversato le acque della morte per formare un nuovo popolo. Il legno che solcava le acque fu interpretato in riferimento alla croce e al battesimo: l’amore per l’uomo manifestato da Cristo nella croce ci raggiunge nel battesimo e negli altri sacramenti e ci comunica una capacità nuova di essere amati e di amare.

Sant’Agostino ha visto nell’economia sacramentale della Chiesa l’architettura fondamentale dell’arca di Noè, che è il corpo di Cristo, con il battesimo come grande porta. La Chiesa può navigare perché il suo guscio e la sua alberatura hanno la forma di questo amore di Gesù, comunicato nei sacramenti. In questo modo essa è capace di creare nel mondo un ambiente nuovo, una cultura nuova, pratiche nuove per accompagnare le famiglie.

Possiamo scoprire qui la grande speranza della famiglia: questa speranza consiste nel grande dono che ogni famiglia ha ricevuto nel sacramento del matrimonio, grazie al quale i coniugi diventano segno efficace dell’amore di Gesù e della sua Chiesa. Se la famiglia ha speranza, è per questo dono ricevuto da Dio, che genera a sua volta molteplici rapporti. È vero che ogni sposo, da solo, ed entrambi insieme, capiscono che l’inno alla carità li supera. Ma essi anche capiscono che il sacramento assume e trasforma il loro amore; la missione della Chiesa è ricordare e insegnare loro a dire insieme: “Con Gesù, realmente presente nel nostro amore, siamo pazienti, siamo benevoli; con Gesù, realmente presente nel nostro amore, non proviamo invidia, non ci vantiamo ne ci insuperbiamo; con Gesù, realmente presente nel nostro amore, non siamo indecorosi ne egoisti…”

Questo significa che ogni famiglia cristiana è ammessa nell’arca di Gesù, che ogni famiglia riceve come nuovo ambiente, come nuova dimora, l’amore di Gesù e della sua Chiesa. È vero che la relazione tra gli sposi deve crescere e maturare; che conoscerà cadute e avrà bisogno di perdono; da questo punto di vista sarà sempre imperfetta e in cammino. Ma d’altra parte, come sacramento, il matrimonio dona agli sposi la presenza piena tra loro dell’amore di Gesù, il vincolo di un amore indissolubile, fino alla morte, come quello di Cristo e della sua Chiesa. La famiglia può essere soggetto della vita della Chiesa, non perché gli sposi siano molto fattivi, intelligenti o giusti, ma perché ha in sé la forza dell’amore di Cristo, capace di generare un nuovo amore nel mondo; di creare, attorno a sé, un ambiente di vita affinché il desiderio trovi il suo orientamento e la sua pienezza.

In questa luce il papa insiste sul fatto che la pastorale matrimoniale deve essere “una pastorale del vincolo” (AL 211). Dinanzi a una pastorale emotiva, che cerchi soltanto di incoraggiare i sentimenti o accontentarsi di esperienze intimiste dell’incontro con Dio, una pastorale del vincolo è una pastorale che prepara al “sì per sempre”. La preparazione al matrimonio prende luce da qui: accompagnando le tappe del fidanzamento affinché i giovani imparino a dire “sì, voglio” e accolgano il progetto che Dio ha per loro. Coltivando il vincolo, l’amore esce da sé stesso, supera il sentimento fluttuante, diventa forte per sostenere la società ed accogliere i figli. Si tratta di dare una dimora alla famiglia, della quale il vincolo matrimoniale è la chiave di volta. Nel vincolo si supera l’individualismo degli sposi o della coppia e si crea una cultura della famiglia, un ambiente dove l’amore può fiorire, l’arca di Noè per navigare insieme nel diluvio della postmodernità liquida. Agli sposi la Chiesa garantisce che, in ogni occasione, in qualsiasi situazione si trovino, veglierà su questo vincolo, lo renderà stabile e lo proteggerà affinché resti vivo, affinché possiate sempre tornare ad esso, perché in esso sta la vostra più profonda vocazione.

Bisogna capire da qui l’insistenza di papa Francesco su quello che lui chiama “ideale cristiano”. Alcuni hanno interpretato questo ideale come un obiettivo lontano, solo per pochi. Ma non è questo il pensiero di Francesco. Il papa non è platonico! Tutto il contrario, per lui il cristianesimo tocca la carne dell’uomo (cf. “Evangelii gaudium” 88, 233). Lo si vede chiaramente quando Francesco ci avverte che non dobbiamo presentare “un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono” (AL 36). Qui il papa stesso nega che l’ideale sia astratto e artificioso.

Di che cosa ci parla allora il papa quando fa riferimento all’ideale del matrimonio? Nella Chiesa l’ideale è sempre l’ideale incarnato, perché il Verbo, il Logos, si è fatto carne e accompagna la sua vita nei sacramenti. Questa presenza viva e trasformatrice dell’amore pieno di Gesù si trova precisamente nei sacramenti, che contengono in sé l’architettura dell’arca di Noè. La “Amoris laetitia”, infatti, parla in diverse occasioni del rapporto tra l’iniziazione cristiana e la vita matrimoniale (AL 84, 192, 206-207, 279) e del nesso tra eucaristia e matrimonio (AL 318). Potremmo concludere che ogni famiglia e tutta la Chiesa si fondano su questa cultura dell’amore di Gesù, che è custodita nell’economia dei sacramenti. Questi rimangono segno vivo di Cristo per generare la sua stessa vita tra gli uomini. Costituiscono l’architettura dell’arca, quell’arca le cui misure furono dettate da Dio.

Il nostro tempo, pieno di desideri liquidi, ha bisogno, come dicevo prima, di una dimora dell’amore, di una cultura dell’amore. La Chiesa promuove questa cultura dell’amore precisamente nei suoi sacramenti, che la costituiscono. Essa potrà offrire speranza agli uomini, a tutti, anche ai lontani, se si mantiene fedele a questa dimora che ha ricevuto da Dio e mentre promuove questa cultura comune dell’amore di Cristo, confessata nei segni sacramentali, che sono l’architettura della nave che ci fa approdare nel buon porto.

L’immagine dell’arca di Noè, della Chiesa che naviga e porta la speranza in mezzo al mondo, è unita al numero otto che simboleggiava sin dai primi tempi l’ottavo giorno, il giorno della risurrezione di Cristo, l’inizio del mondo futuro. In questo modo si insisteva sul fatto che la Chiesa non cammina soltanto verso una lontana pienezza, bensì che in lei questa pienezza dell’amore è già stata inaugurata. Si, è possibile vivere l’amore di cui ci parla san Paolo nel suo inno e per questo non dobbiamo aspettare la fine dei tempi. Questo amore possiamo viverlo adesso, perché la Chiesa, nei suoi sacramenti, mantiene viva ed efficace, come dono originario di Cristo, la dimora che accoglie, sostiene e dona vigore alle nostre povere forze.

 

3. Accogliere nell’arca i più lontani: accompagnare, discernere, integrare

Partendo da questo grande orizzonte della cultura dell’amore, possiamo affrontare una domanda alla quale il papa ha dedicato la sua attenzione nella “Amoris laetitia”: come dare speranza a quanti vivono lontani e, specialmente, a quanti hanno vissuto il dramma e la ferita di una seconda unione civile dopo un divorzio? Sono quelli che, per dirla così, sono naufragati nel diluvio della postmodernità liquida e hanno dimenticato quella promessa sponsale per la quale sigillarono in Cristo un amore per sempre. Possono ritornare nell’arca di Noè, costruita sull’amore di Cristo, e sfuggire al diluvio? In tre parole il papa ci ha indicato la via per questo compito della Chiesa: accompagnare, discernere, integrare (AL 291-292). Partendo da esse si può leggere il capitolo ottavo della “Amoris laetitia”.

 

3.1. Accompagnare: l’arca che galleggia e naviga

Si tratta, anzitutto, di accompagnare. Questi battezzati non sono esclusi dalla Chiesa. Al contrario, la Chiesa, nuova arca di Noè, li accoglie, anche se la loro vita non corrisponde alle parole di Gesù. Questa capacità di accoglienza è descritta da sant’Agostino stabilendo una distinzione, sempre riguardo all’arca di Noè come immagine della Chiesa. In primo luogo, nell’arca non furono ammessi soltanto gli animali puri secondo la Legge. Questo significava per Agostino che la Chiesa accoglie nel suo seno giusti e peccatori sotto un medesimo tetto; che è fatta di uomini che cadono e si rialzano, che devono pronunciare, all’inizio di ogni messa: “Io confesso”. In questo modo, la Chiesa cattolica si distacca dalla visione donatista, che prospettava una “Chiesa dei puri”, nella quale non c’era posto per il peccatore. Dio separerà il grano dalla zizzania soltanto alla fine dei tempi, compresa la zizzania che germoglia in ogni credente.

Ebbene, dice sant’Agostino, tutti questi animali, puri ed impuri, passarono sotto la stessa porta ed abitarono in una stessa dimora, con le stesse pareti e lo stesso tetto. Qui il vescovo d’Ippona fa riferimento ai sacramenti, con il battesimo come porta, e con il cambiamento di vita che chiedono a quanti vogliono riceverli, abbandonando il peccato. In questa armonia tra i sacramenti e la vita visibile dei cristiani, dice sant’Agostino, la Chiesa pone davanti al mondo la testimonianza non soltanto di come visse Gesù, ma di come sono chiamati a vivere i membri del corpo di Gesù. La coerenza tra i sacramenti e il modo di vita dei cristiani assicura, dunque, che la cultura sacramentale nella quale vive la Chiesa e che essa propone al mondo resti abitabile. Soltanto così può ricevere i peccatori, accogliendoli con premura ed invitandoli a un cammino concreto affinché superino il peccato. Ciò che la Chiesa non deve mai abbandonare è l’architettura dei sacramenti, pena la perdita del dono originario che la sostiene e l’oscuramento dell’amore di Gesù e del modo con cui questo amore trasforma la vita cristiana. È proprio assimilando questa struttura sacramentale che la Chiesa evita i due modi possibili di diventare una “Chiesa dei puri”, l’esclusione dei peccatori e l’esclusione del peccato.

Dunque, il primo elemento chiave per questo cammino di accompagnamento è l’armonia tra la celebrazione sacramentale e la vita cristiana. Questa è la ragione della disciplina eucaristica che la Chiesa ha mantenuto sin dalle sue origini. Grazie ad essa la Chiesa può essere una comunità che accompagna, accoglie il peccatore senza per questo benedire il peccato e così offre la base affinché sia possibile un percorso di discernimento ed integrazione. San Giovanni Paolo II confermò questa disciplina nella “Familiaris consortio” 84 e nella “Reconciliatio et poenitentia” 34; la congregazione per la dottrina della fede, a sua volta, lo affermò nel suo documento del 1994; Benedetto XVI l’approfondì nella “Sacramentum caritatis” 29. Si tratta di un insegnamento magisteriale consolidato, appoggiato sulla Scrittura e fondato su una ragione dottrinale: l’armonia salvifica dei sacramenti, cuore della “cultura del vincolo” che vive la Chiesa.

Alcuni hanno affermato che la “Amoris laetitia” ha eliminato questa disciplina e ha permesso, almeno in alcuni casi, che i divorziati risposati possano ricevere l’eucaristia senza la necessità di trasformare il loro modo di vita secondo quanto indicato in FC 84, cioè abbandonando la nuova unione o vivendo in essa come fratello e sorella. A questo bisogna rispondere che se la “Amoris laetitia” avesse voluto cancellare una disciplina tanto radicata e di tanta rilevanza l’avrebbe detto con chiarezza e presentando ragioni a sostegno. Invece non vi è alcuna affermazione in questo senso; né il papa mette in dubbio, in nessun momento, gli argomenti presentati dai suoi predecessori, che non si basano sulla colpevolezza soggettiva di questi nostri fratelli, bensì sul loro modo visibile, oggettivo, di vita, contrario alla parole di Cristo.

Ma non si trova questa svolta – obiettano alcuni – in una nota a piè di pagina in cui si dice che, in alcuni casi, la Chiesa potrebbe offrire l’aiuto dei sacramenti a chi vive in situazione oggettiva di peccato (n. 351)? Senza entrare in un’analisi dettagliata, basta dire che questa nota fa riferimento a situazioni oggettive di peccato in generale, senza citare il caso specifico dei divorziati in nuova unione civile. La situazione di questi ultimi, effettivamente, ha caratteristiche particolari che la distinguono da altre situazioni. Questi divorziati vivono in contrasto con il sacramento del matrimonio e, dunque, con l’economia dei sacramenti, il cui centro è l’eucarestia. Questa è, infatti, la ragione richiamata dal precedente magistero per giustificare la disciplina eucaristica di FC 84; un argomento che non è presente nella nota né nel suo contesto. Ciò che afferma, dunque, la nota 351 non tocca la disciplina precedente: è sempre valida la norma di FC 84 e di SC 29 e la sua applicazione in ogni caso.

Il principio di fondo è che nessuno può veramente desiderare un sacramento, quello dell’eucarestia, senza desiderare anche di vivere in accordo con gli altri sacramenti, tra cui quello del matrimonio. Chi vive in contrasto col vincolo matrimoniale si oppone al segno visibile del sacramento del matrimonio; in ciò che tocca la sua esistenza corporea, anche se dopo soggettivamente non fosse colpevole, egli si rende “anti-segno” dell’indissolubilità. E precisamente perché la sua vita corporea è contraria al segno, non può formare parte, ricevendo la comunione, del supremo segno eucaristico, dove si rivela l’amore incarnato di Gesù. La Chiesa, se lo ammettesse, cadrebbe in quello che san Tommaso d’Aquino chiamava la “falsità nei segni sacramentali”. E non siamo dinanzi a una conclusione dottrinale eccessiva, bensì dinanzi alla base stessa della costituzione sacramentale della Chiesa, che abbiamo paragonato all’architettura dell’arca di Noè. È un’architettura che la Chiesa non può modificare perché viene da Gesù stesso; perché essa, la Chiesa, nasce da qui, e qui si appoggia per navigare nelle acque del diluvio. Cambiare la disciplina in questo punto concreto, ammettendo una contraddizione tra l’eucarestia e il matrimonio, significherebbe necessariamente cambiare la professione di fede della Chiesa, che insegna e realizza l’armonia tra tutti i sacramenti, tale e quale l’ha ricevuta da Gesù. Su questa fede nel matrimonio indissolubile, non come ideale lontano ma come realtà concreta, è stato versato sangue di martiri.

Qualcuno potrebbe insistere: non ha poca misericordia Francesco se non compie questo passo? Non è troppo chiedere a queste persone che camminino verso una vita conforme alla Parola di Gesù? Succede piuttosto il contrario. Diremmo, utilizzando l’immagine dell’arca, che Francesco, sensibile alla situazione di diluvio vissuta dal mondo attuale, ha aperto tutte le finestre possibili della nave e ci ha tutti invitati a lanciare corde dalle finestre per trarre dentro nella barca l’uomo naufrago. Ma permettere, sia pure soltanto in alcuni casi, che si dia la comunione a chi tiene visibilmente un modo di vita contrario al sacramento del matrimonio non sarebbe aprire una finestra in più, ma aprire una breccia nel fondo della nave, lasciando che vi entri il mare e mettendo in pericolo la navigazione di tutti e il servizio della Chiesa alla società. Più che una via d’integrazione sarebbe una via di disintegrazione dell’arca ecclesiale, una via d’acqua. Nel rispettare questa disciplina, quindi, non solo non si pone un limite alla capacità della Chiesa di salvare la famiglie, ma si assicura anche la stabilità della nave e la sua capacità per portarci in un buon porto. L’architettura dell’arca è necessaria proprio perché la Chiesa non permetta che nessuno si blocchi in una condizione contraria alla parola di vita eterna di Gesù, cioè, perché la Chiesa non condanni “eternamente nessuno” (cf. AL 296-297).

Nel preservare l’architettura dell’arca si preserva, potremmo dire, la nostra casa comune che è la Chiesa, stabilita sull’amore di Gesù; si preserva la cultura o l’ambiente della famiglia, decisiva per tutta la sua pastorale familiare e il suo servizio alla società. In questo modo ritorniamo a quello che abbiamo considerato il punto centrale della speranza della Chiesa per la famiglia: la necessità di creare una cultura della famiglia, di offrire una dimora al desiderio e all’amore. Si tratta di animare una “cultura del vincolo”, parallela alla “pastorale del vincolo” di cui parla il papa; cultura che oggi, nella società postmoderna, soltanto la Chiesa cattolica genera. Qui vediamo che questa disciplina della Chiesa ha un enorme valore pastorale.

Abbiamo discusso molto in questi anni sulla possibilità di dare la comunione ai divorziati in una nuova unione civile. All’inizio della “Amoris laetitia” il papa ha ricordato alcune posizioni eccessive che sono state affacciate. Gli argomenti sono stati molti e molto vari, con il rischio di perdersi in selve intricate di casistiche. Cerchiamo per un attimo di prendere un poco di distanza e guardare la questione in prospettiva, dimenticando i dettagli. Se la Chiesa ammettesse alla comunione i divorziati che vivono in una nuova unione senza chiedere loro un cambio di vita, lasciando che continuino nella loro situazione, non dovrebbe dire semplicemente che ha accettato il divorzio in certi casi? Certamente, non lo avrà accettato per iscritto, continuerà ad affermare [l’indissolubilità] come ideale, ma non la ammette come ideale anche la nostra società? In che cosa la Chiesa sarebbe diversa allora? Potrebbe dire che è ancora fedele alle parole di Gesù, parole chiare, che allora suonarono dure? Non furono queste parole contrarie alla cultura e alla prassi del suo tempo, permissive con un divorzio caso per caso per adattarsi alla fragilità dell’uomo? In pratica, l’indissolubilità del matrimonio rimarrebbe come un bel principio, perché comunque non sarebbe confessata nell’eucaristia, il vero luogo dove si professano le verità cristiane che toccano la vita e danno forma alla testimonianza pubblica della Chiesa.

Dobbiamo chiederci: non abbiamo considerato questo problema troppo dal punto di vista dei singoli individui? Tutti possiamo capire il desiderio di accedere alla comunione di questi nostri fratelli e le difficoltà che hanno ad abbandonare la loro unione o a vivere in essa in un altro modo. Dal punto di vista di ognuna di queste storie, potremmo pensare: che cosa ci costa, in fondo, lasciare che si comunichino? Abbiamo dimenticato, mi sembra, di guardare le cose da un più ampio orizzonte, dalla Chiesa come comunione, dal suo bene comune. Perché da una parte il matrimonio ha un carattere intrinsecamente sociale. Cambiare il matrimonio per alcuni casi significa cambiarlo per tutti. Se vi sono alcuni casi in cui non è importante vivere contro il vincolo sacramentale, non bisognerebbe dire ai giovani che vogliono sposarsi che queste eccezioni valgono anche per loro? Non penetrerà poi questa idea anche anche in quelle coppie che lottano per rimanere unite ma soffrono il peso del cammino e la tentazione di abbandonare? Inoltre, da un altro lato, l’eucaristia ha anche una struttura sociale (cf. AL 185-186), non dipende soltanto dalle mie condizioni soggettive, ma anche da come mi relaziono con gli altri dentro il corpo della Chiesa, perché la Chiesa nasce dall’eucaristia. Intendere il matrimonio e l’eucaristia come atti individuali, senza prendere in considerazione il bene comune della Chiesa, finisce per dissolvere la cultura della famiglia, come se Noè, nel vedere tanti naufraghi attorno alla nave, smontasse fondo e pareti per dare a ciascuno una tavola. La Chiesa perderebbe la sua essenza comunionale, fondata nell’ontologia dei sacramenti, e diventerebbe una congerie di individui che galleggiano senza meta in balia delle onde.

In realtà, i divorziati in una nuova unione civile che si astengono dall’accostarsi all’eucaristia e camminano per poter rigenerare il loro desiderio in conformità ad essa, stanno proteggendo la dimora della Chiesa, la nostra casa comune. E anche per loro stessi è un bene mantenere intatte le pareti dell’arca, della dimora dove è contenuto il segno dell’amore di Gesù. Così la Chiesa può ricordare loro: “Non ti fermare, c’è possibilità anche per te, non sei escluso dal ritorno all’alleanza sacramentale che hai contratto, anche se ci vorrà tempo; puoi vivere, con la forza di Dio, in fedeltà ad essa”. E se qualcuno dice che questo è impossibile, ricordiamo le parole della “Amoris laetitia”: “Sicuramente è possibile, perché è ciò che chiede il Vangelo” (AL 102). Dunque, nessuno si senta escluso dal cammino verso la vita grande di Gesù. Il desiderio di ricevere la comunione può condurre, con l’aiuto del pastore (e qui si apre la via del discernimento) a una rigenerazione del desiderio, affinché ritroviamo in noi la sete di vivere secondo le parole del Signore.

Insomma, il papa nell’esortazione ci avverte contro due deviazioni. Ci sono quelli che vogliono condannare e si accontentano di un immobilismo che non apre nuove vie affinché queste persone possano rigenerare il loro cuore. E dell’altra parte ci sono quelli che vedono la soluzione nel trovare eccezioni in diversi casi, rinunciando a rigenerare il cuore delle persone. Non sarebbe necessario elevarsi sopra tutto questo e prendere un altro punto di vista? Questo punto di vista è quello della comunione ecclesiale, quello del bene comune della Chiesa, quello di mantenere vivo nel suo centro, come cultura della famiglia, la vita stessa di Cristo che ci anima nei sacramenti. Se demoliamo la struttura dell’arca di Noè, come possiamo essere sicuri che si manterrà a galla e che non colerà a picco la speranza cristiana per tutte la famiglie?

 

3.2. Discernere e integrare

Dentro questa cultura della famiglia, che si poggia sull’architettura dell’arca, possiamo allora chiederci: quali sono le nuove vie che la “Amoris laetitia” ci invita ad aprire? Il papa riflette su di esse esortandoci a discernere e integrare.

Interroghiamoci anzitutto sul discernimento. Alcuni hanno interpretato che il papa, dicendo che bisogna tener più conto delle circostanze attenuanti, stia chiedendo che il discernimento si fondi su queste, come se ciò consistesse nell’esaminare se la persona è o no colpevole soggettivamente. Ma questo discernimento sarebbe alla fin fine impossibile, poiché soltanto Dio scruta i cuori. Inoltre, l’economia dei sacramenti è un’economia di segni visibili, non di disposizioni interne o di colpevolezza soggettiva. Una privatizzazione dell’economia sacramentale certamente non sarebbe cattolica. Non si tratta di discernere una mera disposizione interiore, bensì, come dice san Paolo, di “discernere il corpo” (cf. AL 185-186), le visibili relazioni concrete nelle quali viviamo.

E ciò significa che la Chiesa non ci lascia da soli dinanzi a questo discernimento. Il testo della “Amoris laetitia” ci indica i criteri chiave per arrivarne a capo. Il primo consiste nella meta che si vuole nel discernere. È la meta che la Chiesa annuncia per tutti, in qualsiasi caso e situazione, e che non deve essere taciuta per rispetto umano né per paura di scontrarsi con la mentalità del mondo, come ricorda il papa (AL 307). Consiste nel tornare alla fedeltà del vincolo matrimoniale, rientrando così di nuovo in quella dimora o arca che la misericordia di Dio ha offerto all’amore e al desiderio dell’uomo. Tutto il processo si indirizza, passo dopo passo, con pazienza e misericordia, a rinascere e a guarire la ferita della quale soffrono questi fratelli, che non è il fallimento del matrimonio precedente, bensì la nuova unione stabilita.

Il discernimento è necessario, quindi, non per scegliere la meta, ma per scegliere il cammino. Avendo chiaramente in mente dove vogliamo portare la persona (la vita piena che Gesù ci ha promesso) si possono discernere le vie affinché ognuno, nel suo caso particolare, possa arrivare li. E qui entra, come secondo criterio, la logica dei piccoli passi di crescita, dei quali anche il papa parla (AL 305). La chiave è che questi divorziati rinuncino a stabilirsi nella loro situazione, che non facciamo pace con la nuova unione nella quale vivono, che siano pronti ad illuminarla alla luce delle parole di Gesù. Tutto ciò che porti ad abbandonare questo modo di vivere è un piccolo passo di crescita che bisogna promuovere e animare.

Veramente, chi desidera cibarsi di Gesù nell’eucaristia avrà anche il desiderio, usando l’immagine biblica, di cibarsi delle sue parole, di assimilarle nella sua vita. O meglio, come dice Sant’Agostino, avrà il desiderio di essere assimilato ad esse. Perché non è Gesù che si adegua al nostro desiderio, ma è il nostro desiderio che è chiamato a conformarsi a Gesù, per trovare in lui la sua piena realizzazione.

Da qui possiamo passare alla terza parola, “integrare”, ed esaminare le nuove vie che la “Amoris laetitia” apre per i divorziati in una nuova unione. Il papa ci chiede, seguendo il sinodo, di sviluppare un percorso che deve essere realizzato in ogni diocesi sotto la guida del vescovo e secondo l’insegnamento della Chiesa (AL 300). Questo dovrebbe farsi, se possibile, con una équipe di pastori qualificati ed esperti.

È essenziale che nel percorso si annunci la parola di Dio, specialmente in ciò che riguarda il matrimonio (AL 297). Così, questi battezzati faranno man mano luce su questa seconda unione che hanno iniziato e nella quale vivono. Si aprirebbe qui anche la possibilità di rivedere un’eventuale nullità del matrimonio sacramentale, secondo le nuove norme emanate dal papa.

In questo cammino troviamo anche un’altra novità, aperta dal Papa nella “Amoris laetitia”. Senza cambiare la normativa canonica generale, il papa ammette che possano esservi eccezioni riguardo all’assunzione da parte di questi divorziati di alcune cariche pubbliche ecclesiali. Il criterio è, come ho indicato prima, il cammino di crescita concreta della persona verso la guarigione.

Lungo tutto questo percorso è bene ricordare che i sacramenti non sono soltanto una celebrazione puntuale, bensì un cammino: chi inizia a muoversi verso la penitenza si trova già in un processo sacramentale, non è escluso dalla struttura sacramentale della Chiesa, già riceve in un certo modo l’aiuto dei sacramenti. Di nuovo, l’importante è essere disponibili a lasciarsi trasformare da Gesù, anche se si sa che il cammino sarà lungo, e a lasciarsi accompagnare in questo cammino. Ciò che muove il pastore è il desiderio di introdurre la persona nella cultura del vincolo, offrendo una dimora al suo desiderio, affinché possa rigenerarsi secondo le parole del Signore.

Il papa ci invita a intraprendere un percorso; questa è la chiave. La comunione eucaristica sarà nell’orizzonte finale e arriverà nel momento voluto da Dio, poiché è Lui che agisce nella vita dei battezzati, aiutandoli a rigenerare i loro desideri in conformità al Vangelo. Iniziamo passo per passo, aiutandoli a partecipare alla vita della Chiesa, finché raggiungano “la pienezza del piano di Dio in loro” (AL 297).

Concludo. Nelle acque della postmodernità liquida, la Chiesa può offrire una speranza a tutte la famiglie e a tutta la società, come l’arca di Noè. Essa riconosce la debolezza e la necessità di conversione dei suoi membri. Appunto per questo è chiamata a mantenere, nel medesimo tempo, la concreta presenza in essa dell’amore di Gesù, vivo ed efficace nei sacramenti, che danno all’arca la sua struttura e dinamismo, facendola capace di solcare le acque. La chiave è sviluppare, e la sfida non è piccola, una “cultura ecclesiale della famiglia” che sia “cultura del vincolo sacramentale”.

San Giovanni Crisostomo dice che l’arca di Noè si differenzia dalla Chiesa in un dettaglio importante. L’antica arca accolse nel suo seno gli animali irrazionali, “alogos”, e li ha mantenuti sempre irrazionali. La Chiesa, invece, riceve anche l’uomo che, a causa del peccato, ha perso il Logos, la ragione, ed è pertanto “irrazionale”, cammina senza la luce dell’amore. Ma precisamente perché la Chiesa ha l’ambiente vitale del corpo di Cristo, perché preserva l’armonia dei sacramenti, essa, a differenza dell’arca di Noè, è capace di rigenerare l’uomo, di conformare il cuore umano al Verbo (Logos) di Gesù. In essa gli uomini entrano “irrazionali” ed escono “razionali”, cioè pronti a vivere secondo la luce di Cristo, secondo il suo amore che “tutto spera” e “che dura per sempre”.

(Traduzione dall’originale spagnolo di Helena Faccia Serrano, Alcalá de Henares, España).

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