Paradisi strappati

14 giugno 2016 08:22 1 comment

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redazione

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Di GianCarlo Maria Bregantini

12 giugno 2016

ladige.it

Com’è mai possibile che ancora oggi ci siano al mondo circa 170 milioni di minori schiavizzati e costretti a lavorare? In una società mondiale che decanta il suo potere su tutto e nel nome del progresso, come si può accettare una simile tragedia? E per di più cosmica che va a danneggiare proprio i più indifesi, come lo sono i minori. Questa zona d’ombra che dilaga, zitta, infatti, per tutto il pianeta, può mai lasciarci tranquilli nelle nostre vite?! Tutto è sopportabile. Ma mai questo! Persino in quei continenti che si dicono all’avanguardia, ultra modernizzati e avanzati, i minori sono oppressi da queste condizioni inaccettabili imposte da una realtà cieca e corrotta.

Proprio oggi, che ricorre la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, gridiamo questa domanda a quanti permettono che i bambini vengano ridotti all’ignominia di quelle funzioni che competono ai grandi, al mondo adulto che sembra guardarli con tanto di atteggiamento normale e indifferente. Come si può strappare un minorenne alla sua vita di sogni, di giochi, di spensieratezza? Come si possono indurre a questo orrore proprio i nostri piccoli? Ogni bimbo umiliato nella sua purezza, costretto a lavorare non è altro che un paradiso strappato, lacerato nella sua inviolabilità. E’ questo oggi il fallimento più ingiustificabile di popoli interi che marciano sullo sviluppo materiale ma arretrando drasticamente su quello umano. Il dolore che purtroppo viene inflitto a questi bambini nessuno lo può descrivere tanto è disumano e spietato. A che mai può servire il galoppare sui fronti dell’alta tecnologia e della scienza se va perdendosi il rispetto verso l’inviolabile, verso gli innocenti, se si calpestano vite intere, se si guadagna sul sangue dei bambini?

Domani che ricordiamo il Santo dei miracoli, Sant’Antonio, teniamo a mente quello che ordinò di fare in pubblica assemblea, durante il funerale di un avaro, di un uomo senza scrupoli, che nella vita si era solo preoccupato di ammucchiare denaro sulle lacrime della gente più povera. Alla morte di quel riccone, senza decenza morale, tutto il paese provava come un sentimento di liberazione.

Oggi si può paragonare ad uno strozzino, ad un usuraio, ad un mafioso che tutela i propri interessi o ad un politico che si tiene stretta la propria poltrona e lascia morire di stenti intere famiglie. Alla vista di questa gente che non provava affatto compassione per quell’uomo, sant’Antonio, chiese di aprirgli il petto per verificare se vi fosse ancora il cuore. Ma con sorpresa, il cuore non c’era nel suo petto. E dov’era? Tornarono a casa E videro che il suo cuore era proprio in quel forziere, pieno di monete. Lì aveva posto tutta la sua sicurezza. Proprio come dice Gesù: Dov’è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore!. Quelle monete erano state sottratte nel tempo con arroganza a quella povera gente. Rubando agli altri il sostentamento necessario, l’avaro in realtà rubò a se stesso l’unica cosa che l’avrebbe tenuto in vita per sempre: il cuore. Perché, è vero, da questa terra tutti passiamo, ma l’amore che lasciamo nel cuore degli altri rimane. E rimane per sempre nel ricordo, nelle preghiere di benedizione per il bene che si è lasciato. Gli avari indugiano fino a restare anche estranei agli affetti, ai legami, alle cose più belle della vita. Pensano solo ad accumulare infelicità. In sé come negli altri. Si curano solo del possesso delle cose. Di tutte quelle cose che, come il vecchio riccone, comunque amaramente dovette lasciare su questa terra, senza riuscire a portare nemmeno un misero centesimo nell’altra vita. A che è servito quest’atteggiamento? A cosa l’ha portato tutto quell’affanno se non ad avere alla fine tra le mani solo un pugno di polvere!

Sono episodi sempre attuali malauguratamente che si perpetuano in quell’assenza di cuore che lascia spazio a forzieri di egoismo. Tutto questo ha un termine latino che rende pienamente l’idea. Si tratta del cosiddetto “Torticordius”. E’ il cuore distorto, che ha perso la sua forma autentica, che si è snaturato nelle sue funzioni di benevolenza, manomesso, sì, sostituito con una pietra o con una cassaforte per banconote. Pesante perché vuoto. Vuoto perché morto. Morto, perché senza amore. Senza amore, perché senza dignità e coscienza d’uomo.

Proprio come bene li descriveva anche l’abate di Chiaravalle, Bernardo: “Che cos’è l’avarizia? È un continuo vivere in povertà, per paura della povertà”. Questo spiega perché Gesù non si stanca di dire: “Guai a voi ricchi!”. Essi sono esclusi dal Suo regno. Perché abusando dei beni destinati a tutti, avranno poi una fame di cielo che mai potranno saziare. In quanto, Gesù, spiega chiaramente che tutto quello che hanno scelto di guadagnare in questo mondo, a discapito degli altri, sulla sofferenza dei più piccoli, sarà la loro unica consolazione. Lì dove tutto inizia, per loro, lì anche tutto finisce, perché i ricchi avari non investono nel paradiso, ma nelle soddisfazioni sfrenate valide solo per questa vita terrena. Nell’altra piangeranno le lacrime che in questa stanno facendo versare a molti innocenti. Scegliamo il volo della generosità. Mai la caduta inesorabile degli sfruttatori.

 

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