Bye Bye Britain. In Europa e nel mondo niente sarà come prima

25 giugno 2016 16:16 2 comments

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redazione

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Di Gianfranco Battisti

24 giugno 2016

vitanuovatrieste.it

L’incredibile è avvenuto. La cugina spocchiosa, che partecipava all’Europa controvoglia, sol per coglierne i vantaggi economici, ha deciso di andarsene. Una scelta sul filo di lana, per un sussulto del cuore più che per un calcolo razionale, se questo aggettivo viene riferito all’economia; emotivo e razionale assieme se si guarda invece alla logica politica, traducendosi in un NO secco all’annessione strisciante al IV Reich, come si sta configurando vieppiù una UE a guida germanica.

Il popolo ha parlato ed ha battuto clamorosamente le élite finanziarie di destra e di sinistra, né più ne meno di quanto accade in Francia, in Italia ed altrove. Non a caso un sincero democratico come Mario Monti (non proprio un accaparratore di voti) aveva bollato il referendum con l’epiteto di “abuso di democrazia”. Come sempre accade, la democrazia funziona solo quando vince chi comanda… Parce sepultis, pensiamo al domani.

Una cosa è certa, la storia ha fatto un giro di boa. Innanzitutto per Cameron, che oggi si rivela per quel che intrinsecamente è, la versione britannica di Renzi. Come Aroldo d’Inghilterra, ha messo a segno una vittoria in casa contro il nazionalismo scozzese, per poi perdere ad Hastings (si fa per dire) la partita decisiva. Francamente non lo invidiamo: caduto da cavallo, dovrà vedersela con l’imperitura inimicizia degli gnomi che dalla City governano la finanza mondiale. Qualcuno dirà che è la giusta punizione per aver introdotto nel Regno Unito il matrimonio gay. Non lo rimpiangeranno di certo i milioni di siriani, iraqeni e libici che la sua politica estera dissennata ha gettato nella disperazione (e nella fossa).

Nei suoi piani il referendum sull’Europa avrebbe dovuto rafforzare l’unità di un pluriregno a rischio di esplosione. Alla luce del risultato, la geografia del voto restituisce lo scenario peggiore, con una compatta vocazione europeista in Scozia e in Irlanda del Nord, formalmente due stati sovrani. Le velleità secessioniste di Edimburgo ne escono rinfocolate, mentre da Dublino il premier irlandese già aveva ammonito che in questo scenario si sarebbero dovuti rinegoziare gli accordi per il co-governo dell’Ulster. Vale a dire, la riunificazione dell’Irlanda è più vicina. Analogamente, il premier spagnolo aveva promesso una azione decisa contro la permanenza dei britannici a Gibilterra.

Interessante è verificare quali altri leader escono insoddisfatti da questo referendum. Irritatissimo dev’essere Mr. Obama, il quale aveva minacciato la Gran Bretagna di finire in coda alla lista dei clienti. Nè da Berlino erano giunte parole meno pesanti. Non c’è che dire, se volevano provocare l’opinione pubblica britannica ce l’hanno messa tutta. Se Obama stringe i denti, la “prima donna candidata alla presidenza degli USA” non ha di che rallegrarsi. Lo stesso dicasi per la Cina.

Ciò che unisce tutti i perdenti è il legame con la finanza internazionale, quella che si regge sulla speculazione selvaggia ed i paradisi fiscali. Invece un personaggio come Donald Trump, dipinto come un pazzo guerrafondaio, non solo promette di invitare Putin a Washington e di trattare con la Corea del Nord, ma garantisce anche che la storica alleanza con Londra non verrà meno.

A Washington come a Londra (ma non solo), il problema dei “democratici” è che il popolo sembra non condividere le loro opinioni. Basta informarsi su quel capolavoro di democrazia che va sotto il nome di TTIP, il trattato attraverso il quale le multinazionali (soprattutto americane) contano di mangiarsi il mondo intero. Un trattato che dovrebbe venir approvato a livello UE, ma che con il “rompete le righe” in atto diventa più difficile (e meno conveniente) portare a casa.

Ritornando a Londra, le prospettive del paese sembrano alquanto incerte, nel senso che adesso si schiudono opzioni fino a ieri impensabili. Qualcuno potrebbe pensare ad un rafforzamento delle relazioni con il “nucleo duro” del Commonwealth, Canada, Australia, Nuova Zelanda. In realtà, l’opzione non esiste in quanto l’internazionalizzazione di queste economie le ha rese tutte funzionali ad altre aree economiche (soprattutto Stati Uniti, Cina, Giappone). Uscendo dalla UE la Gran Bretagna ha compromesso il suo ruolo tradizionale di crocevia dei flussi economici mondiali, oggi non più assicurati come in passato dall’industria e dalla flotta, e oggi dalla finanza. Ciò significa che adesso si trova in certo qual modo nella posizione della Russia di Putin, costretta a rinvigorire il proprio apparato produttivo per fronteggiare le “inique sanzioni”. Un processo che alla lunga può rivelarsi pagante. E difatti, in una logica geopolitica più sottile, proprio un riavvicinamento alla Russia (e magari al Giappone) potrebbe essere la strada da percorrere.

Un’ipotesi paradossale, si dirà, ma sta di fatto che con la Brexit cessa per gli Stati Uniti lo spauracchio di una UE capace di contendere il predominio mondiale; e dunque una riedizione della storica alleanza con la Russia potrebbe realizzare un adeguato contrappeso rispetto ad un’Europa a trazione germanica. Un contrappeso che potrebbe rivelarsi salvifico, in quanto eliminerebbe il pericolo più grave che oggi grava sulla pace mondiale.

Quanto alla UE, questa si trova per la prima volta di fronte al precedente di una secessione, e non di poco conto. Dunque, contrariamente a quanto ci hanno martellato nella testa, non si era trattato di una opzione irreversibile. Per giunta, se le concessioni in precedenza assicurate a Cameron sono state giudicate “conformi ai trattati”, si apre quanto meno la rincorsa ad una serie di rinegoziazioni che dovrebbero riportare l’Unione sui binari di una corretta prassi di democrazia, anche economica.

Ripensare al buon funzionamento delle Comunità Europee prima del colpo di mano che ha portato ad un mostro ingestibile ed insostenibile come la UE, potrebbe essere un esercizio di buon senso.

Se invece dovesse prevalere la logica brutale dell’”Avanti tutta” senza cambiamenti di rotta, è facile prevedere un naufragio catastrofico a non lungo termine.

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