«Dove finisce il mio, incomincia il paradiso». Don Primo Mazzolari, la profezia che si fa rivoluzione

1 settembre 2016 08:18 1 comment

Intervista al teologo don Bruno Bignami

Di Ylenia Fiorenza

10 agosto 2016

La fede non è un livellamento spirituale. La fede è a partire dall’inquietudine, suprema virtù del cuore pellegrino dell’assoluto. Per questo, portare Dio agli uomini è Verità. Mentre, portare gli uomini a Dio è Carità. Assistiamo oggi ad un insidioso incresparsi dell’audacia della fede, tra i gemiti della storia. L’adesione a Cristo e al Suo Regno però non ammette questa tiepidezza. Il “vendi tutto e seguimi” non lascia spazio, infatti, ad una sequela ambigua, svilente, sottotono, tremula. Dio esplicita che il “sì” alla Sua chiamata deve essere incondizionato, radicale, per rendere operante in essa il Suo Spirito. Professarsi cristiani, non sempre significa essere poi credenti. Così come convincersi che essere credenti voglia dire mercanteggiare con Dio non porta a nulla, se non a svuotare di potenza l’annuncio della salvezza che si dilata sull’Umanità. Il “dire di Dio” deve perciò sempre incontrarsi, cominciare e ricominciare sempre col “dire Dio” con la propria vita, sulla quale si è scagliato il dardo della vita divina.

È certamente vero che restare nel mondo, combattere per la dignità dell’uomo, ripulire il suo volto da tutti i travisamenti e le idolatrie, è rischiare, talvolta, di essere contaminati dallo scoraggiamento, e sottratti per smarrimento alla speranza più grande che testimonia che Cristo è il Dio delle genti, ancora impegnato a camminare per le strade del mondo. Specie quando gli assalti del male assumono posizioni di violenza, di oltraggio, di spudoratezza che sembrano insuperabili. Ma è lì che la fede rimedia con l’autorità del Verbo di Dio e pone il sigillo della redenzione. Il male, la morte, l’oscurità sono destinate a cadere nel vuoto perché sono vuoto.

La via che percorrono i credenti di tutti i tempi è quella che non perde mai di vista il suo principio, che fa ricorso costante alla Sapienza creatrice, che ha il potere di ristabilire l’ordine, ponendo nuovamente la terra a sgabello del cielo. Il messaggio è proprio questo: non basta saper citare il Vangelo. Bisogna applicarlo alla vita, incarnarlo. Don Primo Mazzolari ha dato questo esempio. La più grande dignità di un uomo santo è sì il suo essere madiatore tra Dio e gli uomini, ma ancor di più lo è l’impegno a mantenere costante questa corrispondenza tra fede e vita, tra Vangelo e quotidianità, tra parole e fatti. La santità è una chiamata esclusiva, un’elezione da parte di Dio che sceglie e che richiede una risposta del tutto personale. Quando questo avviene, la coincidenza tra interiorità e vita esteriore è irrinunciabile. Ciò che si muove nel cuore è ciò che si fa vedere nelle azioni, nei comportamenti, negli atteggiamenti esterni. Il teologo Bruno Bignami ci invita con la sua riflessione a riprendere quel lungo respiro che ha attraversato per tutta la vita anche il cuore del grande don Mazzolari.

Il cuore dell’uomo di oggi è ancora “pellegrino dell’eterno” come sussurrava don Mazzolari?

Il cuore umano è un mistero. Don Mazzolari ha rappresentato il prete inquieto, incapace di accontentarsi dei risultati ottenuti, ma desideroso di gettare continuamente il cuore oltre l’ostacolo per mostrare che siamo fatti per Dio. L’immagine dell’uomo come pellegrino dell’eterno è suggestiva e rimanda alla sete interiore che abita in ciascuno. Le risposte materiali non soddisfano, portano nel vortice della ripetizione e del possesso. Lo sguardo sull’eterno apre all’oltre, riporta al fascino delle origini e proietta all’avvenire del Regno.

La grandezza del parroco di Bozzolo sta nel fatto che ha educato ad abitare le grandi domande del cuore umano. Non si è limitato della semplice tradizione come ripetizione, né ha sognato l’inesistente: si è fatto carico dei drammi del suo tempo perché capaci di interpellare e di offrire contatti tra l’umano e il divino.

Cosa intendeva don Mazzolari quando diceva che “chi non crede nella forza dello Spirito è un politico dalla vista corta”?

Mazzolari è stato un prete in grado di esporsi pubblicamente e di prendere posizioni politiche. Lo ha fatto soprattutto nel secondo dopoguerra. Aveva un’idea molto elevata di politica, non tanto del fare quanto dell’essere.

Per lui il politico cristiano doveva pensarsi con un grande senso di responsabilità e di testimonianza. La capacità di mordere sul concreto in prospettiva temporale era data, secondo lui, dalla fede nell’opera dello Spirito santo. C’è un bellissimo discorso scritto per i parlamentari democristiani eletti in Parlamento nel 1948. Si conclude con le seguenti parole: «Siate grandi come la povertà che rappresentate». L’invito è a mettersi al servizio della causa degli ultimi e a non fare dell’esperienza politica un punto di arrivo per fare i propri interessi o per arricchirsi. I cattolici si giocano una chance straordinaria nella capacità di mettersi al servizio del bene comune. Tutto ciò richiede gratuità, passione, voglia di spendersi…

Per il parroco di Bozzolo il problema non era tanto quello di cavalcare la novità. Quelli che lui chiamava «gli avventurieri del nuovo» erano ammalati di nuovismo: è facile sostituire i nomi vecchi per illudere che è cambiato tutto! La vera politica la sanno fare solo gli «uomini nuovi», ossia quelli che lavorano di fino sulla propria interiorità e agiscono in novità di vita.

Potessimo capire, oggi, queste dinamiche! I cattolici sarebbero meno preda dell’ultimo arrivato, degli avventurieri del nuovo, e più radicati nel servizio agli ultimi nella gratuità e nella condivisione. La politica è questione d’animo più che d’anni! C’è una frase che sintetizza bene la posizione «politica» di don Primo: «Non a destra, non a sinistra, non al centro, ma in alto!». Egli ha vissuto in pieno la stagione delle contrapposizioni ideologiche, eppure non si è lasciato catturare dalle appartenenze. Il problema per lui non era di collocazione politica, ma di interiorità vissuta.

Perché “il niente dell’uomo “ continua a farsi “idolo”?

L’idolatria è la grande tentazione dell’uomo. Già la Bibbia evidenziava con estrema lucidità che l’idolo non solo sostituisce Dio, ma lo fa in maniera insoddisfacente. «Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano, dalla bocca non emettono suoni» – ricorda il Sal 115.

L’uomo che intende dimenticare Dio scopre che è molto facile che finisca per affidarsi alle proprie rappresentazioni di Dio. Che sono sempre umane, troppo umane! Il «niente dell’uomo» continua a farsi idolo perché costringe l’uomo a vivere al di sotto delle sue possibilità. Una creatura generata per la letizia dell’amore si riduce schiava degli egoismi costruiti ad arte, a difesa dei propri spazi. Il dramma dell’idolo è che illude: è rappresentazione che sembra a portata dell’uomo, ma in realtà non sa neppure rispondere alle domande più profonde.

Mazzolari si era accorto che l’idolatria era entrata nel tessuto sociale del proprio tempo, attraverso l’onnipotenza dei totalitarismi che hanno calpestato la fraternità in nome della razza o della classe. Il valore della libertà di coscienza per il parroco di Bozzolo è stato il baluardo contro ogni idolatria che schiaccia e opprime.

Don Mazzolari ha sempre dichiarato che “la rivolta contro Dio è quella più facile”. È ancora così?

La rivolta contro Dio per Mazzolari è sempre anche rivolta contro l’uomo. Certamente è «più facile» perché a portata di mano e Dio rappresenta l’anello debole di una libertà che si fa onnipotenza. Dio si fa strada nel cuore dell’uomo nel momento in cui l’uomo respira della libertà donata da Dio. Così egli si accorge del fatto che l’uomo è già nel cuore di Dio, molto prima che se ne renda conto.

Anche oggi la rivolta contro Dio non solo è la più facile, ma è anche la più pericolosa, perché stordisce. L’uomo liquido postmoderno assume i tratti di un pugile colpito duramente e sul punto di crollare da un momento all’altro perché vive tutto in termini di competizione. Ciò che fa stare in piedi è la carezza, non il pugno del rivale. La fraternità è continuamente in discussione senza la paternità di Dio.

Qual è, secondo lei, alla luce dei tanti insegnamenti di don Mazzolari, la strada per fare ritorno a casa, alla fraternità tra gli uomini?

La fraternità non è la classica pacca sulla spalla che rende tutto indifferente appianando appunto le differenze. Essa nasce proprio dalla capacità di abitare e custodire la differenza. Don Mazzolari ha riletto sapientemente la parabola del figliol prodigo a partire dal fatto che i due figli non capiscono il padre perché non si sentono fratelli tra loro.

Si tratta, in sostanza, di vivere la tensione alla comunione e alla fraternità senza calpestare la dignità umana. Nella vita dell’altro si entra in punta di piedi. La relazione fraterna esige signorilità d’animo. Scriveva don Primo nel libro Della tolleranza: «Si entra in una persona, non per installarvisi, per stabilirvisi o, più esattamente, per prenderne possesso; ma come ospite, con riguardo, ammirazione, venerazione: non per spossessarlo ma per tenergli compagnia, per aiutarlo a meglio conoscersi, per dargli consapevolezza di forze ancora inesplorate, per dargli mano a compiersi, ad essere se stesso, secondo la sua inclinazione, la sua regola, il suo gioco interiore, non secondo il nostro, anche se creduto migliore». La tolleranza diventa così un farsi carico delle possibilità e dei limiti del fratello.

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